SPORT. Storia del calcio tifernate (12a parte)

Verso tempi migliori

di Giancarlo Radici

Il lavoro dell’allenatore Ferrero diede subito i suoi frutti. Il campionato del ’33 può sicuramente essere definito quello della rinascita. I giovani locali, che componevano la totalità della squadra, fecero tesoro delle esperienze maturate nella passata stagione e i tifosi ricominciarono a partecipare in maniera significativa alla vita della società biancorossa. Va detto, però, che la stampa locale si interessò solo marginalmente di quanto avveniva in seno all’U.S.Tiferno, anche perché partecipava a un campionato di basso livello. Forse i nostri cronisti si sentivano più impegnati a seguire gli sviluppi del nuovo regime, che stava avendo sempre maggior presa anche nel tifernate. Sta di fatto che di questo campionato mancano commenti in cronaca e abbiamo soltanto cifre nude e crude che servono unicamente per la statistica.
L’interesse per le vicende politiche, infatti, stava diventando predominante e l’Amministrazione Comunale, proprio in quel periodo, si trovò nella urgente necessità di attrezzare un campo per l’addestramento della gioventù e degli iscritti ai corsi premilitari. La soluzione fu subito trovata nell’impianto utilizzato per il gioco del calcio.
Il terreno intitolato a Elia Volpi, sul quale oramai da quasi otto anni si stava scrivendo la storia dei biancorossi, (l’inaugurazione era avvenuta nel maggio del 1925), era stato definitivamente acquisito dal comune quattro anni dopo. Evidentemente, malgrado quanto era stato riportato dai cronisti locali al momento della sua inaugurazione, quel terreno non era stato ceduto dal suo illustre proprietario, ma semplicemente “messo a disposizione” dell’Amministrazione Comunale, per permettere alla squadra di calcio di disputare i suoi campionati in un impianto degno degli impegni che stava affrontando. A carico della società calcistica erano rimaste le spese di gestione e di mantenimento dell’impianto, alle quali lo stesso comm. Volpi, tuttavia, sembra avere successivamente provveduto in maniera veramente signorile. Non si spiega altrimenti la grossa sovvenzione di lire 5.000 elargita dallo stesso alla società tifernate (come riportano le cronache dell’epoca) pari a quelle che contemporaneamente destinò alla Cassa Scolastica del Regio Ginnasio e all’Accademia degli Illuminati. L’illustre cittadino, infatti, destinò a vari altri Enti e Associazioni somme nettamente inferiori. Conoscendo la sua passione per le buone lettere e l’arte, aver accomunato lo sport a Scuola e Cultura non fa che confermare questa nostra convinzione. L’acquisizione dell’area sportiva permise all’Amministrazione Comunale di sollevare definitivamente la squadra di calcio dalle spese di gestione e mantenimento dell’impianto, e anche di risolvere definitivamente un problema che stava particolarmente a cuore ai nuovi amministratori.
Da tempo, infatti, le autorità provinciali, sostenute anche da certa stampa, lamentavano l’assenza a Città di Castello di un luogo all’aperto, adatto all’addestramento della gioventù e degli iscritti ai corsi pre-militari voluti dal regime. Lo stesso sarebbe potuto servire ai “giovani balilla”, bambini e ragazzi dagli otto ai diciotto anni di età, inseriti nell’associazione fascista a carattere parascolastico, istituita da Benito Mussolini nel 1926 e che non avevano trovato ancora un sito definitivo dove svolgere i loro frequenti saggi. La bella tribuna costruita con il legname proveniente dalla tenuta di Montemaggiore e offerto (questo sì gratuitamente!) da Ferrero avrebbe assicurato una comoda ospitalità alle autorità cittadine. Il tutto venne realizzato senza suscitare polemiche anche perché l’U.S.Tiferno, per i propri impegni annuali, utilizzava l’impianto per poco più di due mesi ed «era un vero peccato non sfruttarlo per altre attività, magari dopo averlo dotato di palestra per le esercitazioni ginniche studentesche». Così sentenziarono anche i cronisti dell’epoca.
E che la semina del neo allenatore Ferrero fosse destinata a dare i suoi frutti lo si vide subito quell’8 ottobre quando prese il via il campionato. I tifernati, ospiti del Gubbio, diedero vita a un incontro avvincente e ricco di colpi di scena che li vide vincitori per quattro reti a due.
La domenica successiva al termine di un memorabile scontro riuscirono a imporre il nulla di fatto, due reti per parte, alle “riserve” del Perugia, un complesso formato da giocatori che si alternavano nella formazione titolare impegnata in tornei di maggiore prestigio. In quel campionato si verificarono dei fatti che crediamo debbano essere riportati per far meglio intendere in quale contesto si stesse muovendo il calcio in quegli anni. Nei campionati “minori” non vigeva strettamente la regola dei gironi di andata e ritorno e, spesso, erano situazioni locali (festeggiamenti vari o fiere) a determinarne la successione degli incontri. E così in quella che per la statistica sarebbe stata la terza giornata del girone di andata, quindici giorni dopo il primo confronto, tifernati ed eugubini si affrontarono nuovamente all’Elia Volpi. I biancorossi si imposero per tre reti a zero. Stessa situazione per i due ultimi incontri del campionato che videro opposti ai tifernati il Gualdo. Furono incontri veramente ricchi di colpi di scena e di reti, tredici in tutto, che videro la Tiferno impattare, 3-3, all’Elia Volpi e superare gli avversari in campo esterno, 4-3. Questa vittoria, in quello che fu l’ultimo impegno del campionato, permise ai biancorossi di ottenere in classifica un insperato secondo posto finale che, però, non permise loro il salto di categoria.
Il campionato fu caratterizzato anche dall’alto numero di reti messe a segno, ma anche subite, dai tifernati negli otto incontri disputati, 21-13. Quattro furono le vittorie, tre i pareggi e in una sola occasione uscirono sconfitti dal confronto di ritorno in quel di Perugia.

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