Marocco/La rivoluzione silenziosa

Il regime stringe i freni e decide di dichiarare illegale ogni contestazione

La dissidenza esiste e reclama pacificamente uno spazio legittimo. Ma il regime non la tollera e ricorre alle maniere forti. Già si contano diversi feriti e un morto

di Jacopo Granci

La Commissione europea ha espresso il 30 maggio scorso la sua inquietudine per le violenze con cui Rabat ha risposto alle manifestazioni dei giovani marocchini – scesi in piazza per reclamare il cambiamento politico e sociale – domenica 29 maggio a Casablanca, Tangeri, Agadir, Marrakech, Oujda, El Jadida e in molte altre città del regno. «Siamo preoccupati per la violenza di cui è stato fatto uso in Marocco durante le contestazioni di domenica», ha dichiarato Natasha Butler, portavoce del Commissario UE incaricato delle politiche di vicinato, Stefan Fule. «Chiediamo di contenere l’utilizzo della forza e di osservare il rispetto delle libertà fondamentali». La stessa portavoce ha sottolineato come la libertà di riunione e di espressione facciano parte di quei “diritti democratici” che il regime afferma, a parole, di garantire.
A tre mesi dall’inizio delle contestazioni pro-democratiche animate dal Movimento 20 febbraio, l’opinione pubblica internazionale fatica a rendersi conto che il Marocco non è più quell’oasi di pace e tolleranza risparmiata dagli sconvolgimenti sociali e politici di cui la “primavera araba” si è fatta portatrice. L’attentato di Marrakech (28 aprile) si è rivelato un’occasione fin troppo ghiotta per Rabat di riaffermarsi come unico garante della stabilità e paladino della difesa nazionale (vedi Mubarak e i copti egiziani o Bashir Assad nel caso dei cristiani di Siria), mentre a farne le spese sono stati quei “perturbatori” che continuano a mettere in discussione la buona fede di un regime che da quindici anni si riempie la bocca di parole quali “democrazia”, “libertà” e “diritti”.
Dal 15 maggio scorso la violenza ha raggiunto le piazze del regno alawita e, almeno per il momento, non è imputabile alle centinaia di giovani che rifiutano le riforme promesse dal sovrano e chiedono «un cambiamento radicale del regime» oltre alla «fine dell’assolutismo monarchico». Il carattere delle mobilitazioni, che si ripetono ormai con cadenza settimanale dal 20 febbraio scorso, è rimasto assolutamente pacifico. A essere cambiato, nel nuovo scenario marocchino, è invece l’atteggiamento delle autorità che hanno deciso di dichiarare illegale ogni forma di contestazione (non solo quelle del “20 febbraio”, ma anche i sit-in dei laureati-disoccupati o dei sindacati di categoria – come nel caso degli 8 mila medici radunatisi attorno al Ministero della Sanità il 25 maggio) e di impedire con l’utilizzo brutale della forza lo svolgimento delle manifestazioni. Nessuna dissidenza che si discosti dalla linea ufficiale (il Marocco paese democratico per volontà e concessione reale) sembra essere più tollerata.
Pertanto la dissidenza esiste, gode di un discreto appoggio popolare e reclama pacificamente uno spazio legittimo. Rabat ne è consapevole e proprio per questo accompagna la repressione sulle strade con l’arsenale mediatico di cui dispone per gettare discredito sul movimento e alienare ai giovani democratici la simpatia e il sostegno espresso dalla popolazione durante le dimostrazioni promosse nei mesi scorsi. La “controffensiva” comprende, da domenica 29 maggio, anche l’organizzazione di marce, queste sì autorizzate e ben protette, a sostegno del governo e contro il «caos generato dalle proteste». Tale era l’intento del centinaio di manifestanti – commercianti preoccupati per l’economia del paese, stando all’agenzia stampa del regime – che hanno sfilato indisturbati di fronte al parlamento. Curiosità, i cartelli esposti di fronte all’assise nazionale (stop! Estremisti lasciate in pace il nostro paese) erano gli stessi che i funzionari di polizia hanno appeso (testimonianza riportata dai presenti in loco), poche ore prima della marcia, sui muri e sulle caffetterie del quartiere Sbata (Casablanca), dove secondo la stampa nazionale gli abitanti avrebbero «espresso il loro disappunto nei confronti degli agitatori e solidarizzato con gli agenti di polizia».
