Manifestazioni/Le donne dell´altotevere

Otto marzo 2011

Uno sguardo al passato per ricordare donne che ci hanno tramandato libertà e benessere materiale, ma anche messaggi etici e spirituali

di Alvaro Tacchini

Viene da ripensare alle mimose che si cominciò a regalare negli anni ’70. Auspicavano l’emancipazione a ragazze – oggi donne – di cui ci sentivamo bravi, e innamorati compagni; ragazze che si incamminavano verso orizzonti ancora inesplorati di libertà e di partecipazione, felici di poter condividere quella loro avventura con dei ragazzi – oggi uomini – che stavano imparando a rispettarle.
Se n’è andato del tempo. Mimose spesso appassite; talvolta ridotte a insipida routine, prodotte e risucchiate dall’idrovora consumistica. Il giallo della mimosa che stenta a coprire il rosso della vergogna per il florilegio e protagonismo di escort, entreneuse, veline e oche giulive. Bei corpi giovanili ridotti a strumento di arrivismo sociale; e pure corpi non più giovani che tuttavia manterrebbero la bellezza e la dignità della loro età, se non li si riducesse a false e ridicole maschere di eterna giovinezza.
Poi, è cronaca recente, un urlo di ribellione: “Se non ora, quando?”. Finalmente…
Otto marzo 2011. Uno sguardo al nostro passato per ricordare donne che ci hanno tramandato la libertà e il benessere materiale in cui gran parte di noi vivono e che ci hanno lasciato profondi messaggi di benessere etico e spirituale.

Le eroine del Risorgimento. Cominciamo da qui, visto che festeggiamo il 150° dell’Unità d’Italia. Finora se ne è parlato poco di queste donne. Giulia Niccolini ad esempio. Di origine fiorentina, moglie del marchese tifernate Giuseppe Pasqui, faceva parte del ristretto gruppo di cospiratori liberali di Città di Castello. Ascoltata consigliera dei patrioti, detestata dal potere pontificio, fu lei a organizzare la festa di piazza nella quale il popolo tifernate fraternizzò con i piemontesi liberatori.
Da una nobile a delle popolane. Maria Picchi e la nipote, arrestate e condannate a venti nerbate nel 1851 per aver aizzato i passanti ad aderire al boicottaggio del fumo; era stato promosso clandestinamente per diminuire le entrate fiscali dello Stato Pontificio. Donne che fanno capire quanto la voglia di Italia e di libertà fosse diffusa tra la gente. E Rosa Duranti, di Sansepolcro. Giunse in città l’11 settembre 1860 con un folto gruppo di patrioti tifernati insieme alle truppe piemontesi; fu lei a sventolare per prima la bandiera italiana in città, mentre intorno ancora si combatteva.

Alice Hallgarten Franchetti. È morta proprio cent’anni fa. Donna di grande intelligenza e sensibilità, mite e lungimirante, incanalò energie umane e risorse finanziarie verso iniziative filantropiche che hanno segnato la nostra storia: le scuole elementari della Montesca e Rovigliano, il Laboratorio Tela Umbra. Francescana nei modi, di religiosità non confinabile negli angusti confini delle chiese, scrisse nel 1905: «Teniamoci tutti a quella altezza di sentimenti e di pensieri, dove il bene sia la cosa naturale, dove il male s’ignora e dove per conseguenza regna il Cielo in terra. Ecco la vera spiegazione del Paradiso: è uno stato d’animo, non un luogo».

Le tabacchine. Un altro anniversario in questo 2011: sono cent’anni che è stata fondata la Fattoria Autonoma Tabacchi. Per quanto – legittimamente – si mettano ora in discussione tabacco e fumo per le patologie che provocano, resta il fatto che, se non si fosse coltivato il tabacco, l’Alta Valle del Tevere non avrebbe conosciuto lo sviluppo economico e sociale di cui ha beneficiato. Oltre naturalmente ai contadini coltivatori, le umili protagoniste di questa industria sono state le tabacchine di Città di Castello, di San Giustino, di Trestina, di Umbertide, dedite allo spossante lavoro di cernita delle foglie di tabacco. Centinaia di donne per ore in piedi a lavorare, dopo essersi levate presto per cucinare il pranzo per i mariti operai e per mandare i figli a scuola; e finito il lavoro, la sera, le faccende di casa da sbrigare. E altri problemi: le paghe basse, i ritmi stressanti di lavoro, le lusinghe del paternalismo aziendale, la voglia di combattere per i propri diritti, la paura di scioperare per il rischio di perdere il posto.

