Politica locale/Copiando s´impara?

Città di Castello.
Nel documento programmatico del Comune, che contiene interi brani copiati da quello di Torino, non c’è un solo dato, una priorità che ci possa far capire cosa intenda fare l’Amministrazione nei prossimi anni

Un elenco di buone intenzioni contenuto all’interno di un quadro elaborato a Torino. Può essere sintetizzato così il documento programmatico presentato dalla nuova amministrazione comunale di Città di Castello. E questo ci dà l’idea dell’approssimazione con la quale la Giunta si appresta ad affrontare i difficili cinque anni che ci attendono. Il documento contiene, avete capito bene, interi brani copiati da quello predisposto della giunta Fassino. Non ci sarebbe nulla di male se fossero state riprese delle proposte ritenute interessanti, attribuendone ovviamente la paternità al legittimo proprietario. Invece gli estensori del programma tifernate hanno ritenuto più comodo copiare di soppiatto alcuni concetti generali che costituiscono la cornice del documento e poi buttarvi dentro, come in un sacco, tutte le questioni aperte della città.
Si comincia a copiare fin dalla prima riga quando si afferma pomposamente che «si apre un nuovo ciclo nella vita di» Città di Castello. Si prosegue poi dicendo che «è soprattutto con la società tifernate e le sue tante articolazioni professionali, civili, sociali e religiose che la Giunta ricercherà in modo permanente lo scambio e la consultazione in vista» di soluzioni condivise a problemi comuni. E così via copiando. Brani del documento torinese vengono inseriti a pagina tre, quattro, undici, quattordici, quindici, e ventidue.
Ma questo è il problema minore, il fatto grave è che il documento tifernate non contiene un solo dato, una priorità che possa dare l’idea di quello che l’amministrazione intende fare nei prossimi cinque anni. Dopo un breve pistolotto iniziale, il documento affronta il tema dell’economia, delle infrastrutture e della mobilità. Ma in cinque pagine di chiacchiere e buone intenzioni, l’unica idea che emerge è quella, peraltro molto pericolosa, copiata da Torino. «Il ricorso a capitali privati – è scritto a pagina 3 – appare scelta obbligata per la realizzazione di opere infrastrutturali e di trasformazione urbana, ricorrendo al project financing e ai meccanismi finanziari che mobilitino e attraggano risorse aggiuntive a quelle pubbliche». Ma qualcuno si è domandato cosa vogliono i privati in cambio di questa loro mobilitazione? E chi è che valuta se la spesa vale l’impresa?
In tema di welfare si ribadiscono alcuni principi generali (l’universalità del diritto alla salute e all’assistenza), si garantisce che saranno confermate la Carta Argento e la Carta Giovani, si promette che sarà assicurata «l’accelerazione della rimozione delle barriere architettoniche», che sarà mantenuta l’alta qualità raggiunta dai nidi, ma non si dice mai come verranno raggiunti questi obiettivi. Per quanto riguarda poi la problematiche legate alla presenza dei nuovi cittadini, ce la caviamo con una bella frase a effetto copiata da Torino.
Al punto 4 del documento si parla della “città che verrà”. Ci viene ricordato che è in corso una variante al Prg ispirata alla «limitazione di consumo di territorio» e « al risanamento del tessuto urbanistico esistente». Si ribadisce che alcuni contenitori del centro storico (ex ospedale, ex Fat, ex mulini Brighigna) attendono soluzioni urgenti e non rimandabili, che dovrebbe finalmente essere realizzato il Centro di arte contemporanea presso il palazzo Vitelli a S. Egidio. Belle idee, ma non si dice né quando né in che modo verranno date le gambe a tutte queste proposte.
Sotto la voce “Una svolta ecologica” si sostiene di voler porre tra le priorità «la definizione di un piano globale che ci porti a essere una città europea di eccellenza ambientale», attraverso «un modello di mobilità dolce percepito e diffuso su tutto il territorio, favorendo l’utilizzo del trasporto pubblico, puntando sull’elettrico». Ma quando si realizzeranno questi bei progetti? Boh, non si sa. Eppure in campo ambientale delle cose si potrebbero fare subito e senza spendere una lira, come per esempio inserire nel regolamento edilizio disposizioni chiare a favore dell’istallazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile. O definire un programma che preveda di installare, nell’arco di un anno, pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici di proprietà comunale.
Il documento si chiude con una promessa: le tariffe dei servizi non saranno aumentate, almeno finché ciò sarà possibile. E in ogni caso eventuali incrementi saranno affiancati da esenzioni e agevolazioni «che salvaguardino equità e accesso tra gli utenti dei servizi e le fasce sociali di consumo». Speriamo che sia veramente così. E.R.

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