Politica locale/ I problemi del giovane gionata

Città di Castello. Eletto quasi all’unanimità il segretario Pd

E’ Gionata Gatticchi il nuovo coordinatore, ma restano aperti tutti i problemi che hanno caratterizzato la vigilia del congresso

di Simone Cumbo

Aria di burrasca ha accompagnato il congresso del Partito Democratico di Città di Castello. Alla fine, alla corsa per la segreteria dell’Unione comunale, è rimasta in piedi solo la candidatura di Gionata Gatticchi, che senza troppi clamori è stato eletto quasi all’unanimità. C’è stato solo qualche astenuto, nonostante una vigilia alquanto animata.
Il suo principale avversario, Lorenzo Accardi, ha deciso di ritirasi, sebbene avesse già pronte le linee programmatiche e anche le firme necessarie a presentare la propria candidatura. «Il percorso che ci sta portando al congresso – ha spiegato Accardi in una nota – è quello di una mera conta tra i vari schieramenti interni al partito, basata non sui contenuti ma sul peso, in termini di tessere, che i vari notabili del partito intendono mettere sulla bilancia».
È curioso che ciascuno dei due contendenti abbia, secondo i maligni, il proprio padrino politico: il segretario regionale del Pd Bottini per Gatticchi e l’ex sindaco Orsini per Accardi. E com’è noto, e come ci ha ripetuto un autorevole esponente del Pd tifernate, nascono proprio da questa ingombrante presenza «di padri e padrini che dettano condizioni e procedono alla conta in base alle tessere prodotte» le principali contraddizioni del partito. «Ma la politica dov’è?», si chiede l’anonimo esponente del Pd.
Il neo coordinatore Gatticchi ha dichiarato: «Noi vorremmo un’Unione comunale costruita non sulla base di “quote” suddivise tra le correnti, ma sulla base del merito, delle capacità e soprattutto dell’impegno, perché questo partito ha un gran bisogno di gente che abbia voglia di rimboccarsi le maniche. Vorremmo andare oltre le divisioni, come diceva in una campagna il segretario nazionale Bersani. O come orizzonte, L come lungimiranza, T come trasparenza, R come radicamento, E come essere democratici. Crediamo che questo sia il momento di fare un passo indietro rispetto ai posizionamenti di parte e due avanti verso la città e le sue esigenze concrete: vogliamo un partito che torni a formare la propria classe dirigente, che ascolti le critiche e le proposte dei cittadini, che faccia da tramite tra questi e l’amministrazione. Vogliamo che i circoli funzionino come casse di risonanza rispetto ai problemi e alle idee che vengono dai territori e, soprattutto, vogliamo che tutto questo sia l’opera non di una persona, né di una parte, ma di un collettivo».
Ma i problemi non mancano. Luciano Neri, responsabile nazionale della sezione esteri del partito, ha ricordato come «nel corso delle ultime settimane i trecento tesserati degli anni scorsi, in vista del congresso comunale siano triplicati di numero». E non è una caso che circa 80 tessere siano approdate alla Commissione di garanzia del partito in piazza della Repubblica. «Anche un cieco – ha aggiunto Neri – vede che le quasi mille tessere fatte non sono frutto di un radicamento o del fascino attrattivo del partito, ma il prodotto deteriore dell’azione di alcuni signori che con i programmi e i valori del Pd non c’entrano niente. Tesserati che pubblicamente hanno dichiarato di non appartenere al Pd o che mai si sarebbero iscritti. Salvo poi, come è successo ad alcuni coordinatori, trovarseli come nuovi militanti dell’ultimo minuto».
Ma hanno fatto clamore anche le parole dell’ormai ex coordinatore del Pd tifernate Franco Ciliberti, che nel formalizzare una propria corrente di riferimento dentro il Pd ha dichiarato: «Coloro che hanno avuto un riscontro personale nella lista del Pd alle ultime elezioni lo hanno fatto pesare quando si doveva scegliere la squadra di giunta, contro la mia valutazione politica. In quel frangente ho sbagliato, dovevo rassegnare le mie dimissioni da coordinatore. Oggi non mi presento perché vedo un quadro molto confuso e contraddittorio». E anche lui denuncia il «miracolo» delle tessere. «Nel 2010 erano 350, oggi sono salite a 902». «Credo – ha poi aggiunto – che il partito rischi di nuovo la paralisi, proprio perché da noi non esiste contaminazione tra provenienze diverse. Resto nel partito e cercherò di organizzare un’area di riferimento perché solo nel dibattito tra le idee e non con il falso unanimismo si cresce».
Anche Walter Verini, deputato e storico “veltroniano”, esprime la sua «contrarietà a un congresso che sia una mera conta di tessere, di truppe l’una contro l’altra armate o l’una con l’altra alleate: il congresso si fa per discutere sui problemi della città e non per contarsi». «È possibile – ha aggiunto – come ha detto il segretario regionale del partito, che il tesseramento fatto nelle ultime due settimane sia formalmente “sano”. Ma quello che non è sano è il fatto che in pochi giorni, e solo perché ci si avvicina a un appuntamento congressuale, gli iscritti siano passati da circa duecento a mille». «A Città di Castello – ha proseguito – abbiamo la responsabilità di ricostruire un rapporto con la città, oltre a l’identità di una forza politica che non abbia come orizzonte solo gli assessorati o le preferenze, ma anche la definizione di una nuova stagione per una comunità colpita pesantemente dalla crisi».
Ed è certo che non aver risolto il problema tutto politico della commistione fra politica e amministrazione (Gatticchi è capogruppo Pd in consiglio comunale) sarà uno dei nodi che il partito dovrà prima o poi sciogliere.

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