Referendum/Tutti alle urne!

Perché sostenere i refendum

a cura di Rosario Lembo*

È cominciato il conto alla rovescia verso l’appuntamento referendario del 12-13 giugno.
Trascurando le richieste avanzate dal Comitati promotore dei quesiti referendari e le ragioni del buon senso che avrebbero suggerito di accorpare le elezioni amministrative con le consultazioni referendarie, consentendo cosi di risparmiare oltre 300 milioni di euro, il Governo ha fissato nell’ultimo week-end previsto per legge, quello del 12 e 13 giugno la data di svolgimento dei 4 referendum abrogativi che consentiranno ai cittadini italiani di esprimersi sui 2 quesiti che riguardano l’acqua, su un quesito che riguarda il nucleare ed infine quello sul legittimo impedimento.
Contro questo appuntamento referendario è stata messa in atto, da parte del Governo, subito dopo la fissazione delle date, una azione di boicottaggio e di confusione mediatica finalizzata a scongiurare il raggiungimento del quorum. Molti gli ostacoli che si frappongono alla data di consultazione del 12 e 13 giugno, oltre all’atteggiamento governativo, e che rischiano di non consentire il raggiungimento del quorum. In primis la tornata delle elezioni amministrative che attraverso l’appuntamento del primo turno e ballottaggio, porteranno nel mese di maggio al rinnovo dei sindaci e dei consigli comunali di importanti città come Milano, Bologna, Torino, Napoli. Si aggiunga la chiusura delle scuole nella prima decade di giugno e quindi l’avvio delle vacanze.
Eppure i temi al centro della consultazione referendaria toccano non solo le tasche ma concernono il futuro di beni come l’acqua che rappresentano la vita stessa, quindi il benessere di ciascuno di noi! Il voto referendario del 12 e del 13 giugno affida infatti alla responsabilità dei cittadini il futuro di alcuni beni e servizi di particolare rilevanza rispetto ai territori e alla qualità della vita quotidiana: la gestione dell’acqua e dei servizi pubblici locali, come i rifiuti e i trasporti pubblici locali, il possibile ripristino del nucleare attraverso la costruzione delle centrali e infine il principio del pari trattamento dei cittadini di fronte alla Magistratura e alle leggi.

Purtroppo l’informazione e l’approfondimento dei quesiti referendari, non ha trovato né sta trovando molto spazio sui media. Un ritardo formalmente legato all’approvazione dei regolamenti per gli spazi a livello di radio e di televisione, di fatto frutto dell’ostruzionismo messo in atto nei confronti dei referendum. Una strategia di offuscamento che si associa alla confusione prodotta, con riferimento al quesito sul nucleare, con la presentazione del decreto legge di moratoria rispetto all’avvio del piano nazionale di costruzione delle centrali in precedenza approvato. Anche rispetto ai due quesiti relativi all’acqua e ai servizi pubblici locali, il Governo vuol varare un provvedimento che introduca una Autorithy nazionale a cui affidare non solo il controllo dei servizi pubblici locali, ma anche la determinazione di un nuovo metodo normalizzato che preveda l’eliminazione del principio della remunerazione del capitale. Anche questo ennesimo tentativo di intervenire sulla consultazione referendaria rischia però di non poter ottenere l’annullamento dei quesiti referendari. Su entrambi queste iniziative va pero ricordato, qualora i provvedimenti riuscissero a completare il loro iter parlamentare prima della scadenza referendaria, che l’ultima parola spetta alla Consulta e ai Comitati referendari
È opportuno pertanto che, proprio per contrastare questi atteggiamenti, associazioni e comitati che sostengono i referendum sull’acqua e sul nucleare continuino e anzi rafforzino le loro azioni per portare all’appuntamento del 12 e 13 giugno il maggior numero possibile di cittadini. Vincere il referendum è una sfida di civiltà. Come all’inizio del Novecento nazionalizzando acqua ed energia elettrica il Governo italiano si è fatto carico di garantire l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari a tutti i cittadini, così oggi nel secondo decennio del XXI secolo i cittadini italiani devono salvaguardare questa conquista sociale dal mercato e dalla speculazione, imponendo alla politica una nuova visione e gestione dei beni comuni.
La cultura politica dell’acqua e dei servizi pubblici locali di base, che si è affermata in Italia nel corso degli ultimi 20 anni, è stata quella di aver derubricato i servizi idrici, cioè l’accesso all’acqua e ai servizi sanitari, da diritti sociali che lo Stato e le sue articolazioni territoriali garantiscono a tutti, con costi a carico della fiscalità generale, a una merce, cioè a un servizio industriale di rilevanza economica da affidare alle logiche competitive del libero mercato.
Questo percorso di mercificazione e privatizzazione ha preso il via nel nostro paese con l’introduzione nella prima e unica legge quadro nazionale di razionalizzazione dei servizi idrici, la legge Galli (1996), (classificazione della gestione dei servizi idrici come servizi di rilevanza industriale e applicazione del principio del full recovery cost), che di fatto hanno aperto la strada ai successivi processi di privatizzazione dell’acqua.

