Tunisia/Il problema non sono gli islamici, ma il vecchio sistema che tenta di riprodursi

Tunisia. Intervista alla giornalista Sihem Bensedrine, fondatrice del giornale indipendente Kalima

A dieci mesi dalla caduta di Ben Ali e a poche ore dall’apertura dei seggi per l’elezione dell’assemblea costituente, la libertà di stampa e l’indipendenza dei media non sembrano ancora annoverate tra le conquiste della Tunisia post-rivoluzione

di J.G.

Una vita trascorsa in prima linea, per la difesa della libertà di espressione e la denuncia delle violazioni perpetrate dal regime Ben Ali. La giornalista Sihem Bensedrine, militante della Ligue tunisienne des droits humains negli anni Ottanta e fondatrice nel 1998 del Conseil National pour les libertés (subito nel mirino dall’ex dittatore), ha lanciato nel 2000 il giornale indipendente Kalima. La pubblicazione non ha mai ottenuto l’autorizzazione delle autorità e Sihem è finita in carcere pochi mesi dopo con l’accusa di “turbamento all’ordine pubblico”.
Nel 2004 Kalima rinasce come giornale on-line e poi, nel 2008, si trasforma in una radio web, ma in entrambi i casi viene censurata dal governo di Cartagine. Dopo il 14 gennaio Radio Kalima, divenuta un punto di riferimento per l’informazione alternativa nel paese, ha presentato domanda alle autorità provvisorie per ottenere l’assegnazione di una frequenza fm. L’emittente tuttavia aspetta ancora il passaggio in antenna…
A dieci mesi dalla caduta del regime Ben Ali, Radio Kalima non ha ancora una sua frequenza. Perché?
«Dopo la fuga di Ben Ali, Radio Kalima come le altre radio web si è trovata di fronte a una scelta. Emettere subito sfruttando abusivamente le frequenze, come una radio pirata, oppure attendere la procedura stabilita dal governo provvisorio e dalla Haute instance pour la réalisation des objectifs de la révolution. Noi abbiamo optato per la seconda opzione, fiduciosi nei cambiamenti apportati dalla nuova era e desiderosi di testare la buona fede dei responsabili in carica nel periodo di transizione. Dopo mesi di richieste ufficiali, dopo le proteste e i dieci giorni di sciopero della fame del nostro direttore a fine giugno, finalmente la Haute instance si è degnata di rispondere. Ci ha concesso un accordo di principio per cominciare a emettere, ma solo nella regione di Tunisi, mentre noi avevamo chiesto l’intero territorio nazionale. I corrispondenti regionali e la capillarità delle informazioni che ci arrivano sono tra i punti di forza di Radio Kalima».
Quindi avete finalmente ottenuto l’autorizzazione?
«No, è un accordo di principio che dovrà essere confermato dopo l’approvazione del nostro dossier, un dossier che le altre radio già esistenti prima del 14 gennaio e molto vicine al vecchio regime, come Shams e Zitouna, non hanno avuto bisogno di consegnare. Certo, avremo il nostro riconoscimento e la nostra autorizzazione, ma per il momento è sembrato fondamentale escludere Radio Kalima dalla copertura della campagna elettorale e delle elezioni. La nostra indipendenza e il nostro controllo sull’operato del governo provvisorio e sulle attività dei partiti in competizione avrebbe dato forse troppo fastidio».
Cosa è cambiato, in termini di libertà di espressione, nei dieci mesi seguiti alla fine della dittatura?
«La rivoluzione ha esercitato una pressione molto forte sui media tradizionali, che altro non erano se non strumenti di propaganda del regime. Li ha obbligati ad aprire piccole finestre di libertà e a prestare maggior attenzione alla società e alle sue necessità. Un avanzamento innegabile. Ma nella maggior parte dei casi, il controllo di questi media è rimasto in mano alla vecchia guardia di Ben Ali. Sono le stesse persone che c’erano prima del 14 gennaio a dirigerli, gli stessi volti conosciuti per la loro connivenza con le alte sfere di potere e per le buone relazioni intrattenute con la polizia politica. In altre parole, i cacicchi del vecchio regime sono ancora al loro posto e agiscono, seppur invisibili, con estrema efficacia come dimostra l’affaire Kalima. Al momento dunque, la stampa, le radio pubbliche e private e le televisioni sono ben lontane dall’essere indipendenti».
La sua è un’analisi lucida e allo stesso tempo amara. Con simili premesse, quali prospettive si attende?
