Marocco/UN´OPPORTUNITA´ STORICA PER TUTTI I DEMOCRATICI

Marocco. Intervista a Rachid Raha, autorevole esponente del movimento berbero-marocchino

L’alleanza tra i diversi comitati democratici, dice Raha, potrà finalmente riuscire a cambiare un regime impostato da cinquant’anni su basi tradizionali e assolutiste

di Jacopo Granci

RABAT – Il Marocco democratico ha risposto in massa all’appello lanciato dal Movimento 20 febbraio: migliaia di manifestanti, in tutte le città del regno, sono scesi in strada nel “giorno della dignità” (domenica 20 marzo, ndr) per ribadire alle autorità che è ormai finito il tempo dell’autocrazia e del dispotismo. «Il popolo vuole far cadere il regime», «makhzen (l’apparato tentacolare con cui la monarchia impone il suo controllo assoluto, ndr) vattene! Dissoluzione del governo e del parlamento!», gli slogan che riecheggiano da Tangeri a Laayoune fino alle piazze della capitale. Difficile disporre al momento delle cifre complessive che hanno segnato una giornata storica per tutti i democratici marocchini, pronti a continuare le dimostrazioni fino a che la loro piattaforma non verrà accolta: mamfakinch!, «fino in fondo!», precisano i cartelli esposti dai manifestanti. La partecipazione sembra essere stata ancor più numerosa rispetto alla prima giornata di protesta, domenica 20 febbraio, quando il Movimento era riuscito a mobilitare circa 300 mila persone in cinquantatre località del paese. Un netto rifiuto alle aperture fatte recentemente dal sovrano Mohammed VI, che in un discorso alla nazione aveva annunciato la designazione di una commissione per la riforma della costituzione.
«In questo momento il paese ha bisogno di risposte concrete e di cambiamenti profondi, non di annunci sensazionalistici e di risultati minimi che non intaccano la sostanza del regime», ha dichiarato in proposito Rachid Raha, editore della rivista mensile Le monde amazigh, oltre che fondatore e attuale vice-presidente del Congresso mondiale amazigh (il Cma ha contribuito alle sessioni della Conferenza Onu sul razzismo e le discriminazioni tenutasi a Ginevra nel 2009). Raha, uno dei portavoce più autorevoli del movimento berbero marocchino, spiega nell’intervista di seguito proposta quale rapporto unisce la sua organizzazione ai giovani del “20 febbraio” e quali rivendicazioni hanno spinto i militanti amazigh e gli abitanti delle regioni a maggioranza berberofona ad aderire in massa alle mobilitazioni che stanno facendo tremare il regno alawita.

