Le buone pratiche/Mettiamo insieme i pezzi

Le buone pratiche. L’Altotevere e la Conferenza di Rio del 2012

Tante trasformazioni anche nella nostra valle e in Umbria sono già avviate. Si tratta ora di dare unitarietà all’insieme. Solo così anche l’Altotevere sostenibile potrà diventare una realtà

a cura della Fiera delle Utopie Concrete

Partono in questi mesi gli addetti ai lavori per la preparazione di “Rio + 20” del 2012. Per i non esperti questa formula significa poco o niente. Tutto è cominciato nel 1992 a Rio de Janeiro, dove si è svolta la conferenza mondiale sull’ambiente con 180 paesi presenti, molti rappresentati dai loro capi di stato, compreso il presidente degli Stati Uniti Bush senior. Questo vertice ha introdotto a un largo pubblico il concetto della sostenibilità: produrre, distribuire, consumare e smaltire in un modo compatibile con i cicli naturali per non lasciare alle future generazioni una terra più povera e inquinata della nostra. Nel documento finale di questa conferenza, Agenda 21, ha destato particolare attenzione l’articolo 48 che parla del locale, di un futuro sostenibile delle comunità urbane e rurali. Sono nate in tutto il mondo Agende 21 locali, solo in Europa se ne contano diverse magliaia. Ma ci sono anche altre reti come Eurocities, Alleanza per il clima, Iclei, ed Energycities. L’energia sostenibile, infatti, è diventata un punto cardine dello sviluppo sostenibile e più recentemente della “Green Economy”, che in buona parte è l’economia delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Avremo quindi occasione di celebrare nel 2012 i grandi progressi compiuti nel percorso verso un futuro sostenibile? È tutto da vedere.

Le solenni rievocazioni dei principi di sostenibilità, del tipo «dobbiamo tutti renderci conto dei limiti che ci impone la natura», «non possiamo più sprecare le risorse naturali in modo spensierato», eccetera sono il modo più ridondante, se non fastidioso, di celebrare “Rio + 20”. È tutto vero, ma è anche vero che tutto è stato detto già troppe volte. Quindi, vogliamo raccontarci le buone pratiche? La Fiera delle Utopie concrete ha fatto proprio questo negli ultimi due decenni, ma in un certo senso i tempi delle buone pratiche sono passati. Quest’ultime volevano dimostrare la fattibilità di soluzioni sostenibili e incoraggiarne l’imitazione. Vent’anni dopo Rio, però, non si tratta tanto di spiegare qual è la “cosa giusta” da fare o dimostrarne la sua fattibilità, ma di affrontare lo scarto tra l’agire quotidiano e quello che tutti sanno dovrebbe essere fatto e che spesso la legge stessa ci richiede di fare.

Però sarebbe troppo deprimente rivendicare solo lo scarto tra quello che c’è e quello che ci dovrebbe essere. Meritano attenzione anche le tante trasformazioni che si sono verificate negli ultimi due decenni proprio a livello territoriale. O, detto alla rovescia: se oggi non compaiono segnali incoraggianti sorti negli ultimi vent’anni per un futuro sostenibile – mettiamo in una zona come l’Altotevere, mille chilometri quadrati e settantamila persone – la speranza che le cose cambino nei prossimi due decenni da dove potrebbe venire? In questa prospettiva l’Agenzia Utopie Concrete ha avviato in questi giorni i progetti “Comunità della Sostenibilità” e “Pagine Verdi dell’Umbria”. L’idea è quella di raccogliere e presentare su un apposito sito internet (www.pagine-green.eu, ancora in allestimento), in occasione della Fiera delle Utopie concrete (20 – 23 ottobre) ed eventualmente in forma cartacea tutti i prodotti e i servizi che oggi contribuiscono alla capacità di futuro dell’Altotevere e dell’Umbria. Esistono. Anzi sono tante le esperienze di realtà produttive che hanno fatto un salto di qualità nel risparmio delle risorse come le aziende che ricaricano le cartucce per stampanti, che stanno più vicine a cicli naturali come le aziende agricole biologiche, che progettano e costruiscono macchine e impianti per l’utilizzo delle biomasse, per il solare e per l’eolico. Ma c’è anche qualche ristorante che sta sperimentando i cibi biologici…
Questo lavoro richiede la pazienza di assemblare i pezzi di un insieme ancora dolorosamente incompleto, ma è anche vero che quello che emerge è molto di più dei singoli componenti. Man mano che si delinea il futuro di un territorio che produce la propria energia, sarebbe bello vedere che possa anche alimentarsi in buona parte dei cibi coltivati in zona (senza rinunciare agli ananas e agli avocados), che gestisca i suoi pochi rifiuti indifferenziati, che renda facile poter spostarsi senza dover usare l’automobile e che garantisca in modo socialmente equilibrato un alto livello di benessere alla generazione presente e a quelle future.

Non esiste una dignitosa alternativa a un’economia verde e a una società sostenibile, ma la loro invocazione astratta non porta da nessuna parte. La necessità di inserire i processi di produzione e consumo nei cicli naturali non garantisce che gli attori economici e i cittadini consumatori rispettino i limiti naturali, la razionalità di un uso efficiente dell’energia e delle risorse non si traduce secondo qualche legge prestabilita in azione. Le “utopie concrete”, d’altra parte, non interessano tanto quando si trovano in Finlandia, Germania o Olanda, ma quando si verificano a San Giustino, Cinquemilia, Amelia o Narni. Possiamo essere sicuri che da questi esempi virtuosi emergerà prima o poi l’insieme di un futuro sostenibile? No, non possiamo essere certi di niente, né per il prima né per il poi. L’Altotevere sostenibile, l’Umbria sostenibile non sono altro che una speranza, però cercare le sue forme latenti e manifeste nell’esistente migliorerà le probabilità che il desiderabile diventi il reale. E allora, l’unica cosa che possiamo fare è assemblare i pezzi per quanto incompleti di un insieme che si deve ancora verificare, magari nel Rio +20 più venti.

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