Incontri/Ricomporre Babele. Educare al cosmopolitismo

Incontri. Si è svolto il mese scorso a Cinisello Balsamo il convegno organizzato dalla Fondazione Intercultura Onlus

di Matteo Martelli

Intercultura è nata in Italia nel 1955 per merito di alcuni volontari che, nella loro vita di studenti, avevano sperimentato il valore formativo dello studio in un paese diverso dal proprio e, soprattutto, avevano intuito le potenzialità educative dei soggiorni di studio all’estero. Il Presidente della Repubblica, il 23 luglio 1985 (Dpr n. 578), ha riconosciuto come Ente Morale l’Associazione, che nel 1997 è diventata Onlus (Organizzazione senza fini di lucro). Intercultura è un movimento di volontariato ed è collegato a una rete di associazioni che si riconoscono nell’Afs (American Field Service), da oltre 90 anni motore di iniziative di educazione alla conoscenza, al rispetto e alla pace tra i popoli.
L’Associazione organizza scambi con i paesi di tutti i continenti. Giovani italiani vanno a studiare all’estero per un breve periodo, per sei mesi o per un anno. Studenti stranieri sono ospitati presso famiglie italiane e seguono le attività di educazione e di istruzione in scuole italiane (licei, istituti tecnici e professionali). Sono organizzati anche scambi di classi per brevi periodi. I dati parlano il linguaggio della chiarezza e dell’evidenza. Nel 2008 sono partiti 1113 studenti; nel 2009 1360 studenti; nel 2010 1383 studenti. Anche la provincia di Arezzo e quella di Perugia, che ospitano centri molto vivaci, partecipano ai programmi, inviando studenti e ospitando ragazzi che vengono da tutte le parti del mondo. Intercultura – in collaborazione con l’Associazione Nazionale Presidi – sul tema degli scambi promuove conferenze, seminari, corsi di formazione e di aggiornamento per dirigenti scolastici, per insegnanti, per volontari della propria e di altre associazioni.
La Fondazione Intercultura è stata costituita nel 2007 con la finalità di organizzare incontri tra rappresentanti dei vari Paesi del mondo, promuovere ricerche e riflessioni sui temi dell’interculturalità, sostenere programmi e strutture che “aiutino le nuove generazioni ad aprirsi al mondo e a vivere da cittadini consapevoli” il fenomeno della mondializzazione dei problemi economici, sociali e culturali della nostra epoca. Come ha ricordato nell’ultimo numero di “Quìc” (n. 281 del marzo 2011) il Segretario Generale Roberto Ruffino, è urgente «trovare modelli di convivenza fondati sul dialogo interculturale e sulla ricerca di integrazioni nuove e di identità aperte alle continue sollecitazioni che l’Europa e le migrazioni offrono alle nostre nazioni». È fallito il modello del “multiculturalismo” anglo-tedesco fondato sul principio della tolleranza passiva, che accetta e promuove un quadro preoccupante di “vite separate” tra popolazioni di origine e lingua diverse operanti nella stessa realtà (lavoro, quartiere, paese, città). Ma non ha avuto successo neppure il modello francese di “assimilazione” degli immigrati all’identità nazionale francese. Non resta che sostenere e realizzare con sempre maggiore convinzione il modello della “integrazione”, della costruzione delle “identità plurali”, come si sta sperimentando in molte realtà del nostro Paese.
Il II Rapporto (2011) sull’immigrazione nella città di Arezzo, ad esempio, da un lato conferma che i cittadini di origine straniera (prima e, cosiddetta, seconda generazione) rappresentano il 13,8% della popolazione complessiva del capoluogo, che proprio in ragione della loro presenza ha superato la quota di 100 mila abitanti, dall’altro registra l’inserimento dei lavoratori di origine straniera nelle principali attività della città, e anche in quelle imprenditoriali, come attesta l’indagine condotta da Cna. Ad Arezzo il modello dell’inclusione nella vita cittadina sembra conseguire risultati positivi e favorire non solo l’integrazione scolastica, canale privilegiato per l’inserimento delle nuove generazioni nel tessuto della polis, ma la costruzione di una “città plurale”, come ricorda Francesco Petrelli, Presidente di Oxfam Italia.