Cosa lega il movimento amazigh marocchino ai giovani del “20 febbraio”?
«Il Movimento 20 febbraio è frutto, tra le altre cose, del contribuito apportato fin da subito da numerosi attivisti amazigh, sparsi in tutto il territorio nazionale, che hanno saputo cogliere l’importanza dell’iniziativa e della congiuntura storica che stiamo vivendo. Quanto al movimento berbero in sé, condivide le rivendicazioni presentate dal “20 febbraio” al cento per cento e sostiene le sue azioni, partecipando direttamente e facendo opera di sensibilizzazione attraverso i suoi canali associativi. Solo ad Al Hoceima (città di riferimento degli imazighen del Rif) sono scese in strada 35 mila persone il primo giorno di mobilitazione e la città, assieme ai villaggi circostanti, è da allora in continuo fermento nonostante la repressione violenta innescata dalle autorità. In più il Congresso Mondiale Amazigh e la rete di associazioni di cui si fa portavoce, è membro del Consiglio nazionale di appoggio al Movimento 20 febbraio (Cnam), che raccoglie ormai ottantadue organizzazioni».
Siete dunque riusciti a superare le vecchie rivalità, che durante gli ultimi due decenni hanno opposto nei campus universitari e nei dibattiti pubblici gli attivisti amazigh a quelli islamici e ai militanti della sinistra detta “nasseriana”?
«Sì, per tutti noi democratici è un’opportunità storica. Siamo coscienti che la nostra unione, la nostra alleanza, potrà finalmente riuscire a cambiare un regime impostato da cinquant’anni su basi tradizionali e assolutiste. Ogni componente del movimento, quella amazigh, quella islamica e la sinistra panaraba, ha rinunciato ai particolarismi che l’avevano contraddistinta fino a questo momento, creando divisione e contrasti, per incontrarsi in un terreno comune, per riunirsi sotto un comune denominatore quale è la lotta per uno Stato democratico. Uno Stato che riconosca la sovranità popolare, che sia finalmente il prodotto della volontà dei suoi cittadini e non delle decisioni del suo “rappresentante supremo” o di una ristretta cerchia di Palazzo. Bisogna riconoscere che queste tre tendenze sono ora al momento le vere forze di mobilitazione presenti nel paese, sono la base sociale e ideologica che sta spingendo verso il cambiamento».
Cosa pensa delle dichiarazioni ufficiali del regime che ha attribuito all’associazione islamica Giustizia e Carità la responsabilità delle violenze avvenute negli ultimi giorni a Casablanca e a Khouribga?
«È l’ennesima trappola con cui le autorità cercano di provocare la radicalizzazione del movimento (o di una sua componente). L’obiettivo è quello di dividere il fronte democratico e allo stesso tempo giustificare la repressione violenta e brutale operata dalle forze dell’ordine. Inoltre credo che questa strategia, martirizzare gli islamisti (presenti solo in minima parte a Casablanca ed estranei agli scontri di Khouribga) sperando di far paura alla popolazione, abbia già mostrato i suoi limiti dopo gli attentati di Casablanca (16 maggio 2003) e sia addirittura controproducente, come dimostra la recente storia algerina e il sostegno ottenuto dal Fis tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta».
Dividere l’opposizione per mantenere ben saldo il controllo. Un episodio già visto nella storia del Marocco post-indipendenza, non le pare?
«Già, a questo proposito ho pubblicato un articolo nel giornale Le monde amazigh il mese scorso dal titolo “Dalla divisione nasce l’unione” (Le monde amazigh, n. 128, fevrier 2011, p. 1): “Il makhzen, sistema politico tradizionale che si maschera sotto una illusoria facciata di modernità, non ha fatto altro che perpetuare la tattica preconizzata dai romani e fatta propria dai colonizzatori francesi: dividi et impera, dividere per regnare”, ho scritto nel mio editoriale. La monarchia ha decostruito il movimento nazionale che aveva combattuto per l’indipendenza del paese, prima innescando la rottura tra nazionalisti e socialisti, poi continuando a seminare contrasti e divisioni all’interno delle due componenti, che si sono scisse in una costellazione di forze politiche miopi e rancorose, anche se ideologicamente simili, a mano a mano inglobate negli ingranaggi del potere per disinnescarne il potenziale sovversivo. Lo Stato spende capitali importanti per mantenere questa strategia, alimentando il clientelismo politico e la corruzione, invece di investirli in progetti di sviluppo o nel potenziamento dei servizi scolastici e sanitari nelle regioni marginalizzate. I giovani del “20 febbraio” si sono dimostrati più maturi e consapevoli dei vecchi militanti e hanno saputo trascinare dietro di loro tutte le forze democratiche, che finalmente sono uscite dagli ingranaggi della strategia di regime, superando le divisioni sterili e dando vita a un movimento di portata sicuramente rivoluzionaria».
La redistribuzione e la gestione partecipativa della ricchezza nazionale è una delle rivendicazioni che più accomunano gli attivisti del “20 febbraio” al movimento amazigh…
«I giovani del “20 febbraio” hanno subito denunciato la corruzione e il clientelismo delle alte sfere di potere, l’impunità dei clan familiari che controllano l’economia marocchina. Noi lo facevamo già da tempo. Gli imazighen (plurale di amazigh, ndr) sono stati spogliati delle loro risorse, sono stati privati del controllo delle ricchezze presenti nelle loro regioni, accaparrate dalle società dei clan al potere, con le quali avrebbero potuto contribuire allo sviluppo socio-economico delle loro realtà, abbandonate e dimenticate da chi ha diretto il nostro paese fino a ora. Le faccio degli esempi: le miniere d’oro di Tafraout, le miniere di argento nel Medio Atlante, quelle di carbone a Jerada, le foreste di cedri ad Anfgou, Tounfit e Khenifra, i cui proventi finiscono nelle casse dello Stato, senza essere reinvestiti in loco, e nelle mani dei baroni con cui le amministrazioni locali (dipendenti dal Ministero dell’Interno) fanno affari. Su questo punto, la legge sul potenziamento delle regioni di cui ha parlato Mohammed VI nel suo discorso (9 marzo 2011, ndr) non apporta nessun passo in avanti e nessuna garanzia».
