Viaggi/Cuba, tra cultura e propaganda

Suggestioni dall’isola dei fratelli Castro

di Claudia Belli

Camminando per il centro deL’Havana si ha l’impressione che tutto sia in equilibrio, che i bellissimi ma fatiscenti edifici coloniali siano sul punto di venire giù e che le automobili potrebbero fermarsi da un momento all’altro. Eppure continuano a sfrecciare lungo il Malecon, il lungomare, dove le impalcature rincorrono gli splendidi ruderi tentando un restauro molto più lento delle intemperie che hanno la meglio sulle facciate. Viene il sospetto che la musica suonata ovunque per le strade serva a coprire gli scricchiolii e gli scoppi dei motori che non ce la fanno più, ma è in questo senso di precarietà che risiede gran parte del fascino di Cuba perché il visitatore sente di essere un privilegiato che ha l’occasione di vivere qualcosa che oggi c’è e domani chissà.
Del resto i cubani sono equilibristi abilissimi e si muovono con naturalezza tra le contraddizioni dell’isola, facendo di necessità virtù e ignorando il bisogno di superfluo che tormenta il resto del mondo. A questo certamente contribuisce l’assenza totale di pubblicità, ma anche la fantasia che permette di riciclare qualsiasi cosa trasformando rifiuti in oggetti utili e la perizia nella manutenzione e nella riparazione. A rendere la vita un po’ più facile è anche la forte solidarietà tra le persone, che vivono l’isola come se fosse un enorme quartiere di provincia in cui tutti si conoscono e mettono a disposizione i propri mezzi e capacità. Un po’ come accadeva in Italia fino a qualche decennio fa, prima che perdessimo di vista la differenza tra serenità e benessere economico.
Ovviamente il via vai di turisti, carichi come alberi di Natale di oggetti introvabili a Cuba, provoca qualche voglia superflua soprattutto tra i più giovani, ma il desiderio più grande dei cubani è legato alla contraddizione tra libertà e dittatura e si concretizza in un forte bisogno di viaggiare. Sarà per via degli alti livelli di scolarizzazione degli isolani che è molto condivisa l’idea che vedere il mondo con i propri occhi sia l’unico modo di conoscerlo davvero, senza filtri governativi. Ecco perché i cubani, pur lodando la maggior parte degli aspetti del proprio sistema economico, cambiano tono in tema di libertà. Capita ad esempio che ordinando un Cuba Libre ci si trovi spiazzati dalla risposta del cameriere che a bassa voce confessa di chiamare il cocktail Mentirilla, ovvero “bugia”.
Eppure per ora, per chi decide di rimanere, sembra vincere la strada della pazienza e la speranza che piano piano le cose stiano cambiando è forte, anche se le ultime generazioni accettano sempre di meno i compromessi del regime.
Ciò che colpisce di più per chi viene da fuori non sono le ormai comprovate violazioni dei diritti umani, invisibili agli occhi di un turista, ma la martellante propaganda che colora i muri lungo le strade, le librerie e i mass media. La celebrazione degli eroi e dei martiri di indipendenza e rivoluzione è quasi pittoresca, a tratti un po’ retorica, ma del resto nei limiti del patriottismo, mentre gli slogan a sostegno dell’unico partito legale a Cuba a volte sfiorano il grottesco e quando diventano un inno alla libertà assomigliano più a un’ironica presa in giro che all’effettivo riconoscimento di un così importante valore. Un continuo promemoria sui vantaggi del socialismo e sulla gloria della patria però forse non è più sufficiente nell’epoca di internet e in un paese che praticamente vive di turismo, sembra improbabile che questo dettaglio sia sfuggito all’occhio attento dei fratelli Castro, ma non è comunque facile capire se il progressivo allentamento delle restrizioni possa rappresentare un piccolo passo verso la democrazia, un semplice adeguamento ai tempi che cambiano o l’ultimo tentativo di venire incontro allo scontento popolare.
Il signor Antonio, che ora gestisce una casa particular (il bed&breakfast cubano) ma che da giovane ha lavorato per un ministero, ha potuto viaggiare in passato e quando andò in Corea del Nord, in URSS e in Germania dell’est capì la differenza tra Cuba e gli altri regimi, soprattutto in materia di qualità della vita che sull’isola è decisamente più alta, mentre alcuni viaggi in Africa forse lo hanno convinto definitivamente che infondo qualche compromesso si può accettare. Quindi, nonostante abbia ricoperto incarichi di prestigio che in Italia garantirebbero l’auto blu a vita, sembra orgoglioso della sua Fiat 127 che sembra appena uscita dalla fabbrica polacca.
Anche per Raul e Fidel si tratta di mantenere un equilibrio complicatissimo, tra concessioni sbandierate e repressioni nascoste, tra propaganda e cultura, tra socialismo e soldi capitalisti, tra servizi pubblici di qualità e povertà privata. L’impressione, al contrario di ciò che scrivono i giornali governativi, è che stiano in qualche modo per perdere il controllo della situazione e in ogni caso la morte di Fidel porterà inevitabilmente a un cambio di rotta.
Nel documentario di Wim Wenders “Buena Vista Social Club” (1998) il cantante Ibrahim Ferrer espresse alcune considerazioni sui suoi connazionali: «Noi cubani possiamo ringraziare quello che forse sta lassù per essere fatti così, perché se avessimo seguito la via degli averi saremmo finiti da molto tempo. Noi cubani siamo molto fortunati, in questo senso siamo piccoli ma siamo anche forti e abbiamo imparato a resistere al bene e al male». Con questo spirito Cuba aspetta la metamorfosi, che forse la travolgerà come un uragano, ma se dopo ogni tempesta i palazzi del Malecon seppur malandati sono ancora in piedi, anche i cubani forse sapranno resistere.

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