Marocco/Cos’è il movimento 20 febbraio?

«Sono un semplice essere umano che crede nella democrazia e nella possibilità di una vita dignitosa per tutti i miei compatrioti», spiega la diciannovenne Tahani, oggi portavoce del Movimento. Corporatura minuta e riccioli neri che sfiorano le spalle, Tahani sembra avere le idee chiare nonostante la giovane età: «la nostra protesta ha come obiettivo immediato la dissoluzione del governo e del parlamento in carica, poiché strumenti non rappresentativi del popolo marocchino e nocivi ai suoi stessi interessi. Il passo successivo sarà la convocazione di un’assemblea costituente indipendente, per la redazione di una nuova costituzione finalmente democratica e garante dei diritti e delle libertà ancora oggi negate nel paese. Nel frattempo, un governo provvisorio formato da personalità della società civile, dei sindacati e dei partiti politici, di riconosciuta trasparenza, assicurerà la continuità delle attività esecutive». La giovane attivista parla poi della necessità di imminenti riforme sociali «affinché tutta la popolazione e non solo l’élite possa usufruire di un sistema sanitario ed educativo di qualità». Interrogata su quale sarà la forma di Stato che il Movimento 20 febbraio immagina per il Marocco del futuro, Tahani non si sbilancia: «la forma di Stato che uscirà dalla costituente non ci riguarda adesso, potrà essere monarchica o repubblicana, purché assicuri libertà e democrazia».
Mehdi Bouchua, studente all’università Cadi Ayyad di Marrakech, ritorna sul destino da riservare a Mohammed VI: «il movimento, costituito da differenti gruppi di giovani apparsi su Facebook, non ha una posizione unitaria in proposito. Le rivendicazioni più condivise propongono una monarchia parlamentare sul modello inglese o spagnolo, una piccola minoranza chiede apertamente il passaggio al sistema repubblicano. In ogni caso la fine del monopolio monarchico sulla vita politica ed economica del paese è per tutti una priorità. Il re non deve governare, chi comanda deve essere scelto dai cittadini in assoluta libertà». Anche Mehdi, ventitre anni, fa parte del Movimento 20 febbraio, lanciato da alcuni suoi coetanei attraverso il social network durante i primi giorni della rivolta egiziana. «Il gruppo più numeroso si chiama “Il popolo vuole il cambiamento” e oggi conta quasi 14 mila aderenti. In totale siamo più di 30 mila su Facebook, compresi gli infiltrati che si iscrivono per insultarci».
La denuncia di un sistema autocratico e corrotto e la necessità immediata di un cambiamento sembra aver superato perfino le vecchie opposizioni ed i contrasti ideologici, raccogliendo i consensi di una rappresentanza civile e politica trasversale. Oltre alle associazioni per i diritti umani e agli islamisti di Giustizia e Carità, anche i partiti della sinistra radicale, esclusi dal parlamento, hanno confermato la loro presenza in piazza domenica 20 febbraio. Al loro fianco ci saranno gli attivisti berberi, nemici storici dei marxisti-panarabisti nei campus universitari di Meknes, Fes e Marrakech. «Per fondare il Marocco del futuro prima di tutto bisogna dimenticare gli attriti sterili che ci hanno diviso ed indebolito in passato», afferma con voce fiera Mounir Kejji, militante amazigh della prima ora e cofondatore del centro studi Tarik Ibn Zyad.
Jacopo Granci

(Propositi raccolti durante la conferenza stampa del Movimento 20 febbraio tenuta il 16 febbraio nella sede dell’Associazione marocchina per i diritti dell’uomo a Rabat)

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