Sport. Storie e aneddoti/Gli anni bui

Storia del calcio tifernate (9a parte)

di Giancarlo Radici

Sfumato il sogno-promozione l’U.S. Tiferno si ritrovò anche senza presidente. Era accaduto, infatti, che lo sforzo finanziario sostenuto in prima persona da Nino Corsi per tentare di portare la squadra nella massima serie, si era dimostrato, alla resa dei conti, superiore al preventivato e non più sostenibile. C’era il rischio di un fallimento finanziario personale e il calcio, negli interessi del presidente, non poteva che passare in secondo ordine.
Corsi, prima di ufficializzare la sua decisione, aveva sperato nell’intervento di altri personaggi mossi magari dal grande interesse che il gioco del calcio era riuscito a suscitare negli ambienti tifernati, e non solo in quelli sportivi. Non dimentichiamo il periodo che stavamo attraversando (la marcia su Roma dei simpatizzanti del partito nazionale fascista era avvenuta solo pochi anni prima) ma ancora il nuovo regime non aveva intuito le potenzialità propagandistiche del gioco del calcio capace com’era di coinvolgere le masse. Il quei momenti i nuovi amministratori puntavano su sport considerati più “virili” come il pugilato e la ginnastica, in particolare quella con gli attrezzi, poiché, scriveva un cronista locale «una nazione di deboli e rachitici non può essere una nazione vitale e libera».
Tale speranza, quindi, fu disattesa. Questa volta non si trovò in città un altro Ferrero, né una “cordata” (la chiameremmo così oggi), che potesse sostituirlo. Anzi c’è da rilevare che lo stesso Ferrero, attraversando anche lui un brutto momento dal punto di vista finanziario, dovette abbandonare la sua azienda agricola di Montemaggiore e intraprese in altri lidi la carriera di allenatore.
Giovanni Ferrero aveva avuto un ruolo di primo piano nell’affermazione del calcio nella nostra città. Prima, raccogliendo quell’invito lanciato dalla Commissione Straordinaria, ne aveva sventato la morte, poi era stato presidente della Società e giocatore per quattro anni (23 presenze e 13 reti). Tornerà dopo pochi anni in veste di allenatore. Ma di questo parleremo in seguito.
Partì anche l’allenatore ungherese Mayer e con lui se ne andarono tutti i principali protagonisti “forestieri” della precedente fantastica annata. Denicolai, il centravanti-operaio, se ne tornò alla Fiat a tempo pieno, gli altri, emigrarono per altri lidi portando sicuramente nel cuore l’U.S. Tiferno e i suoi fantastici tifosi.
Ci fu anche un altro addio ma, fortunatamente per l’U.S. Tiferno, soltanto dal terreno di gioco. L’austriaco Kristinus, dopo aver attaccato le scarpette al classico chiodo, subentrò alla guida tecnica al dimissionario ungherese Leo Mayer.
Rimasero soltanto i giocatori locali, più o meno giovani, che con tanta passione ricominciarono tutto daccapo, dalla Terza Divisione Regionale.
E furono tre anni “bui” dal punto di vista dei risultati, ma “luminosi” per la passione sportiva e l’attaccamento ai colori biancorossi che animò i giocatori di allora, ai quali va sicuramente la nostra riconoscenza per aver contribuito a tenere in vita una società che rischiava veramente di vedere compromesso il suo futuro. Ma gran parte del merito va al nuovo presidente, quel Mario Tellarini pioniere del gioco del calcio e cofondatore, dieci anni prima, dell’U.S.Tiferno, oltre che ottimo giocatore nei primi anni della sua attività.
Il cav. Tellarini, come tutti lo chiamavano, ebbe il coraggio, in quel lontano 1928, di assumersi la responsabilità della squadra. Ne fu poi presidente fino ai primi anni cinquanta.
In quei tre anni avvenne la definitiva consacrazione di Moretti, del cui esordio l’anno prima, a soli 15 anni, abbiamo parlato nella passata puntata: un motorino dal dribbling stretto e rapido, sgusciante e imprendibile per i difensori avversari, uno dei prodotti locali più conosciuti, all’epoca anche fuori dai confini regionali (15 reti in 25 incontri disputati). Ancora meglio andò a Giorgio Pazzagli, centravanti completo di manovra e sfondamento, che continuò poi la sua carriera nella Lazio e nel Perugia. Indimenticabili per la loro grinta Guido Alunno e Menco Francoia, conosciuto nel dopo guerra come “Menco dello Scurtico” per il suo successivo lavoro di custode al Mattatoio Comunale che si trovava dove ha sede oggi la Comunità Montana. Con loro Rossi Angiolo “Terolla”, Massa, Bassini, Materazzi, Fiordelli, Bocciolesi, Trombi, Ceccagnoli, Serafini, Ruscitti, Carlo e Virgilio Gentili, e tanti altri giovani prodotti locali, tutti sotto le ali protettive dell’anziano, ma sempre valido Felice Papi.
Ci piace chiudere questa parte della storia tifernate con la coppia di portieri “raccontati” dall’indimenticabile numero uno “Pagnotina” nel libro “Aldo Agostinelli”, curato dal sottoscritto: «Avevo sei o sette anni e c’era un terzino della “Tiferno”(Fiordelli, detto “Farinaccio”) che mi portava al vecchio campo (Elia Volpi) a vedere gli allenamenti. Stavo seduto dietro la porta con la ferrovia quasi addosso. Alle mie spalle passava il trenino merci per le manovre di carico, ma il mio sguardo era sempre incollato a quei due pali che avevo davanti a pochi metri dove si muovevano due uomini volanti, Caldei e Sgaravizzi, con il numero 1 sulla maglia.
Caldei, per tutti era “Silla”, grande senso della posizione, portiere di sicuro affidamento. Sgaravizzi, detto “Giubbino”, giovane promessa e sicuro successore di “Silla”, prossimo al ruolo di allenatore, aveva uno stile tutto suo. Era un istintivo, non conosceva la tecnica di posizione. Aveva uno scatto e una elevazione impressionante che gli permettevano salvataggi impossibili».
Grazie a loro il calcio a Città di Castello continuò ad esistere e anche se in questi tre anni non ottennero risultati brillanti ebbero il grande merito di tener viva la passione degli sportivi tifernati per quel gioco che amavano. •

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