Nella sua Dichiarazione programmatica la Fondazione Intercultura Onlus ricorda che chi si sente a disagio fuori dalla propria nazione e dalla propria lingua è un cittadino dimezzato e un attore inefficace sul mercato globale. Aprirsi al mondo senza spasarsi; vedere la realtà da molte prospettive; scoprire i confini della propria cultura interagendo con quella altrui; sentire legami di umanità sotto il fluire di differenze appariscenti. E a questi temi ha dedicato il Convegno (7-9 aprile 2011, Cinisello Balsamo-Milano) Ricomporre Babele: educare al cosmopolitismo, a cui hanno partecipato 350 persone: esperti di interculturalità e rappresentanti di associazioni, enti pubblici e privati, università e centri di studio italiani e stranieri, dirigenti scolastici, docenti e studenti, genitori e volontari di Intercultura, invitati a discutere, riflettere e confrontarsi sulle grandi questioni che lacerano l’umanità e il pianeta in questa fase cruciale della storia del mondo.
Nella Bibbia (Genesi, 11, 1, 9) si legge: Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole […] Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
Già Roberto Ruffino, nella Presentazione, si è chiesto se la diversità provocata da Babele sia da interpretare come una condanna, una punizione oppure come un valore aggiunto all’essere dell’umanità, l’occasione che ha messo in moto la diversità dei popoli, delle confessioni religiose, dei cento nomi con cui l’umanità si rivolge a Dio. E il gesuita Padre Jean Louis Ska, nella sua Prolusione, gli ha fatto eco con una esegesi del testo biblico. Dio non ha impedito la costruzione della Torre nella città, né ha voluto punire gli uomini che ne hanno intrapreso l’edificazione. Il racconto della Torre di Babele non è la storia di un “delitto e castigo”. Dio ha voluto semplicemente segnare i limiti alle ambizioni dell’uomo, che sogna l’“immortalità”. La Torre, che ambisce a raggiungere il cielo, è un disegno vacuo, irrealizzabile, al di là delle possibilità umane. Per Dio è naturale che i popoli non abbiano un’unica città e un’unica lingua. All’umanità è preclusa l’immortalità. Per l’uomo è disponibile il tempo. E il futuro non è l’eternità, ma la storia. Compito dell’uomo è costruire il mondo, non aspirare a raggiungere il cielo. Il racconto biblico – quindi – è una critica del sogno di unire diversi popoli sotto l’egida di un potere unico. È la contestazione del progetto totalitario e imperialista, ma non è un attacco a Babilonia. Una punizione divina. È – invece – la promozione della diversità, che è propria della creazione e della natura umana.

Il Convegno si è sviluppato lungo tre percorsi. Il dialogo delle civiltà. Il tema della globalizzazione. L’educazione al cosmopolitismo. Il dialogo delle civiltà è stato discusso nei workshop e nella successiva plenaria del primo giorno. Nell’esame della cosmopoli internazionale è emersa la tendenza dei paesi dell’Occidente a controllare il disordine mondiale, a preoccuparsi soprattutto della sicurezza più che della dignità delle persone, ma ad impegnarsi nella cura dei mali e nella terapia delle ferite dell’umanità. È mancato e manca un progetto di governo del mondo globale (M. Pandolfi). Gli stati, che dominano anche negli organismi internazionali, sembrano vittime del caos generale, occupati soltanto dalla catena delle emergenze, miopi di fronte agli orrori del pianeta. La diffusione dell’idea cosmopolita può contribuire a tutelare le differenze e anche le lingue: molte delle 6 mila del pianeta sono destinate a scomparire (D. Archibugi). Occorre partire dalla città, dalla cosmopolis, dal civis mondiale. Superare la paura, l’agorafobia (R. Toscano). Dobbiamo costruire una città flessibile, elastica, resiliente (D. Shamhushivananda). Dobbiamo opporci a stati mondiali e favorire le istituzioni federali (F. Dallmayr). L’Europa ha fallito nella sua politica verso il limes meridionale. Ha portato via tutto agli africani, persino la storia, che a quegli stessi popoli appare irrilevante (P. Calchi Novati).