Questa apertura della politica ai principi del libero mercato si è consolidata attraverso una serie di successivi provvedimenti e leggi proposti da governi e approvati dal parlamento che hanno ridotto l’autonomia degli enti locali ( legge n. 142/90 e Testo Unico degli Enti Locali (267/2000) per poi obbligare i Comuni alla trasformazione delle aziende municipalizzate in società di capitale (legge Finanziaria 2002), fino ad arrivare nel 2008 all’approvazione del Disegno di legge 135/2009 (decreto Ronchi).
Il Parlamento italiano, approvando nel luglio del 2008 l’art. 23, successivamente modificato dall’art. 15 del decreto legge 135 del novembre del 2009, ha infatti definitivamente concluso questo percorso verso la privatizzazione, classificando l’acqua come una merce, i servizi idrici come servizi di rilevanza economica da sottoporre al mercato e deciso di sottrarre ai Comuni l’autonomia di scelta delle modalità di affidamento, introducendo l’obbligo «di affidamento al mercato e a società di capitali della gestione del servizio idrico».
A questo processo di espropriazione dei Comuni dalla possibilità di scelta delle modalità di affidamento dei servizi pubblici locali, e in particolare degli acquedotti di cui i comuni sono proprietari, si è associata un ulteriore provvedimento (legge n.42/2010) che ha decretato la soppressione degli Ato, come organi di definizione e di controllo delle risorse idriche, e ha previsto che la competenza passi dai comuni alle province. Dal 31 marzo 2011 tutti gli atti deliberati dai comuni negli Ato saranno pertanto nulli.

La possibilità di modificare questo quadro legislativo, cioè di abrogare gli obblighi e le scadenze imposte dall’art. 23 sul piano della privatizzazione della gestione dei servizi idrici è affidato al raggiungimento del quorum dei SÌ a sostegno dei due quesiti referendari.
Sono due i quesiti relativi all’acqua che avremo di fronte il 12 e 13 giugno. E se non sarà raggiunto il quorum e quindi abrogato l’art. 23, ben 64 dei 92 Ambiti territoriali “ottimali” presenti in Italia (le assemblee composte dai sindaci, che attualmente gestiscono i servizi idrici e i rifiuti) saranno espropriati della possibilità di decidere e di scegliere le modalità di affidamento, cioè di continuare a gestire i servizi attraverso società di capitale da loro controllate. Ma soprattutto sarà eliminata la possibilità di poter continuare a scegliere le modalità di affidamento tra quelle previste dalle giurisprudenza della Comunità Europea.

Il raggiungimento del quorum al 1° quesito che classifica l’acqua una merce determinerebbe l’abrogazione dell’art. 23-bis, quindi la decadenza dell’obbligo del ricorso alla gara per affidamento dei servizi pubblici locali, in primis dell’acqua e conseguentemente dell’obbligo della cessione del 40% ai privati entro il 31 dicembre 2011. I Comuni recupererebbero così la loro autonomia di scelta in tema di modalità di affidamento dei servizi pubblici locali. E, per quanto riguarda l’acqua, potranno richiamarsi alla normativa comunitaria e salvaguardare la gestione diretta attraverso società a totale capitale pubblico, evitando la cessione di quote di capitale al mercato.
Salvare l’acqua, fonte di vita, dal mercato e la sua gestione dal conferimento ai privati, attraverso il raggiungimento del quorum e il trionfo dei SÌ, costituisce un segnale di forte impatto politico e culturale e segna il passaggio dalla delega in bianco e dalla sfiducia verso la politica, al ritorno dei cittadini alla difesa degli interessi generali, al condizionamento della politica dei partiti attraverso la partecipazione.
Qualunque sia il risultato della consultazione, la campagna referendaria avrà infatti raggiunto l’obiettivo di obbligare i partiti e le forze politiche presenti in Parlamento a schierarsi rispetto alla loro visione sull’acqua. Si saprà quindi con chiarezza come la pensano e come vogliono affrontare il bene comune acqua (diritto o bisogno, merce o servizio pubblico), obbligando così la politica ad assumersi le proprie responsabilità. «La soluzione alle disuguaglianze è la democrazia. La soluzione alla crisi dell’acqua è la democrazia ecologica….».
Per costruire una democrazia ecologica globale bisogna partire dall’ecologia sociale, cioè dai comportamenti di ciascuno di noi e dalla capacità di imporre alla politica una nuova scala di valori, in primis quello dell’acqua come bene comune.
L’importante è cominciare ad agire andando a votare il 12 e 13 giugno.

*Presidente Comitato italiano Contratto Mondiale sull’acqua-Onlus www.contrattoacqua.it
(Referente Comitato Promotore referendario www.referendumacqua.it )

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