Umbria, rapporto Zancan-Caritas/Sorpresa, non siamo poveri

L´Umbria, dopo Lombardia e Emilia Romagna, è la regione meno povera d´Italia. Ma c´è una spiegazione. Vediamo quale

di Pierluigi Bruschi

Pe qualcuno attendeva una dimostrazione di quanto sostenuto nel precedente articolo, cioè che la povertà non ha solo motivazioni di tipo economico e non si contrasta con la semplice erogazione di contributi, eccola arrivare con il rapporto che la Fondazione Zancan e Caritas hanno condotto, oltre che sull’Italia, anche sulle singole regioni. La lente di ingrandimento puntata sull’Umbria ha evidenziato, come risulta nel riquadro a lato, che l’incidenza della povertà in Umbria è inferiore alla media nazionale ed è in controtendenza, diminuisce cioè rispetto all’anno precedente, nonostante la crisi. Tutti gli indicatori di disagio sociale registrano, per la nostra regione, valori inferiori alla media nazionale, e la considerano addirittura la regione meno povera dopo la Lombardia e l’Emilia Romagna. Ma la sorpresa arriva quando lo stesso rapporto certifica che la spesa sociale complessiva in Umbria è notevolmente inferiore alla media nazionale (vedi tabelle a lato), evidenziando come i comuni spendono di meno verso tutte le categorie di destinatari, esclusi i minori e gli immigrati. Abbiamo ascoltato alcune reazioni a questa che, almeno apparentemente, appare come una contraddizione e le letture sono varie. C’è, ad esempio, chi ha forti dubbi sul fatto che la percentuale di poveri da noi sia così bassa e che continui a diminuire anche in questa fase di quasi recessione. Ma c’è anche chi non crede che l’Umbria, la regione considerata da molti una delle più attente alla coesione sociale, spenda così poco per il welfare.
Chi però è da sempre alle prese con i fenomeni socio-economici nella nostra regione, e anche noi pensiamo di essere fra questi, ritiene plausibile che le cose stiano in questo modo, magari in maniera più attenuata rispetto a quanto emerge dalla semplice lettura dei dati. Intanto c’è da dire che in Umbria, per un meccanismo in piedi da molti anni, parte delle risorse conteggiate alla sanità di fatto vengono destinate al sociale. A questo possiamo aggiungere anche la forte incidenza delle pensioni di invalidità nella nostra regione, come ogni tanto ci viene ricordato, anzi rimproverato. E, in qualche modo, anche queste possono essere considerate spesa sociale. Però è vero che comunque nella nostra regione si spende di meno, rispetto alla media nazionale, per il sostegno delle persone disagiate, e questo dato può convivere con l’altro secondo cui da noi la povertà è meno sentita che altrove. La spiegazione la troviamo in un altro indicatore molto interessante e che, anche questo, ci mette al primo posto in Italia, insieme alle nostre confinanti Marche e Toscana: il 7% delle nostre famiglie è allargata, in esse convivono cioè genitori, figli e, molto spesso, anche i nonni, realizzando in questo modo una composizione del reddito, in grado così di sostenere anche la parte più debole.
Inoltre la rete di solidarietà, propria dei territori con tradizione rurale, da noi funziona ancora, e a questo si è aggiunta un’attività sempre più estesa ed efficace di organismi e associazioni come la Caritas che con i suoi osservatori, progetti, iniziative specifiche, mense e centri di ascolto, tenta di non limitarsi a una risposta immediata ed episodica al bisogno, ma a costruire un percorso che aiuti a uscire dallo stato di disagio. Questo dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire attraverso la creazione di un sistema che metta a rete associazioni, volontariato e istituzioni pubbliche, anche perché, al di là dei rapporti sulle povertà più o meno allarmistici, è evidente che sofferenze ed esclusioni sociali sono in aumento ovunque, anche nella nostra piccola Umbria, che, ammesso lo sia stata in passato, non è più un’isola felice.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?