Trenta giorni in Italia/Nel futuro, a nostra insaputa

di Gaetano Rasola

Un’estate turbolenta ha investito il mondo. Si sono aperti molti giochi che indicano come i vecchi equilibri ormai non tengono più, come antiche certezze sono ormai scomparse e il nuovo che avanza non è chiaro per nessuno. Soprattutto non è chiaro per l’Occidente, scosso da una profonda crisi economico-morale provocata in particolare dai pasdaran della teologia liberista. I duri e puri del capitalismo finanziario da libero mercato, che affermavano capace di regolare e risolvere i problemi in ogni angolo del mondo per virtù taumaturgiche. Dei paesi avanzati e di quelli arretrati. Il risultato è una sollevazione mondiale. Ha raggiunto perfino i più addormentati paesi islamici del Nordafrica e del Medioriente. Le dimostrazioni popolari hanno provocato la caduta di quattro regimi autoritari (Egitto, Tunisia, Yemen, Libia) e stanno facendone vacillare almeno altri tre (Siria, Marocco, Bahrain). Una situazione nuova che pone Israele, quindi gli Usa e tutto l’Occidente, di fronte a scelte politiche difficilissime ma inevitabili per il futuro dell’area: favorire i movimenti democratici o chiudere Israele in una inutile e pericolosa fortezza atomica.
Ma non è l’unico serio pericolo del mondo. La crisi dell’Occidente ha evidenziato la difficoltà dei regimi democratici occidentali a restare nel solco della democrazia. Il capitalismo finanziario impone sacrifici sempre maggiori alle popolazioni nordamericane ed europee. Un processo di concentrazione della ricchezza di proporzioni stratosferiche in mano a poche persone e a scapito della stragrande maggioranza. La vittoria di questo esperimento significherebbe la morte della democrazia così come l’abbiamo conosciuta e la formazione di regimi autoritari mafiosi e semifascisti. I soldi per il pareggio del bilancio non si trovano se non spremendo le diverse classi sociali, eliminando servizi e diritti sociali, mentre per salvare il sistema finanziario se ne sono trovati in quantità incalcolabili. Una polemica sui conti in ordine degli stati falsa perché sbilanciata a favore di una parte, imposta con un linguaggio ingannevole e diffamatorio. Rispolverando vecchie categorie, si chiamerebbe lotta di classe che i ricchi stanno vincendo alla grande. Solo che stavolta la lotta non è tra una borghesia produttiva e la classe operaia, ma tra un manipolo di ricchissimi finanzieri e il resto della popolazione. Una lotta di classe mascherata dall’ineluttabilità del fare tecnologico, accettato come massima ratio dei rapporti sociali. Malgrado questo, non ci dovrebbe essere partita, basterebbe un minimo d’unione per far saltare questo banco. Purtroppo non sembra essere così.
La supremazia di questa nuova classe di oligarchi, che usano la finanza come un’arma, è stata preparata da un trentennale indottrinamento che ha scardinato paesi, istituzioni, conquiste sociali, valori. La finanza ha sostituito la politica nel ruolo di regolamentatrice delle società. In Italia, ad esempio, abbiamo avuto due presidenti provenienti dal mondo finanziario, Dini e Ciampi, e Berlusconi da quello affaristico. Ma questo vale per tutti i paesi del mondo occidentale. Lo chiamano il sistema delle porte girevoli: esponenti della finanza e della politica entrano ed escono disinvoltamente da governi e banche. Il conflitto d’interessi elevato a norma. La restrizione dei diritti conquistati, in particolare in Europa, viene giustificato con la mancanza di sicurezza: più sicurezza = meno legalità e diritti. Soprattutto nel lavoro. La ragione: il mondo “civile” è invaso da torme di banditi che vengono a depredarci di ogni ricchezza. Il risultato è Breivik, il fanatico cristiano norvegese elogiato da Mario Borghezio, che ha ucciso una settantina di pericolosi giovani comunisti perché pronti a collaborare con quei banditi. Se appena appena diamo un’occhiata alla situazione politica europea troviamo che partiti razzisti e xenofobi, del tutto simili alla Lega Nord, sono presenti e forti dappertutto, specie al nord. Si va dal 22,1% del Partito del Progresso in Norvegia al 19% in Finlandia, senza dimenticare la svolta parafascista in Ungheria dove la destra sta eliminando ogni forma di democrazia con una maggioranza parlamentare di 262 seggi su 386. Si richiamano all’insegnamento di Berlusconi. La barbarie è connaturata all’animo umano e riemerge ogni volta che le società attraversano fasi di crisi. Anche negli Usa la situazione sta precipitando. I ricchi si rifiutano di pagare la loro parte di tasse per risollevare la bilancia dei pagamenti del paese portata al disastro da G. W. Bush jr. Calcolano di mettere fuori gioco il pericoloso “negro” che ha usurpato la presidenza e vuole introdurre misure eque. Non hanno capito, però, che questo potrebbe costare molto caro al paese. La supremazia americana, ma più complessivamente l’egemonia bianco-occidentale è fortemente ridimensionata e Cina, India e Brasile sono ormai prossimi a emarginarla. Una novità doubleface: opportunità di crescita economica e democratica o forte ridimensionamento economico e impoverimento. D’altronde la velocità del cambiamento è tale che viviamo nel futuro a nostra insaputa.
E veniamo all’Italia. La trasformazione del consenso popolare in un feticcio ha permesso alla classe dirigente peggiore mai espressa in Italia, scelte assolutamente contrarie a ogni etica sociale e a ogni interesse di bene comune. L’ultima dimostrazione sono i provvedimenti imposti dalla Banca Europea e dal Fmi: solo estrazione di ricchezza dalla popolazione lavoratrice. Completamente salvate consorterie, lobby (compreso il Vaticano), speculatori e criminalità più o meno organizzata. Compito dell’opposizione, o meglio dell’area progressista, è quello di opporsi a questo degrado, mobilitando la piazza in tutte le sue forme possibili. Ben venga allora lo sciopero generale della Cgil. D’altronde possiamo recuperare la memoria dell’esperienza concreta vissuta nell’Italia degli anni 1950-1980, quando la ricchezza prodotta è stata distribuita più equamente attraverso lotte per la difesa e il rispetto dei diritti di tutti. Una società migliore perché più ricca e democratica. Ormai la tecnica rende la formazione della ricchezza un problema superato. Il vero problema resta la politica, che deve assolutamente riconquistare il primato sull’economia. Questo problema si pone non solo all’Italia, ma anche all’Europa e agli Usa (e prima o poi in ogni altro paese): come restaurare l’autorità pubblica e renderla capace di controllare la ricchezza prodotta e distribuirla a beneficio dei cittadini.
Insomma, superare la narrazione neoliberista e tornare a massicce iniezioni di socialismo.

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