Rifiuti/Rifiuti zero umbertide chiama

Rifiuti. Conversazione con Marco Montanucci del Comitato Inceneritori Zero

di Alessio Biccheri

Il giugno scorso il comune di Umbertide ha deciso di aderire, per primo in Umbria, al progetto “Rifiuti Zero” la rete internazionale che si prefigge di arrivare, entro il 2020, a non aver più bisogno di discariche. Canberra (Australia) fece da battistrada nel 1995 seguita a ruota da metropoli come San Francisco e Los Angeles che oggi hanno percentuali di “sottrazione” dalla discarica (rifiuti urbani e speciali che non vengono né seppelliti né bruciati) altissime. Risultati stupefacenti che hanno innescato una bomba virtuosa la cui onda d’urto è stata captata per la prima volta in Italia nel 2007 a Capannori (Lu). Una città di 40mila abitanti, che oggi può vantare l’82% di raccolta differenziata, il 25% di riduzione della produzione di rifiuti ed è capofila di un elenco sempre più numeroso di amministrazioni locali che, nei primi di ottobre, hanno dato vita a un coordinamento nazionale dei Comuni Rifiuti Zero.
Umbertide è stato il 41esimo e con un gesto coraggioso che parla di sostenibilità e di rifiuti come una risorsa, suona la carica a tutta l’Umbria sonnecchiante.
Ne abbiamo parlato con Marco Montanucci, vice presidente del Comitato Inceneritore Zero, attivo da quasi trent’anni in difesa prima del territorio dove stava sorgendo la discarica del Comune di Perugia e che ora si oppone alla costruzione di un inceneritore. «È stata per noi una grande vittoria» ci dice. «Con questa delibera la giunta si è prefissata degli obiettivi importanti: si punta a raggiungere entro il 2014 il 75% di raccolta differenziata, si passerà dalla tassa alla tariffa e verrà istituito l’Osservatorio Rifiuti Zero del Comune di Umbertide». Per ora in tutta la città, a esclusione del centro storico, è arrivato il “porta a porta”. La raccolta non è più mensile ma settimanale e l’umido viene raccolto due o tre volte alla settimana. Gli effetti sembra che già ci siano: Umbertide è passata dal 27,51% di raccolta differenziata al 35,55%. «Aderire ai Rifiuti Zero, cominciare con la raccolta porta a porta – secondo Montanucci – è stato fondamentale anche a livello di sensibilizzazione: la gente ha la possibilità di toccare con mano l’importanza di riciclare e ridurre il proprio impatto sull’ambiente».
Ridurre, differenziare, riciclare, riusare: gli obblighi che ci spingono in questa direzione sono tanti. In primis il piano regionale di gestione dei rifiuti che impone ai comuni umbri di raggiungere il 65% di raccolta differenziata entro il 2012, pena un’ammenda. Anche se, ci spiega Montanucci, «parliamo di una cifra irrisoria, tanto che Dottorini propose di innalzarla per avere la certezza che il traguardo fosse raggiunto. Molto probabilmente invece dovremo assistere a un condono come successe con gli obiettivi del precedente piano regionale dei rifiuti. Se questo non avverrà pagheremo di tasca nostra l’inedia dei nostri amministratori». Osservando i dati, la situazione in Umbria non è affatto rassicurante. Nel 2010 eravamo al 31,90% di raccolta differenziata, quando invece dovevamo raggiungere il 50% e l’incremento rispetto all’anno precedente era stato solamente dell’1,56%. Inoltre la produzione di rifiuti era salita di 10mila tonnellate: 6 kg per abitante. «E tutto questo mentre ci sono esempi come Giano che in un anno ha fatto un salto del 38% o Bettona che nello stesso periodo è aumentata dal 34,33% al 54,58%. In più, chiarisce Montanucci , «nonostante gli sforzi che si fanno per sensibilizzare, le informazioni stentano a essere chiare. Per esempio sulla plastica: invece di fare distinzioni ingannevoli fra dura e morbida si dovrebbe dire che in Italia si può riciclare solo gli imballaggi».
Insomma facciamo poca raccolta differenziata, i paletti che la Regione ha dato alle amministrazioni locali sembra che non siano pungoli ma piuttosto morbidi cuscini e all’orizzonte c’è lo spettro dell’inceneritore. «Partiamo dal fatto che l’Umbria produce 530mila tonnellate di rifiuti urbani all’anno» rileva Montanucci. «Quelli speciali, che finirono nelle nostre discariche nel 2006, furono 135mila tonnellate in più dell’insieme dei rifiuti prodotti in regione. In 3 anni riuscirebbero a coprire da soli uno spazio pari all’ampliamento di Belladanza. E i numeri dei rifiuti speciali sono in aumento: si pensi che dal 2006 al 2009 sono passati da 2 milioni e 55mila a 2 milioni e 700mila tonnellate all’anno. È questo il business dei rifiuti da bruciare».
Se da una parte c’è l’inceneritore e bassa raccolta differenziata per far sì che quest’ultimo abbia di che campare, dall’altra si moltiplicano i casi virtuosi che di bruciare i rifiuti non ne vogliono più sapere. La Provincia di Lucca (vedi Capannori), per esempio, che ha aderito recentemente alla strategia Rifiuti Zero, ha stabilito all’unanimità di chiudere i due inceneritori presenti nel proprio territorio. «Pensare che le amministrazioni in questo caso hanno il coltello dalla parte del manico ci deve sollecitare a fare uno sforzo verso quella sostenibilità ambientale che il nostro pianeta ci chiede». «Con la raccolta porta a porta – ci dice Montanucci – il risultato è garantito. In un anno si può arrivare anche all’80% di raccolta differenziata. A quel punto è necessario studiare i metodi di riduzione dei rifiuti e di riprogettazione dei materiali come sta succedendo a San Francisco. L’augurio è di avere anche noi presto questa preoccupazione».

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