Personaggi/L´EREMO E´ UN GUSCIO

Ricordando Adriana Zarri

di Ivan Teobaldelli

Mi capita tra le mani il bel libro di Adriana Zarri Un eremo non è un guscio di lumaca appena ripubblicato da Einaudi, con la toccante prefazione di Rossana Rossanda. Le due donne erano amiche e si frequentavano. E benché di opposta sponda culturale – una atea e marxista, l’altra monaco e teologa – avevano in comune un’aristocrazia dello spirito e la stessa laicità nelle comuni battaglie culturali.
Adriana Zarri se n’è andata l’anno scorso, nella notte tra il 17 e il 18 novembre 2010, nel suo eremo di Crotte di Strambino (To). Aveva compiuto novantuno anni e me la immagino lasciare questa terra con l’ultima carezza a uno dei suoi gatti adorati. L’avevo incontrata, assieme all’amica Marc de’ Pasquali, nel maggio del 1988, per una lunga e articolata intervista che era uscita sulla rivista Babilonia. Ne riporto oggi alcuni estratti per l’altrapagina. È il mio modo per ricordarla e per dirle quanto la sua voce e la sua penna ci manchino «in questo inverno del nostro scontento».
Vive in un paesino del Canavese e la strada termina sulla soglia di casa, davanti a un grande portone di legno dove fanno la guardia, dipinti sul muro, due santi “terribili”: san Giovanni Bosco e san Carlo Borromeo. In questa cascina prega e lavora un monaco donna.
Da qualche anno Adriana Zarri è famosa in tutta Italia per le sue apparizioni in tv nelle trasmissioni di Zavoli e in Samarcanda di Santoro. E per le sue collaborazioni a Settegiorni, Rocca, Humanitas, Concilium, Il Manifesto, L’Unità. Ma questa notorietà non libera il cronista, mentre suona il campanello, dalla preoccupazione di disturbare. Monaco forse viene da “monos”, solo. Come non sentirsi “invadenti” nei confronti di chi ha scelto il silenzio e la preghiera? E come non pensare inadeguata la lista di domande per l’intervista? Ma Adriana Zarri non ha il carattere bilioso dei due santi da guardia e invitandoci a sedere sotto la pergola, tra un viavai di gatti sornioni, scioglie l’impaccio in una pacata e amabile conversazione.

Io sono nata sull’acqua
Chi è Adriana Zarri? Dove è nata? Com’è diventata teologa?
«Vuoi una piccola biografia? Eccola: sono emiliana, di san Lazzaro di Savena, nella bassa bolognese. Sono figlia d’un mugnaio e ho trascorso l’infanzia all’ombra d’un mulino. C’era il canale dell’acqua che passava sotto la casa. Nel sotterraneo c’erano le turbine, con le pale di rovere che giravano orizzontali e la mola che macinava il grano e l’avena. Ho sempre amato la pianura perché mi dà il senso della vastità. Non è vero che è monotona. È monotono forse il mare?
I primi studi e il liceo classico li ho fatti a Bologna. Poi ho incominciato a interessarmi di teologia. Seguivo dei corsi perché le università teologiche erano aperte solo ai chierici. Un laico – immaginarsi una donna – aveva molte difficoltà a entrarci. Nel frattempo ero entrata in un istituto secolare, la Compagnia di san Paolo, a Milano chiamata popolarmente la Cardinal Ferrari, dal nome del fondatore. Lì ho trascorso otto anni, chiarendomi le idee. Volevo essere laica a pieno titolo. Avevo già idee “eccentriche” rispetto a Roma e avevo solo due strade: o stare zitta o compromettere l’Istituto. I miei superiori compresero. E tra lacrime e benedizioni accettarono la mia scelta. Mi trasferii a Roma fino a quando, vent’anni fa, non decisi di vivere definitivamente in forma monastica».
E qual è stato il tragitto che ti ha portato all’esperienza letteraria?
«Fin da bambina volevo fare la scrittrice. Ricordo in terza elementare un tema che la maestra ci fece svolgere sulla morte della regina Margherita. Davanti al mio componimento disse: “È così bello che si potrebbe pubblicare sul giornale”. Ero una bambina di origini proletarie e ne rimasi molto colpita. Il tema cominciava così: “La signora maestra è andata a Bologna e ha visto esposte le bandiere. Ma… erano abbrunate”.
Poi adolescente ebbi una grossa crisi religiosa. Quel dio, lassù, come ce lo predicavano, non m’andava giù per niente. Troppo autoritario e vendicativo. Mi trovavo in consonanza con gli antichi Padri, con Gregorio di Nissa. Con quella grande riscoperta della Patristica operata da De Lubac… e dal primo Danielou, finito anche lui conservatore con lo stesso percorso di Ratzinger. Chissà se è il potere o l’età a spingere inevitabilmente alla conservazione…».

