La pieve scomparsa di corliano e la scoperta della quercia grossa

Dove si parla di pecore, pastori, ambiente, fotografia e storia tiberina

di Gianni Brunacci

Sto preparando da tempo un volume sulle pievi di Arezzo e delle sue Diocesi, moderne e antiche. Ho visitato e fotografato più volte i centosette siti dove si trovano chiese, resti o solo memorie di antiche pievi medievali. La Val Tiberina, insieme alla parte di provincia che si allunga fino a Sestino e oltre, costituisce uno dei territori meno conosciuti per quanto concerne l’argomento specifico. Tutti sanno della bellissima (anche per ambientazione rurale) pieve alla Sovara, vicina ad Anghiari, oppure deducono dal nome del paese che la ospita che la chiesa principale di Pieve Santo Stefano è stata appunto un’antica pieve. Pochi conoscono però quella di Sestino e meno ancora le antiche pievi di Fresciano o di Pratieghi, di Palazzi o Monterone; e quanti sanno che Sansepolcro conserva ancora il campanile torre della sua pieve originale? (è quello della sconsacrata chiesa di Sant’Agostino, nei pressi di porta Fiorentina), ma il titolo di campionessa della scomparsa spetta di diritto a quella di Corliano. Poco più di un anno fa ho deciso di andare in cerca del sito ove un tempo sorgeva la Pieve, se non altro per immortalare l’ambiente che lo circonda. Il problema era che nei registri e nei volumi storici che riportano gli elenchi delle pievi (fonte principale il “Repetti”) figurava questa chiesa che non si riusciva a collocare con precisione topografica. Studiando la Carta dei sentieri in scala 1:50000, edita dalla Provincia di Arezzo, rintracciai la collocazione di due case indicate come Corliano alto e basso, nei pressi di Mogginano, a nord di Pieve Santo Stefano e a est di Valsavignone. Attrezzatura fotografica al seguito, mi avventurai sul posto con la mia 4×4 e l’entusiasmo curioso del ricercatore. Imboccata l’uscita dalla E45 per Valsavignone e seguita la freccia per Mogginano, diventava difficile individuare la strada utile a raggiungere i due casolari di Corliano; la carta non riportava alcuna via di comunicazione che potesse permettermi di arrivarci con facilità. Ma una strada bianca secondaria si staccava a sinistra di quella per Mogginano e l’intuito del giornalista ricercatore mi suggerì di imboccarla. Ai bordi della carrareccia c’erano grandi e piccole stalle, pascoli e campi pendenti, ma niente di illuminante ai miei fini. All’improvviso scorsi un pastore alle prese col suo gregge di pecore da riportare al vecchio ovile lì accanto. Stava attraversando una mulattiera, all’apparenza automobilisticamente poco praticabile, che imboccai sulla mia sinistra. Finestrino del guidatore abbassato e approccio rapido e “autorevole”.
– Mi scusi, sa dove posso trovare i resti dell’antica pieve di Corliano?
– Che?
– Qui nelle vicinanze un tempo c’era la pieve di Corliano, sa dirmi dove?
– Non so; provi a chiedere a mio figlio, in fondo al gregge, lui conosce meglio…
Il tempo di far scorrere le cento pecore del gregge e il figlio trentenne si dispose ad ascoltare.
– Sa dove si trovava l’antica pieve di Corliano? Secondo la mia cartina potrebbe essere questa mulattiera quella che conduce da quelle parti…
– La chiesa non c’è più, non so se era una pieve oppure no, ormai c’è un mucchio di rovi che copre i ruderi, al suo posto. Sì, si trovava da quella parte, a Corliano di sotto. Prima trova quello di sopra, che è la casa abbandonata lungo la strada dopo il cimitero, poi quando vede una specie di sbarra/cancello sulla sinistra, lasci lì la macchina e la oltrepassi. Giunto al campo vedrà sulla destra la Quercia Grossa; lì vicino ci sono dei ruderi coperti dai rovi. Faccia attenzione, perché nel campo abbiamo sparso il letame…
– Grazie per le indicazioni.
Fu così che dopo qualche minuto raggiunsi il cancello, legato con delle corde a un palo piegato. Zaino in spalla e treppiede in mano, slegai le serrature improvvisate per riposizionarle una volta richiuso il cancello alle mie spalle. Discesi al campo mietuto e trattato con lo spargi letame, mi voltai sulla destra e vidi quella che poteva essere definita una “quercia grossa”, distante circa trecento metri da me. Mi mantenni al margine del campo, per evitare di calpestare lo sterco di vacca concimante, e mi incamminai verso la quercia. Man mano che mi avvicinavo, l’albero si faceva chiaramente più grande e accanto a esso, neanche venti metri più a sinistra, un mucchio indefinito di rovi copriva quelli che dovevano essere i ruderi di Corliano di Sotto, casa e antica pieve; muri invisibili, alti al massimo un metro e mezzo. Quando giunsi a pochi metri dalla quercia grossa, mi travolse il fascino di una pianta monumentale enorme, forse seconda solo a quella che si trova nei pressi di Fròsini, in provincia di Siena (fu un’avventura vera la sua ricerca, ma ne parlerò in altra sede). Avevo a che fare con una testimone storica autorevole, soggiogante e bellissima. Le sue fronde coprono più di trenta metri di diametro e il suo tronco può essere abbracciato da quattro persone che stendano le loro braccia aperte l’una accanto all’altra (sono calcoli approssimativi, che feci sul posto a passi e braccia). Uno solo dei rami principali costituirebbe il tronco di una quercia eccezionale per dimensioni, se fosse piantato in terra. La vecchia strada che saliva da Valsavignone la costeggia, anche se ormai è difficile coglierne il tracciato preciso.
Dimenticati poco lontani i rovi della pieve, mi lasciai avvolgere dalla bellezza monumentale di quel prodotto della natura e cominciai a scattare foto una dietro l’altra, cambiando di volta in volta l’esposizione o il tempo di scatto, in modo da portare a casa qualche immagine di qualità, buona da pubblicare sul mio libro. Ma l’ora che si era fatta non permetteva scatti davvero suggestivi, anche perché il sole forte del mezzogiorno è il meno adatto alle fotografie. Il puzzo di letame era solo un ricordo, tanta era la bellezza e la capacità di attrazione del luogo e della Quercia Grossa. Mi avvicinai ai ruderi invisibili e raccolsi un bel po’ di more giganti e mature, utili a mitigare la fame da mancata colazione.
Fu allora che lasciai quei ruderi promettendo loro che sarei tornato presto a trovarli, ma un’ora prima del tramonto, quando la luce calda e radente ammorbidisce le ombre e aggiunge poesia a un luogo che la rappresenta come pochi altri.
In effetti ho ripercorso quei passi in varie occasioni, cercando il momento migliore per scattare le foto giuste. Non sono completamente soddisfatto, ma qualcosa di buono ne ho ricavato (si vedano le immagini a corredo di questo racconto). Invito i più sensibili e curiosi tra i lettori a raggiungere un luogo suggestivo e pieno di storia come Corliano, se non altro per assaporare il valore della natura (che non sale o scende in base ai mercati finanziari) e dei luoghi nei quali l’uomo ha saputo lasciare dei segni. Sarà poi soggettiva la capacità di immaginare la vita che scorreva sotto quella quercia, su per la strada, dentro la chiesa o sul sagrato, piuttosto che nei campi di fianco.

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