«Le prospettive, dal mio punto di vista, sono comunque incoraggianti. I media alternativi e le nuove forme di giornalismo cittadino, come le radio e le televisioni web, i blog e gruppi facebook, esercitano una forte vigilanza sull’operato dei media tradizionali, li spingono a informare e a lavorare in modo più professionale e oggettivo. La doppia pressione della piazza e dei mezzi di informazione alternativi sta cercando di tenere testa, per il momento, a un sistema ancora troppo legato al passato. Molto dipenderà anche dalle prossime elezioni per l’assemblea costituente. Resto fiduciosa che un’assemblea legalmente eletta e legittima, e di conseguenza un nuovo governo che risponda alla volontà dei cittadini, possa essere in grado di attuare riforme sostanziali, di imporre un vero cambiamento facendosi carico delle richieste avanzate dalla popolazione. Prima fra tutte la riforma del codice della stampa e del settore audiovisivo».
Riguardo al codice della stampa, non è già stato presentato un progetto di legge dalla Haute instance? Qual è il suo parere in proposito?
«Il testo non è stato reso pubblico. La Haute instance e il governo provvisorio non hanno agito in maniera trasparente, sottraendolo al dibattito. Sono riuscita a leggere il progetto e il mio parere è totalmente negativo. Tra i suoi articoli, per esempio, c’è ancora il reato di “turbamento all’ordine pubblico”, una misura con cui Ben Ali aveva messo a tacere ogni critica o dissenso e con cui il governo provvisorio ha mandato in galera il poliziotto Samir Feryani, la cui unica colpa è di aver denunciato la distruzione degli archivi del Ministero dell’Interno tacitamente approvata dalle nuove autorità. Non sono queste le leggi su cui potrà reggersi una Tunisia democratica e rispettosa dei diritti e delle libertà. In effetti non ci sarebbe nemmeno bisogno di un codice della stampa, dal momento che la diffamazione, l’incitamento all’odio razziale e alla violenza sono reati già puniti dal codice penale. Il codice, in queste circostanze, rischia di diventare un semplice strumento repressivo, come successo in passato e come accade ancora oggi negli altri paesi maghrebini. Anche la legge sulla regolamentazione dell’audiovisivo, approvata tre giorni fa, è pessima. Riconosce pieni poteri al presidente dell’autorità preposta, che si trasforma così da strumento di regolamentazione in organismo arbitrario di controllo e sanzione. Chi verrà nominato a capo dell’autorità avrà diritto di vita e di morte sulle radio e sulle televisioni. Per noi è un grave affronto quello che il governo Essebsi ha fatto in queste ultime settimane al popolo tunisino, adottando dubbi provvedimenti in fretta e furia prima di rimettere il suo mandato nelle mani dell’assemblea».
La proiezione del film Persepolis, pochi giorni fa, ha suscitato reazioni veementi tanto nella stampa quanto nelle strade del paese. Un altro segnale della fragilità in cui versa la libertà di espressione o c’è un’altra lettura possibile?
«Difendere la libertà di espressione e, a sua volta, il diritto di critica pacifico e civile è un mio principio inamovibile. Tuttavia l’episodio di Persepolis nasconde ben altro alle sue spalle. Dietro, c’è la volontà di perpetuare un sistema a cui è stata tagliata la testa, ma di cui resta ancora il corpo con braccia, mani e artigli solleciti. Per giustificare quella che potrebbe essere una vera e propria restaurazione, i mezzi sono sempre gli stessi. Rinnovare lo spettro dell’islamismo, esasperare una falsa contrapposizione tra laici e fondamentalisti, che in realtà non esiste nella società, e portarla allo scontro. Ennahda è una forza legittima, riflette la visione di una parte della popolazione e sarà chiamata a contribuire al lavoro della costituente. Chi pensa di poterla cancellare o escludere con manovre torbide vuole un colpo di Stato.
La vera battaglia per la Tunisia del futuro non è contro l’islamismo o Ghannouchi, ma per l’indipendenza dei media. Solo un’informazione corretta, lontana dalle strumentalizzazioni e dagli interessi di parte, potrà scacciare il pericolo delle derive autoritarie di triste memoria».

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