Sansepolcro/Irlanda del nord una storia dimenticata

Un importante incontro dell’Associazione “Cultura della pace”

di G.R.

L’associazione Cultura della Pace, in collaborazione con il Comune, le scuole superiori e altre associazioni, ha promosso, nell’ambito dell’annuale cena organizzata per la presentazione del calendario e parlare di non violenza, una inusuale rivisitazione di una vicenda europea, considerata locale e marginale, certamente pochissimo conosciuta dal grande pubblico: la repressione nell’Irlanda del nord da parte dell’esercito inglese. A parlarne è stata invitata Silvia Calamati, una giornalista che ha seguito quelle vicende fin dall’inizio e le ha raccontate con una partecipazione estremamente appassionata. Illustrando con dovizia di informazioni il volto feroce del potere quando è attaccato. Chi ha seguito le vicende politiche degli ultimi quarant’anni in Europa, ricorda la repressione che l’esercito inglese esercitò nell’Ulster o Irlanda del Nord per contenere una “guerra di religione” tra cattolici e protestanti. La giornalista ha invece presentato un quadro totalmente diverso: non guerra di religione ma pulizia etnica per liberare quel territorio dai cittadini favorevoli a riunificarlo alla madre patria: l’Irlanda di Dublino o Eire. Negli anni Settanta c’è stato in Irlanda nel Nord un crescendo di violenze dovuto all’insofferenza per lo stato di polizia realizzato e per le discriminazioni sociali tra chi voleva mantenere l’unione con l’Inghilterra e chi la rifiutava. L’Irlanda del Nord, ha detto la giornalista, è stata l’ultima colonia inglese a guadagnare la libertà. La descrizione delle infinite e orribili angherie esercitate dall’esercito britannico, getta molte ombre sulla “civilissima” Inghilterra. «Margaret Thatcher dovrebbe essere denunciata all’Aja, al Tribunale dei diritti civili, per come ha condotto la politica di repressione in quel paese negli anni Settanta-Ottanta». Un regime di emergenza continua, misto a torture, arresti indiscriminati, isolamenti in hangar riadattati alla meglio come carceri, reclusioni senza motivo e senza processo.
Il simbolo della rivolta è stato Bobby Sands, un giovane che si è lasciato morire di fame in carcere per richiamare l’attenzione del mondo su quell’incredibile stato di polizia instaurato in Europa. Lasciarsi morire di fame, ha spiegato la giornalista, ha in Irlanda una tradizione civile: chi subisce un torto e non riesce a ottenere giustizia si lascia morire di fame di fronte alla casa dell’autore del torto.
La vicenda irlandese nasce nei primi anni del 1900 quando l’Irlanda ottenne l’indipendenza, eccetto la parte nord che rimase annessa alla Gran Bretagna. Ci furono sempre discriminazioni verso i cittadini che volevano la riunificazione ma le cose precipitarono il 30 gennaio 1972 quando, a Londonderry ora Derry, i paracadutisti inglesi spararono su una manifestazione nazionalista uccidendo 13 civili. La carneficina passò alla storia come Bloody Sunday, la domenica di sangue. La reazione dell’Ira – Irish repubblican army – un’organizzazione paramilitare nata per combattere il Regno Unito e raggiungere l’indipendenza dell’isola nei primi anni del 1900, condusse alla ripresa della guerriglia. Seguirono venti anni di torbidi sempre più violenti con stragi di civili da entrambe le parti, fino al 1998, quando si trovò l’accordo tra i governi inglese, dell’Eire e dell’Irlanda del nord.
La cosa interessante di questa iniziativa è stato il coinvolgimento di studenti sicuramente totalmente all’oscuro di una vicenda europea recente, gravissima sul piano della civiltà. Ma, soprattutto, è stata l’occasione per far capire cosa significa affrontare la feroce spietatezza del potere quando vuole opporsi alla volontà popolare. La vicenda è stata raccontata anche in un pub locale molto frequentato da giovani e ragazzi.

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