Le tipografe. Sin dall’ultimo quarto dell’Ottocento quella che è stata a lungo l’unica vera industria di Città di Castello non ha potuto fare a meno dell’apporto delle donne. Le si impiegavano – naturalmente pagandole meno degli uomini – soprattutto nei reparti di compositoria e di legatoria. Alcune stavano alle macchine da stampa, ma con la mansione più umile e stressante: quella di inserire a uno a uno nelle macchine i fogli da stampare; ore su ore lo stesso movimento, che doveva essere preciso, ritmato. Le tipografe fino a pochi decenni fa componevano a mano i testi, inserendo con perizia una minuscola lettera dietro l’altra. Sebbene non avessero in genere frequentato che i primi anni di scuola elementare, sapevano comporre pagine di matematica, di algebra e in tutte le lingue straniere, comprese le defunte, come il latino e il greco. Quanti di noi hanno studiato su libri composti dalle abili mani delle nostre tipografe! Con il loro lavoro – remunerato a cottimo – hanno garantito a numerosissime famiglie tifernati una vita dignitosa. E anche per loro, tornate stanche dalla tipografia, c’erano le faccende di casa da fare.

Le lavandaie. Le lavatrici domestiche si sono diffuse nelle nostre case dagli anni ’60 del secolo scorso. Prima si faceva il bucato in casa, operazione lunga e faticosa, oppure si davano i panni da lavare alle lavandaie. Queste povere donne passavano con le loro carrette, raccattavano i panni e li portavano a lavare al Tevere e presso altri torrenti. Inginocchiate sulle loro pietre, insaponavano e sciacquavano all’acqua corrente: a mani nude, a tutte le stagioni… Un lavoro bestiale. Le prendevano in giro perché pettegole, talora sfrontate. Si ricordi però che la prima vera manifestazione di protesta femminile a Città di Castello la inscenarono proprio le lavandaie. Stufe di lavorare al Tevere in condizioni impossibili, chiesero una cosa semplice, un lavatoio coperto. Era il 1907 quando, in plateale protesta contro “l’incuria dei signori del municipio”, portarono i panni ad asciugare nei giardini del Cassero. Il Comune, amministrato allora da soli uomini, ci avrebbe messo ben 27 anni per costruire il lavatoio richiesto. Intanto le lavandaie continuarono a dare il loro contributo all’igiene per poche lire, spezzandosi la schiena e vedendo devastare le mani dall’artrite.

Santa Veronica Giuliani. L’anno scorso si è festeggiato l’anniversario dei 350 anni della nascita. Veronica è un monumento della storia religiosa tifernate e della mistica universale. La sua vita, irta di autoimposte privazioni e sofferenze, incute timore. Vien da pensare: se la via verso la salvezza eterna fosse quella – o solo quella – il Paradiso ce lo sogneremmo… Se poi si leggono i suoi scritti, si capisce che lei ha portato all’estremo un principio spirituale che è possibile interpretare in modo più “morbido”, ma al quale non si può sfuggire: «La legge di amore è quella che insegna a morire a tutte le cose terrene e fa che l’anima viva di vera vita: e viva in Dio».
Un altro suo brano lascia intuire cosa sia la beatitudine eterna, alla quale Veronica si sentì spesso elevata: «E qui, il Divino Amore mi fece un po’ comprendere quella eternità beata che sempre è un continuo principio, e mai avrà fine. In un momento di tempo, si comprende tutto, si vede tutto, si gode tutto, si partecipa al tutto, e si capisce che è per tutta l’eternità. Ed in tutto quello che essi beati godono, hanno tutti, chi più chi meno, una stessa visione di Dio, stando tutti i lor godimenti in quella visione di Dio vero e reale, hanno in essa tutto quello che mai desiderano».

Le badanti. Nemmeno a chi ce la vuole a morte con gli extracomunitari verrebbe mai in mente di contestare le badanti. Sono figlie del nostro tempo, sia perché chi viene da paesi più poveri si adatta ai lavori più ingrati pur di sopravvivere, sia per l’invecchiamento della popolazione nei paesi più ricchi. È un fenomeno che conosciamo bene: anziani con le patologie più varie, spesso drammaticamente soli; famiglie raramente in grado di assisterli esclusivamente con le proprie forze. Per anni le badanti sono state sfruttate, pagate in nero; ora sono trattate in maniera più decorosa. Ma è un lavoro di assistenza e di cura della casa duro, in genere sgradevole. Le badanti accompagnano molti dei nostri vecchi nell’ultimo scorcio della vita, offrendo un’assistenza che salvaguarda la dignità dell’anziano. Che mondo sarebbe, il nostro, senza di loro?

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