Trenta giorni in Italia/Ma è davvero finità

di Gaetano Rasola

«Solo una società ben governata può ridurre la sofferenza di tanti individui». Lo scrive in un suo articolo Umberto Galimberti. Il nostro governo, ormai ectoplasma, mantiene però una sua base sociale, un suo sostegno perfino integralista. E fa soffrire molta gente. Malgrado quelli che a noi appaiono danni gravi al tessuto socio-politico-culturale, riscuote applausi o, comunque, un consenso indifferenziato. Ritorniamo così su quella nota dolente che è la nostra “anima” italica. La crisi economica ha messo in luce l’enorme inadeguatezza dell’esecutivo, in tutti i suoi aspetti: di metodo, di impostazione, di disponibilità, di intelligenza, di imparzialità. Ha messo in luce l’assoluta incapacità tra il dire e il fare. Non una delle promesse si è tradotta in legge. Non un’iniziativa è andata a buon fine. Meno tasse e lacci burocratici, scopo della discesa in campo, svaniti. Questo secondo la concezione dello Stato che ne ha l’opposizione. In realtà novità concrete ci sono e vanno in un’altra direzione: le relazioni di lavoro sono cambiate favorendo la parte padronale. La modifica delle leggi, insieme al procurato cattivo funzionamento dei Tribunali, favoriscono la criminalità più o meno organizzata, sostenendo la nascita di potentati e cricche che si impadroniscono di soldi pubblici.
Ogni tanto vola qualche straccio, ma il meccanismo si è affinato, espanso, diffuso. Noi chiamiamo tutto questo: metastasi, quindi malattia grave, pericolosa, forse mortale. In realtà potrebbe essere una situazione stabile, consolidata della realtà del nostro paese. Il sistema finanziario strepita sul rischio per i suoi capitali e detta le regole per recuperarli. E colpisce, guarda un po’, i beni comuni, il welfare. Così viviamo il balletto degli spread. Lo spread è la misura di quanti Bot (buoni del tesoro italiani) occorrono per acquistarne uno tedesco, il bund. Ne occorrono circa cinque e la differenza tende a salire. Ma se osserviamo bene: quanti altri spread ha realizzato il nostro governo e non solo in campo economico? Lo spread di legalità: siamo rimasti ingenuamente legati al concetto che la legge è uguale per tutti. Sciocchezza superata. C’è sempre qualcuno più uguale di altri: Berlusconi, Verdini, Milanese, Cosentino… Lo spread di moralità. Chi è restato legato al vecchio concetto secondo cui esistono regole fondamentali per disciplinare i rapporti sociali e interpersonali è ormai antico, obsoleto. Il film che ha vinto il Leone d’oro a Venezia: Faust del russo Alexander Sokurov, dimostra che non è più così. Anzi, il livello di vendita della propria anima è disceso in modo incredibile. Goethe aveva descritto la vendita dell’anima al diavolo per avere in cambio giovinezza, denaro, belle donne. Oggi ci si vende per molto meno, per cose insignificanti, sempre che si trovi qualcuno disponibile a comprare. Questo spread di moralità è difficile da definire. Come P.P. Pasolini ha immaginato, è l’anima popolare profonda che è stata distrutta dal rapido arricchimento. I sentimenti di fratellanza, di pietà, di solidarietà sono scomparsi. Per questo nessuno si indigna più da quello che viene rappresentato sulla scena nazionale.
In questo quadro, lo spread di cultura si è allargato a dismisura. Qui il confronto è possibile con un passato anche recente. La riforma della scuola elementare degli anni Settanta, quella della famiglia, quella del lavoro, la conquista di alcuni diritti sociali e individuali. Il grande cinema. Molti di noi vivono sulla pelle la perdita di questa speranza di miglioramento avviato a quel tempo. L’esecutivo gioca invece a sottrarre, modificare, ridurre diritti per sostituirli con la “sussidiarietà”, la parola magica per cui si può disporre di beni comuni in modo privato. Lo spread di onestà. Cos’è l’onestà? È sempre stato difficile definire in modo concreto in cosa consistesse. Questo esecutivo lo ha chiarito in modo definitivo con il suo contrario: non rispettare alcuna regola e lasciare che il più furbo, il più prepotente, il più arrogante prevalga. Naturalmente questo modo di intendere i rapporti comporta tutta una sfilza di altri spread: civismo, onestà intellettuale, rispetto, correttezza. Restano valori o diventano parole da buttare nel cestino in quanto prive di senso? Poi c’è lo spread di dignità che fa rima con impudenza e si collega alla moralità. Anche qui è difficile individuare il termine di paragone. È ancora possibile difendere la dignità personale quando l’attacco della delinquenza organizzata, sostanzialmente aiutata dallo Stato, non ti permette di parlare? O, se lo fai, ti uccide? O quando ti costringe ad accettare compromessi inqualificabili, altrimenti non vivi? Chi ricorda “Il cammino della speranza”, un film dei primi anni Cinquanta, che descrive come i contadini di un paese siciliano, che avevano lottato per la riforma agraria, fossero poi stati costretti a lasciare la loro terra. Da quel tempo la situazione è peggiorata e la speranza aperta negli anni Settanta è morta. L’impudenza è esattamente l’opposto. Gloriarsi del proprio potere gaglioffo. Atteggiamento oggi di moda, esibito senza particolari querimonie.
Come tutto questo, che definisco involuzione, è stato possibile? In una intervista a Giorgio Bocca, del 1979, Berlusconi dichiarava il suo programma. «Ho semplicemente capito che in questa società di informazione pervadente non ci si può nascondere in villa come facevano gli imprenditori lombardi fra le due guerre, bisogna darsi un’immagine, fabbricarsi un’immagine e imporla alla gente». Solo promozione o una nuova idea di egemonia? Il concetto di egemonia fu elaborato, politicamente, da Lenin che vedeva l’egemonia «nella dittatura del proletariato, non solo attraverso la violenza ma più nella capacità di dirigere un sistema di alleanze in grado di costruire un nuovo sistema politico. Quindi una nuova società». Gramsci rilesse la lezione e precisò diversamente il concetto. «La classe dominante attua la sua egemonia in quanto sa realizzare e mantenere un blocco storico di forze sociali e politiche contraddittorie di base economica e di superstrutture civili e statali, tenute insieme dall’ideologia. L’egemonia è quindi (…) la direzione culturale» (Materialismo storico. Gramsci. Editori Riuniti 1971). Il berlusconismo, che sembra aver unificato i due concetti e realizzato la propria egemonia, è quindi di fatto un fenomeno culturale, capace cioè di dirigere e indirizzare la complessità della nostra società. Che ha introdotto, però, molto malessere nella società.

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