LE BUONE PRATICHE/Crescita, dall’euforia al fatalismo

a cura della Fiera delle Utopie Concrete

Sono passati vent’anni da quando i leader dei paesi del mondo su invito delle Nazioni Unite si sono incontrati a Rio de Janeiro per firmare quattro convenzioni importanti (clima, biodiversità, desertificazione, sostanze chimiche pericolose) e indicare il concetto della sostenibilità come un valore guida per il futuro dell’umanità. Due decenni dopo, con una certa sobrietà si deve costatare che i processi di conversione culturale e ristrutturazione economica della società industriale, in una visione lungimirante di sintonia con i cicli naturali, sono molto più lenti di quanto non si pensasse nell’euforia dei primi anni Novanta, quando l’ambientalismo e il pensiero ecologico uscirono dall’angolo settario dei pochi illuminati. La nascita della Fiera delle Utopie concrete, come qualcuno ricorderà, avviene in quel periodo.

C’è da chiedersi se la cultura ecologica e l’economia sostenibile sapranno reggere il passo con un mondo in rapida trasformazione. Agli antipodi c’è l’ideologia dominante delle società industriali, che presuppone un progresso continuo verso livelli sempre più alti di benessere a causa di un’economia in continua crescita, che sta entrando in una profonda crisi se non in coma. Un importante segnale in questo senso è l’incarico che tre governi conservatori (quello francese, quello inglese e quello tedesco) hanno dato a tre commissioni per trovare delle alternative alla società della crescita e al suo modo di misurarla in termini di valore monetario della produzione di beni e servizi, il famoso Pil (prodotto interno lordo). Soprattutto in Francia è sorprendente la composizione della commissione. Sarkozy, a chi ha chiesto di portare chiarezza alla domanda di come misurare la performance dell’economia e il progresso sociale della società francese? Ad Amartya Sen, Nobel per l’economia indiano, Joseph Stiglitz, anche lui premio Nobel e già chief economist della Banca Mondiale e a Jean-Paul Fitoussi, grande studioso francese del rapporto tra democrazia e mercato economico – quindi a tre tra i più rinomati critici della globalizzazione e dell’industrialismo selvaggio. Perché anche lui, o meglio i suoi consulenti, hanno capito che una risposta al disagio della società della crescita non si troverà nei ranghi degli economisti convenzionali. Nel suo rapporto del 2009 (Il rapporto finale e i documenti di lavoro della commissione Sen Stiglitz Fitoussi sono disponibili in inglese e francese sul sito www.stiglitz-sen-fitoussi.fr.) la commissione fonda la sua critica all’obiettivo della crescita economica continua più che altro sul fatto che il legame tra benessere materiale e soddisfazione, oltre un certo livello di reddito, è completamente assente. Poter consumare di più non rende più contenti e soddisfatti. Giuseppe de Rita in un’intervista a la Repubblica (11 gennaio 2011) in modo un po’ provocatorio afferma: «Compriamo di meno perché ormai abbiamo tutto». E continua: «Ma io mi chiedo: spendere per cosa? Quasi il 90% di noi è proprietario della prima casa, la metà di questo 90% ne ha anche una seconda per le vacanze. Inoltre gli armadi straripano. E tutti hanno i telefonini in tasca».
Certamente ci sarebbero altri discorsi da fare su coloro che fanno fatica a mettere un armadio da qualche parte, ma è importante che l’ideologia della crescita venga messa in discussione non solo dal versante ecologico dei limiti della terra, ma anche da quello della qualità della vita e dei limiti sociali ed economici.
Di recente si è messa al lavoro una commissione “enquete” creata dal Bundestag tedesco il 1 dicembre 2010 con il titolo ingombrante: “Crescita, welfare, qualità di vita – Percorsi per un’economia sostenibile e il progresso della società nell’economia sociale di mercato”. Sono 17 i politici e 17 gli esperti che cercheranno di trovare una risposta alla domanda: Esistono limiti alla crescita e la Germania come affronterà il suo possibile rallentamento nei prossimi decenni? Poi si occuperà, come la commissione francese, della maniera in cui misurare welfare e progresso in modo più comprensivo, con il Pil solo come uno degli indicatori. Sono da prendere in considerazione, allora, fattori come la qualità della vita e il progresso sociale (quindi oltre lo standard materiale di vita l’accesso e la qualità del lavoro), la distribuzione della ricchezza, l’inclusione sociale e la coesione, un ambiente intatto e la disponibilità di risorse naturali limitate, l’accesso al sistema educativo e la sua qualità, la salute e l’aspettativa di vita, la qualità della previdenza sociale e della partecipazione politica come anche la soddisfazione soggettiva delle persone. E qual è il ruolo del consumo e dello stile di vita sulle prospettive di un’economia sostenibile?
Un bel programma piuttosto impegnativo di lavoro. Varrà la pena seguire l’andamento di questa commissione.
Quello che già adesso colpisce è quanto hanno a che vedere con le azioni a livello locale i temi della commissione “enquete” del Bundestag tedesco, ma più in generale di tutte queste ricerche sui limiti della crescita, sugli stili sostenibili di vita, sulla green economy e un nuovo benessere. Certo, i problemi nascono in buona parte fuori dal locale: una parte consistente dell’inquinamento atmosferico arriva da oltre i confini del Comune o addirittura della provincia, il mercato del lavoro è pesantemente condizionato dall’economia nazionale e internazionale e i cambiamenti climatici sono un problema globale. Ma è altrettanto vero che una parte consistente delle soluzioni innovative che chiede la “Sustainable development commission” (www.sd-commission.org.uk/publications.php?id=914) del governo inglese, come anche il rapporto della commissione francese, comportano la riappropriazione e il rafforzamento dei cicli locali e territoriali, quelli ambientali ma anche quelli economici. L’utilizzo delle biomasse per produrre energia rende il territorio meno dipendente dal petrolio e dal metano ma crea anche ricchezza e lavoro sul territorio. Lo stesso vale per un’edilizia di alta qualità ambientale. L’utilizzo dei prodotti della zona, la chiusura dei cicli nella gestione dell’acqua e dei rifiuti e un buon governo locale che metta le priorità su questi temi dei beni comuni, della lungimiranza e del benessere collettivo fanno una marcata differenza per quanto riguarda l’inclusione sociale e la coesione, la qualità dell’ambiente, la partecipazione politica e la soddisfazione soggettiva delle persone.

Il “meno, meglio, più lento e più profondo”, che Alexander Langer contrapponeva in modo provocativo all’euforia della crescita vent’anni fa, oggi è diventato un tema del dibattito, se non ancora delle azioni governative nei paesi occidentali importanti. L’euforia della crescita ha ceduto a un fatalismo di crescita e alla domanda: visto che dobbiamo rallentare, riusciamo a farlo senza effetti collaterali catastrofici? Una parte essenziale della risposta dovranno darla le cittadine e i cittadini, le associazioni e le istituzioni private e pubbliche locali. Un dibattito nel quale sarebbe bello sentire qualche contributo da coloro che governano o si candidano a governare le nostre città.

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