Politica/Fumatina grigia

Città di Castello. Elezioni amministrative: il Pd nomina il candidato

Il Pd prima ha snobbato le primarie, poi le ha invocate: non per convinzione, ma per paura. Duranti, Bacchetta e Nocchi più che veri contendenti appaiono una cordata per il potere.

Ma non tutto è ancora deciso

di Antonio Guerrini

Finalmente il camino del conclave del Pd ha fumato. Al di fuori del palazzo non c’erano folle osannanti, in ginocchio, in attesa della nuova designazione. Forse qualche cane randagio che al momento dell’evento non ha nemmeno alzato la testa. Nessuno ha fatto il segno della croce al all’annuncio, o acceso una candelina, o alzato un braccio in segno di saluto e intonato un canto identitario. Segni di riconoscimento il Pd non ne ha, così come non esistono più colonne sonore capaci di far vibrare i polsi. Il vessillo del partito alle primarie di coalizione sarà portato da Domenico Duranti, già assessore al bilancio nell’attuale legislatura. Un papa curiale, si direbbe. Espressione della nomenclatura più consolidata.
Certamente con tale candidatura l’apparato ha vinto la sua prima battaglia contro chi pensava di poter innescare qualche timido spiraglio di rinnovamento nell’unione comunale e contro la componente di Coalizione Democratica, colpevole di aver spaccato il Pd e di essere stata all’opposizione nella passata legislatura. Sarà dunque il candidato dei cosiddetti circoli a contendere nelle primarie di coalizione il primato a Bacchetta, entrato in sordina nella competizione – a seguito dell’avvicendamento alla carica di sindaco al posto della Cecchini – e divenuto l’avversario da battere. Entrambi incarnano, da fronti diversi, la garanzia degli assetti costituiti in sede locale e regionale. Da Perugia, dicono gli addetti – e forse anche da più in alto – si è premuto molto perché si rinserrassero le fila, evitando fughe solitarie o esperienze pericolose in un momento in cui il partito rischia di esplodere in mille pezzi. Ma non saranno soli.
In corsa si è aggiunto l’ex sindaco, l’ex senatore, nonché ex assessore regionale Venanzio Nocchi. Insomma, quanto di più nuovo ci fu nell’antico (Nocchi all’epoca fu un candidato giovanissimo dell’allora Pci), con quanto di più vecchio c’è nell’attuale classe dirigente. Come si spiega questo strano e innaturale connubio? Poco o nulla è successo prima, mentre accade tutto adesso e all’improvviso nella ristrettezza dei tempi rimasti. Come mai? Le cronache raccontano di un’ultima assemblea dei grandi elettori Pd in cui tutti i nodi repressi sono venuti al pettine. I novatori Pannacciani-Veriniani si sono scoperti minoranza, Ciliberti ha sbattuto la porta senza attendere il verdetto (già scontato), il candidato è stato indicato con soli 35 voti. Una esiguità frutto del compromesso di vecchi apparati e potentati locali. La spaccatura del Pd dalle tante anime e dalle poche idee è ormai conclamata, e le conseguenze non si sono fatte attendere. Gianfranco Pannacci, del Gruppo dei Cento, ha rassegnato le dimissioni dall’unione comunale e dalla segreteria, dichiarando, giustamente, di essersi impegnato per il rinnovamento, mentre ha prevalso la linea “Per Castello non si cambia”. Presumibilmente, Ciliberti non starà a guardare.
Ma la chiave interpretativa dell’impasse attuale è la tardiva conversione del Pd a primarie fino a ieri snobbate. Se non avesse messo in campo un candidato da opporre a Bacchetta, il pro-sindaco, libero da vincoli di coalizione, avrebbe potuto aprire alla destra – cosa di cui non ha mai fatto mistero – alla quale si sarebbe spalancata, per la prima volta dal 1945, la concreta possibilità di rimettere i piedi in Giunta. È il timore di soccombere ad aver spinto il Pd sulla via delle primarie, non la convinzione di un progetto e del suo candidato. In questo caso, sia che vinca (con Duranti) sia che perda (con Bacchetta) potrà sempre rimanere aggrappato al potere. Ma un partito ridotto a fare simili calcoli, per timore riverenziale nei confronti di una forza col 2% dei consensi a livello nazionale e il 14% in sede locale – peraltro ottenuti non per meriti rivoluzionari ma per altre virtù pratiche di governo – a cosa potrà aspirare? Sel, allo stesso tempo, ha subito il contraccolpo della scesa in campo di Nocchi. Una scelta non condivisa dalla maggioranza del partito e causa di una forte tensione interna. L’ex senatore, infatti, non può correre per sé, in quanto la sua collocazione non gli consente di aspirare alla carica numero uno. Ma la logica delle primarie lo porrà a rimorchio di Duranti o di Bacchetta, in una unione innaturale che contraddice gli stessi orientamenti del partito di Vendola, il quale chiama il partito di maggioranza del centrosinistra sul terreno della discontinuità e non dell’arroccamento. Altre opzioni possibili, a sinistra del Pd, rimangono comunque aperte. Un candidato trasversale di più forze: Idv, Sel con gli scontenti del Pd e larga parte della società civile. Altrove ha funzionato: è l’ultima carta da giocare.

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