Se ho ben capito, lei sostiene che gli imazighen sono tuttora discriminati ed esclusi da un’élite che si appropria delle posizioni migliori, sia in campo politico che economico?
«Sì, assolutamente. L’economia nazionale deve molto al contributo dei berberi, ma questi non hanno di fatto accesso a nessun posto-chiave nelle alte rappresentanze politiche. Per esempio, le rimesse dei migranti costituiscono la prima risorsa delle entrate nazionali. Ora, i marocchini della diaspora provengono essenzialmente dalle regioni definite “berberofone”, dove le difficili condizioni di vita li hanno costretti a partire e cercare fortuna altrove, nelle grandi città del regno ma soprattutto all’estero. A Casablanca quasi tutte le attività commerciali, dalle piccole fino alle grandi, sono gestite da imazighen. Ma in questo paese chi partecipa attivamente all’economia nazionale, chi è presente con vitalità nei settori produttivi, continua a vedersi escluso da incarichi di responsabilità, monopolizzati da una ristretta minoranza».
Quali altre rivendicazioni, già proprie del movimento amazigh, sono presenti nella piattaforma del “20 febbraio”?
«Prima di tutto la redazione di una nuova carta costituzionale, emanazione della volontà popolare e non di una concessione reale, che fornisca la base legale per l’instaurazione di una monarchia parlamentare, all’europea per intenderci, dove il sovrano regna ma non governa. Una nuova costituzione che includa il riconoscimento della lingua e della cultura amazigh come elemento imprescindibile dell’identità nazionale. Poi, come già accennato poc’anzi, la redistribuzione delle ricchezze del paese, maggiori investimenti nel settore della sanità e dell’istruzione, la fine dell’apparato di controllo centralizzato e la realizzazione di un impianto di autonomie regionali con rappresentanze elette, oltre a funzioni esecutive e legislative sul territorio di competenza.
Infine, la dissoluzione del parlamento e del governo in carica, dal momento che non sono rappresentativi del popolo marocchino in generale né di quello amazigh in particolare. Alle ultime elezioni politiche, nel 2007, ha votato solamente un quinto degli aventi diritto nonostante Mohammed VI, rappresentante supremo della nazione, capo dello Stato e del governo, comandante dei credenti e tutto il resto, avesse espressamente chiesto alla popolazione di partecipare all’appuntamento elettorale. Ma la netta maggioranza dei marocchini ha detto no, poiché non ha voluto legittimare con il suo voto un sistema politico marcio. Deve sapere che nella camera alta come in quella bassa siedono tuttora dei narcotrafficanti (di cui non posso fare i nomi), che a ogni elezione comprano impunemente i loro consensi».
Qual è stata, nello specifico, la reazione del movimento amazigh al discorso del sovrano?
«Il discorso del 9 marzo non affronta la questione del monopolio economico perpetrato, in assenza delle minime regole di trasparenza, dall’entourage di Palazzo e dal monarca stesso. Parla di costituzionalizzazione della lingua amazigh senza chiarire quale statuto le verrà attribuito, mentre il movimento berbero è preciso su questo punto: vogliamo che il tamazight (la lingua berbera, ndr) sia riconosciuto come lingua ufficiale, la cui presenza deve essere obbligatoria nei media, nell’istruzione e nelle amministrazioni, cosicché anche le popolazioni esclusivamente berberofone possano capire il linguaggio dello Stato e di chi li governa. C’è poi la questione dei prigionieri politici, di cui si domanda l’immediata liberazione. È il caso dei due studenti universitari arrestati nel 2007 a Meknes e condannati per omicidio in assenza di prove e di Chakib El Khiyari, presidente dell’Associazione rifegna per i diritti umani, finito in carcere dopo aver collaborato con alcuni giornalisti stranieri e aver denunciato la complicità dei narcotrafficanti di Nador con le autorità locali e con i politici eletti.
Infine, nel discorso viene annunciata l’adozione delle raccomandazioni dell’Ier, l’Istanza di equità e riconciliazione nazionale che ha esaminato le violazioni e i crimini commessi sotto Hassan II. Tuttavia, nel caso della popolazione amazigh questa riconciliazione non è mai avvenuta, dal momento che sono state omesse dal rapporto dell’Ier le repressioni sanguinose operate dall’esercito nel Rif (1958-’59, al tempo Moulay Hassan – futuro Hassan II – era già Capo delle forze armate), in cui venne utilizzato il napalm contro i civili, e nel Medio Atlante (1973), dove un gruppo di estrema sinistra avviò delle operazioni di guerriglia e a farne le spese fu in gran parte la popolazione locale. Questi episodi non vengono menzionati nel rapporto dell’Ier, nessuna verità è stata accertata e nessuna riparazione elargita».
Quindi le parole di Mohammed VI non sono sufficienti a placare gli animi dei militanti amazigh…
«No non sono sufficienti, soprattutto in un contesto come quello attuale, dove gli imazighen come la gran parte dei marocchini reclama uguaglianza e diritti veri. Se il sovrano volesse inviare un segnale forte, dovrebbe rinunciare immediatamente al baciamano e alla ba’ya, il giuramento di sottomissione da prestare al monarca. Questo rituale è lì a ricordarci che siamo sudditi e non cittadini. In ogni caso, al di là delle valutazioni ipotetiche, la gente crede a quello che vede e a quello che vive sulla propria pelle. In questo senso il messaggio lanciato a colpi di manganello domenica scorsa è molto più forte delle parole pronunciate da Mohammed VI il 9 marzo».

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