Politica locale/La paura del silenzio

Città di Castello. Rumore e intrattenimenti estivi

di Domenico Ronconi

Non può che essere questa la ragione che ha portato, l’amministrazione comunale di Città di Castello a ideare un ampio programma di intrattenimenti estivi, incentrato quasi esclusivamente sulla musica, in pieno centro storico.
Gruppi musicali e DJ, attrezzati di potenti amplificatori, hanno invaso la realtà urbana sovrapponendosi ad altra musica, anch’essa amplificata, proveniente da bar del centro, uno in particolare, di fatto trasformato in discoteca per alcuni giorni a settimana, tanto da non poterla più definire musica «ma piuttosto una marmellata sonora» (Carlo Moretti), perché solo di questo si tratta, anzi svilisce la musica. Questo tum tum tum ossessionante e primitivo, continuo, assordante, si avverte come una regressione drammatica dell’uomo contemporaneo ai livelli primitivi nei quali il linguaggio è appena formulato, elementare e pressoché analfabeta.
Un tum tum tum che oggi pervade le strade, le piazze, i locali pubblici, che ti passa vicino a tutto volume nelle auto guidate da giovani, anche loro immersi in questa specie di stordimento generale e generalizzato, dove il pensiero e i sentimenti vengono anestetizzati, per far sempre più posto a una specie di sonnolenza della mente sempre più uniformante e uguale per tutti; un «bagno amniotico» (Umberto Eco).
Tum tum tum, sembra proprio il rumore dell’esorcizzazione della paura del silenzio, avvertito come horror vacui per cui la musica acquista funzione apotropaica per scongiurare, allontanare il silenzio vissuto come angoscia. Il silenzio che fa pensare, che ci porta a dialogare con noi stessi, con la nostra consapevolezza della realtà delle cose, il silenzio che è impegno responsabile nei confronti degli altri, il silenzio che è ascolto attivo e quindi opportunità di dialogo e di riflessione, il silenzio, insomma, che responsabilizza e per questo è inopportuno e scocciante alla mente dell’uomo contemporaneo che vuole soltanto non pensare. La parola d’ordine è stordirsi, inebriarsi di chiasso, di alcol, di droga, di velocità inutile; insomma è l’assurda accettazione della morte, pulsione di Tanatos che si fa e si maschera da falsa vitalità.
L’inquinamento musicale occupa sia lo spazio fisico che psichico e, di conseguenza, priva gli individui di questi spazi indispensabili per la vita dell’IO e per la vita di relazione; priva della libertà tutti coloro che non vogliono ascoltare quella musica e/o non la vogliono ascoltare in quel momento. Anche la musica che amiamo può diventare insopportabile in certi momenti. I nostri amministratori, i nostri esperti soloni dicono che questo frastuono è cultura, è vitalizzazione del centro cittadino, è dialogo umano, è crescita, è socializzazione, è aggregazione. Allora ci si chiede: ci stanno prendendo in giro o ci credono veramente?
Se ammettiamo la prima ipotesi, allora dobbiamo credere che, pur avendo riflettuto su come certe scelte potessero essere dannose per il benessere psico-fisico di una parte dei cittadini e sul fatto, noto, che la musica non aggrega ma separa e segrega chi in quel tipo di musica non vuole riconoscersi, tali amministratori ritengono di nessuna importanza i principi fondamentali della convivenza civile, il rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo, uno fra tutti: il diritto al silenzio, al riposo, alla riflessione e, di nessuna importanza, il bene primario della salute (art.32 Costituzione) che l’inquinamento acustico sicuramente danneggia, come ampiamente dimostrato a livello scientifico e normato con leggi e sentenze. Se ammettiamo la seconda ipotesi e se ci credono veramente, allora siamo proprio messi male perché ciò significherebbe che coloro che ci amministrano sono alla ricerca, pure loro, dell’oblio vacuo e dello stordimento primitivo. Questa sarebbe la prova inequivocabile del degrado della nostra civiltà occidentale e del procedere verso la disgregazione inevitabile.
Come si può pensare che questo tum tum tum rimbombante che tutto copre, che entra nelle case e perfino dentro lo stomaco delle persone, sia condizione di dialogo quando non si riesce a sentire neppure la voce di chi cerca di parlarti allo stesso tavolo del bar o ristorante? Che tipo di ragionamento c’è dietro? O forse dietro non c’è proprio alcun ragionamento? Dove sono finiti: il pensare, il dialogare vero, la cultura e infine la politica?
Il problema, quindi, non è la musica che tutti gli uomini amano ma l’uso che si fa di questa, perché, come dice lo scrittore Valerio Magrelli: «…è un dono quando viene scelta, ritengo sia invece criminale imporre la propria musica a un altro…» e la cosa più triste è constatare che anche gli amministratori di sinistra sono totalmente immersi in questa palude di opacità e di mascheramento del vero.

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