Libri/Scrutatori d’anime

L’ultimo libro di Carlo e Rita Brutti

di Paolo Calabrò

Tanti e diversi sono gli scrutatori d’anime. C’è il prete, che guarda nell’anima del fedele che gliela schiude; c’è lo psicanalista, che cerca di percorrere l’anima dell’uomo che ha davanti attraverso sentieri impervi, sgradevoli, non più battuti da lunghissimo tempo; c’è lo psichiatra, che ambisce a curare il male dell’anima con la forza (della chimica, o della meccanica). Ma quanti possono oggi – nell’era dell’oggettivazione dei saperi e del paradigma cibernetico postumano – dirsi davvero in grado di scrutare le profondità dell’anima?
Carlo e Rita Brutti, autori del volume Scrutatori d’anime. La psicoanalisi che viene (ed. Dell’Asino, 2010), scrutano anime in quanto psicanalisti da molti anni, proponendo così una riflessione basata sulla loro esperienza di prima mano. «Le sole buone storie sono quelle scritte da coloro che vi hanno preso parte» ricordano gli autori citando Montaigne. E la buona storia che raccontano è quella di un sapere – quello dell’anima, appunto, che è il sapere dell’uomo sull’uomo – che si è frammentato col tempo in mille specializzazioni (spesso troppo occupate a combattersi o a rivendicare la supremazia) e che oggi andrebbe ricomposto tramite un dialogo rispettoso.
Non si può tollerare la frammentazione a nessun livello, ma men che mai qui: l’anima, simbolo della vita, è anche simbolo della personalità e dell’unicità dell’uomo. Non si scruta l’anima “in generale”, né si può continuare a sostenere un riduzionismo meccanicistico – affermatosi prepotentemente con Cartesio – che trova ogni giorno nuove smentite: «oltre alla psicoanalisi, come appresso vedremo, anche le più recenti ricerche biologiche hanno messo in evidenza che la vita non la si comprende solo all’insegna della quantità, ma soprattutto della qualità. Si è cioè pervenuti a riconoscere che la scienza non è in grado di dar ragione di questioni riguardanti i qualia, vale a dire gli “stati d’animo derivanti da esperienze sensitive, percettive e della riflessione”, cioè di quelle esperienze estetiche, d’ordine morale e di introspezione che fanno la nostra singolarità e irripetibilità di soggetti».
Il discorso degli autori punta a illustrare l’esistenza di una dimensione “residuale” nella mente, anche sulla base del fatto che la mente che indaga se stessa è parte del processo e dunque non può completamente oggettivarsi (non può cioè in alcun modo giungere a conoscere se stessa come soggetto di conoscenza, invece che come oggetto). In definitiva, l’impossibilità di liquidare l‘anima non nasce da tesi filosofiche, ma dalla prospettiva della cura: è nella pratica della cura della persona malata che si comprende quanto i sintomi spesso non siano causati da disfunzioni organiche, bensì dalla rimozione di affetti. È la grande sfida della psicanalisi: spesso il malessere non è nel corpo, ma nell’anima. Basta saperla scrutare.

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