L’eclissi dell’etica/Atei del dio denaro

Enrique Dussel

E’ giunto il momento di rifiutare l’etica del mercato la cui unica razionalità è rappresentata dall’aumento del tasso di profitto del capitale

La relazione introduttiva del XXV convegno dell’altrapagina è affidata al professor Enrique Dussel, docente di etica e filosofia politica all’università di Città del Messico, che dichiara subito il suo intento di studioso: «Ho voluto fare per il pensiero di Marx lo stesso lavoro che S. Tommaso ha fatto per Aristotele. Per questo ho passato i testi di Marx al microscopio, mi sono letto tutto, persino gli inediti».
Il filosofo latinoamericano vuole utilizzare l’interpretazione marxista per una lettura della realtà che liberi la Chiesa dalla sua estraneità al reale. Lui che si professa “cristiano ambiguo e tradizionale”, prende lo spunto dalla celebre frase di Walter Beniamin: «per capire la storia è necessario un messianismo materialista». L’espressione può essere scioccante per un uditorio occidentale, ma Dussel si spiega subito: «Consiste nel riprendere l’atteggiamento dei profeti, che esortavano a mettersi al posto del povero per capire il sistema e la sua patologia».
«C’è davvero un’eclissi dell’etica?», si chiede il filosofo argentino. E risponde che è in crisi l’etica del mercato, del denaro, del capitalismo, la cui unica razionalità è l’aumento del tasso di profitto del capitale: «Un’etica assolutamente irrazionale, che gli eccessi della finanza hanno portato al capolinea». Eppure una nuova etica sta sorgendo: già albeggia nell’indignazione dei giovani di tutto il mondo, i quali ci forniscono la prova evidente che la democrazia rappresentativa non funziona più. «Se il popolo può agire solo attraverso i partiti, diventa impotente davanti alla crisi».
Dopo queste premesse, Dussel passa a qualificare il contenuto del “messianismo materialista” e spiega che consiste nel riconoscere la centralità della vita: una vita umana al contempo vulnerabile e instabile. Questo è un principio etico assoluto, per niente debole come vorrebbero i filosofi della postmodernità. Un’etica simile è fondata su un’antropologia unitaria, dove non si parla di anima e di corpo, ma di “carne” nel senso dell’ebraico “basar”, l’uomo nella sua integralità.
Quando la concezione greca dell’immortalità dell’anima ha soppiantato la resurrezione della carne, è iniziato un capovolgimento e una inversione del cristianesimo e sono fioriti spiritualismi di ogni sorta. La centralità della vita era stata teorizzata già nell’Antico Egitto. Quando la persona si trova di fronte a Osiride, al momento del giudizio, si giustifica con queste parole: «Ho donato pane a chi aveva fame, da bere a chi aveva sete, un vestito a chi era nudo, una nave al pellegrino» C’è una coincidenza quasi totale col discorso di Gesù in Matteo XXV. Gesù ha riconosciuto le centralità della vita e l’ha messa a fondamento del rapporto con Dio. Anche Marx ed Engels hanno posto al centro del loro interesse il mangiare, il bere, il vestito, la casa, proseguendo lo stesso filone di pensiero che dall’Antico Egitto, attraverso Gesù, arriva fino alla nostra modernità. Dussel perciò ritiene che non ci sia alcuna contraddizione tra l’essere cristiano e l’essere marxista.
L’obiezione dell’ateismo marxista non lo turba più di tanto; ricorda che anche i profeti erano atei degli dei di Canaan e che i primi cristiani erano accusati di ateismo perché non sacrificavano all’imperatore. «Per i credenti è giunto il momento di diventare atei del dio denaro, quello rappresentato nel biglietto verde con la scritta “in God we trust”. La dicitura andrebbe cambiata aggiungendo una “o”: “in good we trust, noi crediamo nell’oro”». E come nel XVI secolo le miniere di Potosì, da cui sono usciti 20 milioni di chili d’argento, sono state «una bocca dell’inferno dove i cristiani hanno immolato migliaia di indios», così oggi le popolazioni povere del mondo vengono immolate al dio-mercato.