Il terremoto del Concilio
Che effetto fece quella grande svolta “profetica” che fu il Concilio Vaticano II?
«In realtà la Curia Romana non ha mai digerito il Concilio. Neanche il clero medio, anche se non ha il coraggio d’ammetterlo pubblicamente. I commenti dei curiali di allora erano: ora che questi (i vescovi) se ne tornano a casa, restiamo noi. Ricordo la risposta d’un vescovo molto conservatore davanti al cambiamento sollecitato dal Concilio: “Passa… passa!”.
Ti faccio un esempio: il discorso delle indulgenze. Il Concilio l’aveva affrontato bene ma fu frenato. Con la celebrazione dell’Anno Santo tutto tornò come prima. In questo momento c’è una grande rivalutazione di Paolo VI nei confronti del pontefice attuale (Wojtyla n.d.r.). Eppure Montini è stato il papa della “Humanae vitae”, del celibato, della normalizzazione della chiesa olandese. Mi è sempre sembrato – anche culturalmente parlando – un piccolo borghese bresciano. Poi c’è stato papa Luciani. è stato fortunato perché in soli due mesi di pontificato ha lasciato di sé un’immagine di bontà e di semplicità. Ma se fosse durato, sarebbe uscito tutto il suo conservatorismo teologico».
Ma cosa si riesce a sapere dei criteri di scelta d’un nuovo pontefice?
«Ah, i giochi del Conclave! Pellegrino confessava di non aver mai creduto che il Conclave fosse cosa così dura e spietata. Vedi, chi elegge il Papa non sono i vescovi ma i cardinali. Una categoria non biblica. Vincono i grandi aggruppamenti di potere, chi ha la capacità di convincere gli altri e dirottarne il voto. Pellegrino a Wojtyla l’ha appoggiato. Se ne è accorto dopo, della poca sintonia. Della sua convinzione di possedere un’implacabile infallibilità».
Anche dell’incapacità di affrontare un tema così presente e controverso, nella cultura attuale, come è la sessualità?
«Ho un grande amore per la sessualità. Credo anzi che questo amore sia una verifica del carisma della verginità. Se non c’è, ho subito il sospetto che la verginità sia una forma di frigidità o di frustrazione. Ho sempre pensato che la sessualità sia un fatto ontologico che va alla radice ultima del nostro essere. Credo anche che in Dio ci siano le radici della sessualità. Adesso c’è una certa riconsiderazione del politeismo che possiede divinità maschili e femminili. Anche noi abbiamo questa ricchezza. Il nostro è un Dio trinitario. Vuol dire che l’unità non è monolitica, ma articolata e comprende la pluralità, la dialettica, il dare e il ricevere. Se la sessualità ha un peso ontologico, come ritengo io, si può dire che in Dio c’è una polarità maschile (il Padre, il dare) e una femminile (il ricevere, lo Spirito, che dagli antichi padri era accostato alla donna). Le femministe ci accusano d’adorare un dio padre, maschio, dove il privilegio del padre è proiezione della virilità. Ma noi adoriamo Dio padre, figlio e spirito, dove lo spirito è maternità. Secondo quel discorso di papa Luciani che molti presero per rivoluzionario e altri per una boutade. Ma già nella bibbia ci sono immagini femminili di Dio.
L’uso punitivo della sessualità nasce probabilmente nel trapianto del Vangelo in Grecia. Una Grecia allora spiritualistica, stoica, dove la materia era considerata infetta (e la sessualità ha troppo a che fare con la materia). Quella femminile soprattutto, considerata carica d’impurità. La sessuofobia diventava allora antifemminismo. Quando a questa concezione si aggiunsero le considerazioni di carattere patrimoniale (perché i beni della Chiesa non andassero persi nell’eredità) si arrivò all’obbligo del celibato. Eppure a me risulta che il carisma del sacerdozio è molto più frequente di quello del celibato, che nella maggior parte dei casi, dai preti viene subìto senza alcuna propensione naturale e psicologica. L’educazione al celibato fatta nei seminari, fino a qualche decennio fa, insegnava che la sessualità non è un bene ma una cosa sporca. E che è perdonata solo per mettere al mondo i figli».

Il pane della preghiera
Tu preghi in una piccola cappella, ti alzi alle quattro del mattino… che forma di preghiera ti è più congeniale?
«La domenica frequento la messa. Gli altri giorni celebro quella liturgia che gli antichi eremiti chiamavano “missa sicca”. Si leggono i testi liturgici del venerdì santo e al racconto della cena porto a tavola il pane e il vino precedentemente consacrati da un sacerdote, e mi comunico. Io qui faccio ospitalità di preghiera. Di sotto c’è un piccolo appartamento per gli ospiti, autosufficiente, con la cucinetta. Poi la sera si prega insieme».
In che senso ti definisci laica?
«Vedi, in antico i monaci erano persone laiche che decidevano, sotto responsabilità personale, di vivere in solitudine e in silenzio. Io sono gelosa di questa possibilità e non voglio nessun riconoscimento o avallo dall’autorità. Nel momento in cui mi metto una marca da bollo, cambia la mia situazione ecclesiale, diminuisce la libertà che si oppone al potere massificante delle istituzioni. Il monaco di qualità è sempre stato un pungolo in seno alla Chiesa, un anarchico nel senso alto. Nel tempo la chiesa istituzionale ha messo le mani sui monaci ed è cominciata la loro decadenza. Tutti gli ordini sono ormai istituzionalizzati: i benedettini, i circestensi, i camaldolesi… Il termine laico oggi è diventato ambiguo. Una volta si sapeva benissimo che indicava un battezzato che non aveva ordinazioni. Adesso invece impropriamente denota “i non credenti”».
Sei stata mai trattata da strega?
«No. Anche se mi arrivano lettere che mi accusano d’essere una falsa eremita, di fare opera deleteria criticando il papa. Però molti mi stimano. Mi stupisce anche l’effetto di popolarità che dà la televisione. Sono lontana e fuori dal giro. Non credo di dire cose straordinarie, ma quelle che normalmente penso. Forse in tv è accattivante il candore con cui dico le mie convinzioni. Vicino a personaggi rampanti alla Giuliano Ferrara…».

È l’ora di governare i polli e i conigli. Adriana Zarri ci precede sul campo e va a falciare l’erba. Nel tragitto visitiamo la cappella, ricavata da una stalla, col foro del granaio che illumina dall’alto di pulviscolo dorato il cesto di vimini dove è conservata l’Eucarestia. C’è nella penombra una quiete di pietre e di pensieri. Forse a questo assomiglia la vita d’un monaco: lontano dal rumore e dalla confusione, un sasso fresco dove posare il capo.
(maggio 1988)

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