Personaggi / Il divino in ognuno di noi di Achille Rossi

Ho cominciato a leggere gli scritti di Bellet alla fine degli anni ’60, quando una casa editrice romana ha stampato un libro emblematico dedicato alla figura del prete. “La paura o la fede” tracciava un percorso di riduzione all’essenziale dentro i vicoli ciechi del pensiero cristiano. Un lavoro precedente Bellet l’aveva dedicato a coloro che perdono la fede nel travaglio della crisi contemporanea. La sua prosa limpida e coinvolgente mi affascinava e tutte le volte che andavo a Roma non mancavo di far visita alla libreria internazionale di Via della Conciliazione per acquistare l’ultimo libro di Bellet. Ero un cliente abituale e il vecchio libraio si meravigliava che potessi leggere opere così difficili. “Il senso attuale del cristianesimo”, “Le point critique”, “Naissance de Dieu”, “Fede e psicoanalisi” si sono susseguite con cadenza quasi annuale, seguendo il percorso dell’autore, convinto che la modernità ha logorato i fondamenti ideologici e culturali della civiltà occidentale.
Cosa resta quando non resta niente? La risposta di Bellet era di una semplicità assoluta: rimane quel qualcosa di ineffabile che si offre nella relazione umana. È una specie di gioia primitiva di essere, che permette di percepire il volto dell’altro come volto, la voce come parola, il corpo come amore. Se questa luce non attraversa la relazione, non si instaura nemmeno l’umanità dell’uomo.
L’opera che esprime meglio le intuizioni di Bellet è senz’altro “La Via”, un libro che ho letto e riletto più volte come fosse un viatico, perché la Via è indispensabile per uscire dall’angoscia e dalla distruzione. La Via appare lontana, invece è vicinissima, sta qui e ora, nel corpo, nell’istante, nelle cose. Ogni essere umano può trovarvi il suo spazio, perché la via è di tutti. Non chiede nulla: semplicemente offre.
Avevo trovato in Bellet una fonte di ispirazione e dopo aver letto i suoi libri ho deciso di incontrarlo di persona a L’Arbresle dove egli teneva un seminario di alcuni giorni nel convento domenicano costruito da Le Corbusier. Le tematiche ruotavano intorno alla fine dell’antropocentrismo, al superamento della violenza, al destino del grande rito nella modernità. Bellet elaborava di continuo il suo pensiero adoperando diverse chiavi interpretative, spaziando dal saggio alla poesia, dalla riflessione filosofica alla analisi psicoanalitica. Gli articoli sulla rivista Christus, di cui è stato redattore per vent’anni, sono degli autentici capolavori e sono l’espressione di una fede “passata attraverso il fuoco”.
Il tentativo di Bellet di ridefinire il linguaggio cristiano mi ha spinto a partecipare agli incontri che organizzava mensilmente a Parigi. Ero l’unico straniero del gruppo e Maurice si intratteneva volentieri a parlare del mio lavoro con gli adolescenti. È nata così un’amicizia autentica che si è rafforzata nel corso degli anni per i numerosi viaggi che egli faceva in Italia, accompagnato sempre da un vivace gruppo di amici. L’Umbria gli è rimasta sempre nel cuore come un luogo dell’anima. L’ho accompagnato molte volte ad Assisi e voleva che lo conducessi sotto il colonnato che si sporge verso l’esterno. «È come se mi affacciassi verso l’infinito», soggiungeva rapito. La figura di Francesco lo affascinava, per la sua libertà interiore, per l’attenzione agli emarginati e per la sofferenza interiore che aveva patito nell’ultima parte della sua vita. Ma quando gli ho fatto vedere, a La Verna, il giaciglio su cui dormiva gli è scappato detto: «Non è il mio genere». Gli premeva riprendere lo spirito e non si attardava sul modello.
La presenza di Maurice Bellet ha significato molto per il lavoro de l’altrapagina. Lo abbiamo invitato a più riprese ai nostri convegni, dove ha parlato del “Delirio dell’economia”, delle “Derive e del destino dell’Europa”, di un “Cristianesimo che sta morendo”, di una “Scienza dell’umano”, fino al 2014 quando, in collegamento telematico, ci ha inviato uno splendido testo sulla figura di Gesù.
Vale la pena ripercorrere queste pagine che possiamo considerare come l’ultimo regalo agli amici italiani: «Vi sto per dire una cosa enorme che manterrò: stiamo nella prospettiva evangelica, che è quella vera, di una umanità liberata dallo spirito dell’omicidio, in cui la prima e l’ultima cosa è amare, amare, ma non così all’acqua di rose, amare davvero, con precisione e rigore, con perseveranza estrema. Allora non bisogna assolutamente aggiungere Dio, perché se lo fate e lo associate alla fede nell’umano, Dio sarà sempre di troppo, perché bisognerà sempre appiccicarci la metafisica, la teologia, una dottrina qualsiasi».
Bellet spiega che in un essere concreto è presente il “divino”. La fede cristiana esprime con una parola greca questa presenza di Dio: agape, che potremmo tradurre con “tenerezza”. Nella prospettiva di Bellet la fede cristiana non è una fede in Dio, ma una fede in ciò che è presente nell’essere umano, una presenza invincibile, inaccessibile, fonte di vita. In fondo il divino sta in ciascuno di noi. «Questo vale per ogni essere umano, e per ognuno rappresenta un valore di una grandezza incommensurabile».
Nel corso della mia malattia le conversazioni con Maurice si sono diradate, ma ci pensava Maria Sensi a fornire notizie sulle mie vicende familiari. Un filo che non si è mai interrotto. In occasione del suo compleanno gli ho inviato un messaggio telefonico che probabilmente ha ricevuto in ritardo. Maurice ha ricercato il numero della parrocchia e mi ha chiamato quando mi trovavo in India, non ho potuto riparlarci di persona.
Quando gli ho telefonato di nuovo, il 5 aprile, la segretaria mi ha informato che Maurice era mancato quello stesso giorno. Quando si perdono le persone più care e non si ha il tempo di esprimere un ultimo saluto rimangono delle ferite aperte.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?