XXV convegno de l’altrapagina

Ai politici l’etica non interessa

di Enzo Rossi

Quasi trecento persone hanno partecipato al 25° convegno nazionale de l’altrapagina del 10 e 11 settembre scorso. Un ottantina circa provenivano da Città di Castello e dintorni, le altre da diverse regioni italiane: Lombardia, Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Piemonte e, ovviamente, Umbria. Sono mancati, salvo un paio di lodevoli eccezioni (Oliviero Dottorini e Venanzio Nocchi, oltre a una rapida apparizione di Walter Verini), politici e amministratori locali, i quali non sono evidentemente interessati a riflessioni che riguardano l’etica e il suo appannamento. Ma tant’è.
Nel nostro rapido riassunto daremo conto solo di alcune suggestioni sottolineate più volte dagli applausi di una platea molto interessata e attenta. Sintesi più complete degli interventi dei relatori le potrete leggere nelle pagine che seguono.
Il filosofo argentino Enrique Dussel, che ha aperto il convegno, è spesso sconfinato nell’attualità socio-politica con giudizi molto duri nei confronti di un sistema capitalistico la cui unica razionalità è quella di «aumentare il tasso di profitto del capitale indipendentemente da quello che si produce». Vanno bene le armi, il nucleare o la finanza senza regole, l’importante è guadagnare. Possibilmente molto. Questo tipo di etica è assolutamente irrazionale e ingiusta. E se io opero secondo queste leggi, ha detto Dussel citando San Paolo, compio un atto di ingiustizia. Un ingiustizia che la gente non tollera più, come dimostrano le proteste dei giovani spagnoli e le rivolte dei cittadini di quasi tutti i paesi del Mediterraneo. Ed è per questo che l’etica cristiana tradizionale è in crisi. Il cristianesimo, ha aggiunto il filosofo argentino, è stato rovesciato: Gesù non era un sacerdote ma un laico, un anticlericale. Un rifugiato politico che è scappato in Egitto, come i rifugiati che arrivano oggi in Italia, ed è stato crocifisso dopo aver ricevuto una condanna politica. Insomma, Gesù non ha scelto di morire, è stato assassinato. Questa affermazione di Dussel è stata poi contestata da Pietro Barcellona, il quale sostiene invece che Gesù ha scelto di morire sulla croce per salvare l’umanità. La discussione, dopo il confronto pubblico in sala, è proseguita anche a cena, dove i due relatori, seduti l’uno accanto all’altro, hanno continuato a esporre le proprie ragioni. Ovviamente, ognuno è rimasto della sua idea.
Enrique Dussel, che è uno dei più profondi conoscitori delle opere di Marx, ha probabilmente fatto sobbalzare sulla sedia qualche cattolico ortodosso, quando ha detto: «Non ho trovato nella lettura di Marx alcuna contraddizione con il cristianesimo». Anzi, Marx ed Engels, parlando delle necessità fondamentali dell’uomo (mangiare, bere, avere una casa…), hanno detto le stesse cose di Gesù.
Insomma, ha concluso, se c’è un’etica in crisi è quella del passato. Ma ce n’è un’altra nascente che si fonda su principi completamente diversi. Al primo posto c’è l’affermazione della vita umana. Il più grande peccato, ha aggiunto, è che la gente nasca per poi morire di fame. Il povero, insomma, è la ferita del sistema, il suo effetto negativo. Etica allora significa assumersi la responsabilità della salvezza dell’altro. E non basta certo un ammorbidimento del capitalismo, come ci propone la Dottrina sociale della Chiesa con la sua piccola etica borghese, a emendarci dalle colpe di un sistema di rapina. Quattrocento anni prima di Marx, ci ha ricordato il filosofo argentino, è nato un nuovo dio, il capitalismo, al quale sono stati immolati prima di gli indios d’America, poi gli africani e ora anche i poveri d’Europa.
Di tenore completamente diverso il discorso di Pietro Barcellona, che se la prende con un sapere scientifico che «sta riducendo l’uomo a una macchina parlante», al quale contrappone un sapere affettivo. E quest’ultimo presuppone una relazione non antagonista né strumentale. Tutti i rapporti amorosi, dice il filosofo catanese, sono così. Se vuoi conoscere meglio te stesso non devi strumentalizzare gli altri. Insomma, le parole sono il punto da cui partire per capire il discorso etico, che non può che essere relazionale. Ma oggi, e questo è il problema, le parole si sono svuotate di contenuto, perché ci sono troppe persone che dicono il contrario di quello che pensano. Ed è da qui che occorre ripartire, con la consapevolezza che l’assoluta coincidenza tra parola e vita è rappresentata solo da Cristo. Diversamente da quanto sostenuto da Dussel, per Pietro Barcellona non ci sono etiche contrapposte, una capitalistica e una anticapitalistica. Ce n’è una a basta. E non può essere declinata con l’io.
Un’altra differenziazione di Barcellona rispetto al discorso del filosofo argentino, riguarda il modo in cui dobbiamo rapportarci con la legge. Va rispettata anche se la riteniamo ingiusta, così si sono comportati Socrate e Gesù.
Evidentemente i contesti culturali in cui sono maturate le esperienze dei due pensatori (italiano quello di Barcellona e latino-americano quello di Dussel, che è dovuto sfuggire alla persecuzione della dittatura argentina) hanno inciso in modo determinante sulle loro riflessioni su questo tema cruciale.
A Roberto Mancini è toccato il compito di chiudere il convegno. E lo ha fatto con un intervento molto ben calibrato che ha tenuto conto anche dei contributi dei relatori che lo hanno preceduto. Il giovane filosofo marchigiano ha esordito con una domanda retorica: Ci serve ancora un’etica? Per i cinici no, ha risposto. L’idea, sostenuta dal governo, che tutto quello che la legge non vieta sia permesso, è aberrante. E contrasta con i principi fondamentali della nostra Costituzione. L’etica proposta da Mancini è quella della responsabilità, una responsabilità che cresce nell’incontro con l’altro.
Oggi, invece, la parola che i cinici di tutte le latitudini ci sbattono in faccia minacciosi è crisi. E la crisi, si sa, non ammette critica. Così, dice Mancini, si finisce col radicalizzare la stessa logica che ci ha portato al disastro. E ci ricorda con una punta di rammarico quanto disse la Pira nel ’68: «i giovani sono come le rondini d’inverno che cercano il nido». Analizzando poi il male, una delle categorie su cui ha incentrato suo intervento, il filosofo marchigiano ci ricorda che il male sistemico che opprime la nostra società oggi non è più prodotto dagli imperi o dalle guerre, ma dall’economia. L’attuale logica del mercato non ci consente di uscire insieme dalla crisi, perché il presupposto competitivo su cui essa si fonda prevede che alla vittoria dell’uno corrisponda lo sprofondamento dell’altro. Così rischiamo di fare la fine che Polifemo aveva previsto per Ulisse:
«ti mangerò per ultimo». Per evitare questo rischio abbiamo bisogno di uno specchio, di una relazione che ci permetta di comprendere che il nemico non è mai tale, che possiamo abitare il mondo senza distruggerlo. L’etica allora diventa l’esperienza del risveglio alla responsabilità e la politica un metodo di fare giustizia.
E oggi molti giovani hanno capito che non può essere la logica del mercato a guidare il mondo.

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