Tuttavia, «non bisogna credere ai media marocchini», come ha recentemente affermato senza mezzi termini un reporter di 2M (il secondo canale di Stato) il quale, spiegando a un medico in sciopero le ragioni della censura della sua intervista, ha poi dichiarato: «è così che vengono trattati i servizi sulle reti nazionali per nascondere la realtà al popolo». Lo sfortunato giornalista, che conosce da molto vicino il funzionamento dei media di regime, aveva spento la telecamera, ma a pochi passi da lui qualcun altro stava filmando le sue parole…
In effetti le testimonianze giunte da Sbata offrono un quadro ben diverso da quello dipinto nelle edicole e nelle televisioni del regno. Gli abitanti del quartiere hanno solidarizzato con i manifestanti e la stampa freelance giunta sul posto per coprire gli eventi, mettendoli in salvo dagli agenti che li inseguivano in moto e sui mezzi blindati. «Per sfuggire alla furia dei poliziotti, io e altri due colleghi siamo finiti in un’impasse all’interno della bidonville. È stato un uomo che viveva in una baracca vicina a mostrarci la via di fuga prima dell’arrivo delle forze dell’ordine», riferisce il giornalista Aziz El Yaakoubi. A pochi passi da lui, l’attivista Hamza Mahfoud veniva picchiato con particolare zelo (due manganelli si sono spezzati mentre colpivano il suo corpo), punito forse per aver osato strappare di fronte a una videocamera l’ingiunzione a non scendere in strada comunicatagli qualche ora prima dal Procuratore della città. Il giovane regista Hicham Ayouch, invece, è stato aggredito da alcuni agenti in borghese mentre cercava di riprendere ciò che stava succedendo attorno a lui (la sua apparecchiatura è stata messa fuori uso).
Quanto successo domenica 29 maggio a Casablanca, ma anche a Tangeri, Oujda e Agadir è l’ennesimo esempio dell’azione violenta e intimidatrice con cui le autorità marocchine hanno deciso di fronteggiare le centinaia di manifestanti che continuano a sfidare la repressione, ribadendo la necessità «di un vero cambiamento». Il 2 giugno Kamal Omari, attivista del movimento nella piccola cittadina di Safi, è deceduto a causa dei colpi inferti dai poliziotti durante il corteo. Due giorni dopo, in occasione della cerimonia funebre, oltre 30 mila persone hanno accompagnato il feretro al grido «giustizia, vogliamo gli assassini di Kamal». Per il governo, in base alle dichiarazioni ufficiali, si è trattato di una morte naturale dovuta ad «arresto cardiocircolatorio». Nell’ultima giornata di manifestazioni, domenica 5 giugno, i ritratti del “martire” Omari hanno tappezzato le strade delle principali città del regno. Almeno in quest’occasione, i manganelli sono rimasti nelle fodere.
Ci sono volute tre settimane di repressione, decine di arresti e di feriti e perfino un morto perché l’opinione pubblica internazionale, “distratta” dalla guerra in Libia e dai massacri in Siria, iniziasse finalmente a interessarsi al caso marocchino, ad accorgersi delle violazioni commesse dal regime di Mohammed VI e delle pericolose conseguenze a cui Rabat rischia di esporsi con un simile atteggiamento. Oltre alle parole di condanna espresse dalla Commissione Europea, sono arrivati i rapporti allarmanti di Human Rights Watch e della Federazione internazionale per la tutela dei diritti umani (Fidh). Secondo la rivista Foreign Policy, il Marocco sarebbe ormai giunto «alla resa dei conti», mentre la Cnn, El Pais e Libération hanno denunciato l’estrema durezza degli interventi repressivi in un paese ritenuto – a torto – tollerante e democratico. Quanto ai canali di informazione italiani, tutto tace. Per noi il Marocco continua a rimanere un prodotto destinato alla mera consumazione turistica.

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