Nella parte propositiva della sua conversazione Dussel stabilisce alcuni punti fermi ai quali non si può derogare. Il primo principio per un rinnovamento dell’etica è il riconoscimento della validità della vita: «la gente non può nascere per morire». Il passaggio successivo consiste nel riconoscere che è il consenso della comunità a decidere come dobbiamo affermare e sviluppare la vita umana. Ma può accadere che la comunità non accetti la verità; in questo caso la verità si differenzia dalla validità. Quando la comunità accede alla realtà, verità e validità coincidono e si realizza una egemonia che è frutto del consenso. Se il consenso si dissolve, l’egemonia si trasforma in dittatura.
La proposta etica di Dussel si sviluppa in direzione della fattibilità concreta: per permettere che tutti gli uomini vivano e vivano bene, bisogna tenere conto delle vittime del sistema politico. Sono loro a soffrire gli effetti negativi del sistema e a mostrare la malattia del corpo sociale. A questo livello è indispensabile la critica che sveli l’ingiustizia del sistema e l’ipocrisia dell’etica che lo sostiene. E Dussel ricorda, come esempio, il milione di morti della guerra in Iraq voluta da Bush in nome della “libertà duratura”. Nel suo versante positivo la critica significa «produrre e riprodurre la vita degli oppressi e degli esclusi, scoprendo le cause di questa negatività e trasformando adeguatamente le istituzioni per far crescere la vita di tutta la comunità». Si apre così il tempo del kairos, il tempo messianico della conversione. Quando facciamo la critica al sistema ingiusto esercitiamo quel ruolo messianico che Gesù ha svolto in modo deciso e coraggioso.
Svelare l’essenza del sistema significa però scatenarne la reazione. E qui il discorso di Dussel prende una piega autobiografica, perché racconta l’attentato che ha sfondato una notte il muro della sua casa e l’ha costretto a fuggire dall’Argentina. «In quel momento mi sono reso conto che le mie lezioni all’università erano state capite». Chi prende il posto del povero non solo può fare la critica al sistema, ma scopre che il povero è l’epifania di Dio. Sotto questo profilo Gesù è stato il maggior critico del sistema e ha dato corpo alla premura di Jhwh per il suo popolo oppresso, come risulta dalla teofania dell’Esodo: «Io ho ascoltato il grido del mio popolo».
Poiché il sistema è ingiusto e il capitalismo si considera la realtà, etica vuol dire assumersi la responsabilità dell’altro e impegnarsi a costruire la “terra promessa”. Dussel si rammarica che la Chiesa non abbia accettato la radicalità di questa sfida e nei suoi documenti rimanga ancorata a un’etica piccolo-borghese, che non accoglie, fra l’altro, l’infinita dignità del lavoro e l’impossibilità di monetizzarlo.
Quando, per effetto della crisi economica e per la maturazione della coscienza critica, il consenso del sistema e quello degli oppressi cozzano tra loro, comincia la lotta e inizia la liberazione. Una liberazione che non poggia sul potere della legge, ma sulla forza della fede. Qui Dussel si appropria del discorso critico e messianico di Paolo sulla impossibilità della legge di divenire principio di giustificazione. Purtroppo nella storia cristiana si è realizzata un’inversione e all’epoca di Costantino Cristo, che è l’antilegge, è diventato il Pantocrator, che garantisce la legge. In realtà, solo la fede giustifica. E la fede è emunah, consenso. «Quando il popolo crede in se stesso “il non-popolo diventa mio popolo”, secondo l’espressione di Osea, e questo è frutto dello Spirito». All’etica del passato, burocratica, feticista, capitalista, farà seguito un’etica che è già in gestazione e che sarà il fondamento di una nuova democrazia dal basso, che organizzerà una nuova rappresentanza e una rinnovata partecipazione.
Nel dibattito col pubblico Dussel evidenzia che la menzogna fa parte strutturalmente della politica e che il mercato rappresenta il nuovo idolo. Osserva ancora che la gente, per recuperare un entusiasmo che la vita quotidiana non offre più, ha bisogno della droga. Il filosofo argentino si concede anche un altro paio di sottolineature: le istituzioni sono necessarie ma ambigue; la Chiesa corre il rischio di feticizzarsi.
Al termine del suo discorso, quasi per esorcizzare ogni sospetto di infedeltà, Dussel che si professa cristiano praticante, prende le distanze dal materialismo dialettico che egli considera una forma di monismo. •

Sintesi della relazione a cura di Achille Rossi)

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