Sport/Operazione Denicolai

Storia del calcio tifernate (8a parte)

di Giancarlo Radici

Dopo la sosta per i doverosi complimenti al Gubbio neo promosso in seri B, riprendiamo la nostra storia da dove eravamo rimasti: la mancata qualificazione agli spareggi per la serie A.

L’anno successivo, il 1927, fu senza dubbio l’anno d’oro del calcio tifernate. Intanto alla guida della Società era subentrato un ambizioso Nino Corsi che, come molti altri, aveva mal digerito il finale del campionato precedente. L’accesso agli spareggio per la serie A era sfuggito d’un soffio, e anche in maniera alquanto sospetta!
Ma andiamo con ordine.
Il neo presidente pianificò nel migliore dei modi la nuova avventura nel campionato di Seconda Divisione Nazionale (l’attuale serie B), un campionato che la gloriosa Tiferno affrontava per la seconda volta sotto la guida dell’ungherese Mayer. Nulla doveva essere lasciato al caso e la campagna acquisti fu grandiosa. Il girone dei tifernati comprendeva squadre umbre, marchigiane e abruzzesi, otto per la precisione, e sulla carta si presentava molto difficile per le dichiarate ambizioni di molte delle avversarie. Nino Corsi, quindi, stanziò una notevole somma per rinforzare una squadra che pure si era dimostrata competitiva nel campionato precedente. Giunsero da Modena e Torino vari elementi di ottima levatura, su tutti, tecnicamente parlando, emergeva l’austriaco Kristinus, giocatore che poteva vantare frequentazioni passate nella massima serie.
Per capire meglio quale era lo spirito che allora animava gli sportivi tifernati e il loro presidente voglio riportare un fatto singolare che testimonia la passione che animava tutto l’ambiente. Tra i tanti acquisti che caratterizzarono quell’annata, apparve subito singolare quello del centravanti Denicolai che, pur giocando in un ruolo prestigioso e con ottimi risultatati, considerava prioritario il proprio lavoro rispetto al gioco del calcio. Per questo tra il giocatore e la società tifernate si stabilì un contratto particolare: Denicolai giocava soltanto quando la Tiferno era impegnata tra le mura amiche, non perché temesse gli avversari e i tifosi dei campi esterni, ma per motivi ben più seri. Egli, infatti, era impiegato alla Fiat di Torino e il sabato pomeriggio, terminato il suo turno di lavoro, prendeva il treno che lo portava ad Arezzo in tarda serata. Ad attenderlo trovava il presidente della Tiferno, Nino Corsi, che con la sua potente Alfa Romeo lo conduceva a Città di Castello.
La domenica scendeva regolarmente in campo, segnava la sua rete (5 reti in 5 partite dicono le statistiche!) e al termine dell’incontro saliva di nuovo a bordo dell’Alfa Romeo sulla strada di Arezzo per riprendere il treno che gli permetteva di essere regolarmente al suo posto di lavoro alla Fiat il lunedì mattina. Per gli incontri esterni, naturalmente, questa staffetta non avrebbe potuto funzionare. Le squadre avversarie erano tutte a sud e troppo distanti da Città di Castello e l’Alfa Romeo del presidente Corsi, pur veloce, non sarebbe riuscita a raggiungere Arezzo in tempo per fargli prendere l’importantissima coincidenza.
L’esordio nel campionato, il 2 gennaio 1927, fu a dir poco scoppiettante e in quel di Ancona i tifernati superarono per sette reti ad una la malcapitata Stamura, ma sette giorni dopo la doccia fredda: l’undici abruzzese del Rosburgo (agglomerato vicino a Roseto) violò l’Elia Volpi. I successivi tre impegni fruttarono una vittoria, un pari e una sconfitta.
Il cronista del settimanale “Super Sport” che usciva a Pescara, commentando la prima parte del campionato auspicava che «La vittoria vada alla squadra più forte, sia essa la Tito Acerbo o la Tiferno o la Rosburghese, ma in virtù di gare onestamente disputate». «La Stamura e la Tiferno, particolarmente – concludeva – stanno accumulando le energie per agguantare il primato a cui tende, con titoli ottimi, anche la bianca squadra del Roseto degli Abruzzi. Vincere il girone di ferro è ambitissimo fine». Per la cronaca la Tito Acerbo, altra squadra abruzzese che chiuse al primo posto il girone di andata, non portò a termine il campionato. Non ne conosciamo il motivo.
Al termine del girone di andata la Tiferno, cinque punti all’attivo, si trovò in terza posizione, distanziata di tre lunghezze dalla capolista, una posizione che oltre a mettere a rischio la vittoria finale, certamente non soddisfaceva le ambizioni di Nino Corsi che mise in atto la “operazione Denicolai”. I fatti daranno clamorosamente ragione al Presidente e negli ultimi quattro impegni la Tiferno, sbaragliando tutti gli avversari conquistò in rimonta la prima posizione finale. Al secondo posto, distanziato di quattro lunghezze, il Rosburgo, al quale i tifernati avevano restituito a domicilio il torto subito tra le mura amiche.
A metà del girone di ritorno, il 24 marzo, un altro avvenimento andò a suggellare la brillante annata della squadra tifernate: l’amichevole con la Pro Vercelli, sette volte campione d’Italia, di cui abbiamo parlato in un nostro precedente intervento. Ricordiamo soltanto che i piemontesi faticarono assai ad imporsi, 2-1, e che, come riportarono le cronache dell’epoca, «era una giornata fredda e piovosa, ma tutta Città di Castello era lì, intorno al campo Elia Volpi a godersi, indifferente a tutto il resto, l’eccezionale spettacolo». E per quello che era stato definito il più grande avvenimento calcistico della stagione vennero fissati prezzi adeguati: Recinto A lire 6, Recinto B lire 3, Tribuna lire 10!!!, mentre il manifesto che annunciava l’incontro “chiariva” che «Sono assolutamente vietate le entrate di favore anche con le tessere». Altri tempi, evidentemente.

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