Il tema della globalizzazione è stato declinato nel secondo ciclo di seminari. La globalizzazione ha prodotto conseguenze tangibili: la presenza negli stessi territori dell’Occidente di significative minoranze religiose (15/20% della popolazione) di origine meridionale e/o orientale (ortodossi, musulmani); il pluralismo culturale negli stati della vecchia Europa; l’avvio di cambiamenti profondi nella mentalità, nei comportamenti, nelle relazioni umane. La storia ci costringe a cambiare (G. Bosetti). Il rischio di tale processo è la deculturazione (T. Todorov). E il ritorno allo scontro delle civiltà. Th. Gaudin si è chiesto: Babel is back? E Paolo Branca ha affermato che il pluralismo (anche nelle culture e confessioni come l’Islam) è sempre esistito. Nel passato il mondo è stato plurale, diversamente da quel che si pensa comunemente. Anzi ha dominato una triade inscindibile: ebraismo, cristianesimo, islam. C’è stata e c’è similarità tra le religioni. Similarità e non uguaglianza omologante. Se partiamo dalla pratica quotidiana possiamo educare e educarci alla diversità, perché la realtà è più avanti delle istituzioni politiche e religiose. D’altra parte la storia biologica dell’individuo, da quando è apparso l’uomo moderno 150 mila anni fa, testimonia che la diversità è stata sempre (ed è) il fattore determinante del’evoluzione dell’umanità (F. Cavalli Sforza). Il futuro è imprevedibile. Le tecnologie modificheranno la struttura del cervello. Le persone apprenderanno di più e avremo identità molteplici. Per essere cittadino del mondo bisognerà parlare quattro lingue (V. Motlagh).
L’educazione al cosmopolitismo ha costituito il motivo conduttore dell’intero Convegno, non solo del terzo ciclo di workshop. Salvatore Veca ha sostenuto che per educare al cosmopolitismo occorre partire dalla critica a due credenze fallaci: 1. l’idea che le culture siano stabili e coerenti; 2. l’idea che le culture siano differenti, distanti, sature. Il pianeta, invece, è popolato da una pluralità di culture insature e incomplete. Non vi è singola cultura nel tempo che possa essere considerata satura in ciò che conta. R. Jahanbegloo, interrogandosi sul concetto di cosmopolitismo, lo ha definito «solidarietà delle differenze, orizzonte comune di cittadinanza». Sappiamo che la dimensione cosmopolita è un processo inevitabile come effetto della globalizzazione, che ha prodotto un nomadismo irrefrenabile. Nel futuro o ci capiremo o ci distruggeremo. Ricordiamo che l’intera storia dell’umanità è una storia di ibridazione. E se intendiamo evitare la catastrofe dell’umanità dobbiamo, attraverso l’ascolto dell’altro, promuovere l’autoliberazione dei popoli affidandoci allo scambio linguistico, perché l’uomo è innanzitutto logos (S. Natoli). Educare al cosmopolitismo vuol dire rendere i diritti umani parte essenziale del lessico universale. Innanzitutto i diritti delle donne nella loro specificità, che non possono non essere coniugati con il principio della responsabilità, rifiutando il concetto di sacrificio della persona in nome del pluralismo culturale e religioso, pur evitando la contrapposizione e il conflitto tra le appartenenze (A. Facchi).

La giornata conclusiva si è svolta nell’Auditorium “Giorgio Gaber” del Grattacielo Pirelli. Il saluto di Paolo Nespoli dalla stazione spaziale internazionale (www.ricomporre babele.org) della Missione magISStra ha esaltato la vocazione di Intercultura: dagli oblò della nave spaziale la terra è bellissima, unica, senza confini! È di tutti e tutti sono cittadini del cosmo. Il cosmopolitismo oggi è uno stato, un ruolo e insieme un ideale (M. Santerini). È attraversato da profonde contraddizioni. Difenderlo è una necessità. Ma è urgente un progetto politico educativo, ispirato all’idea che il “rispetto dei diritti delle minoranze rende civile la città di tutti” (S. Sassen). Alla scuola e all’università è affidata l’educazione al cosmopolitismo: la costruzione delle competenze cosmopolite. Alcuni dati sono condivisi. Il cosmopolitismo oggi non è solo una realtà, ma è una necessità. Babele non è reversibile. E l’intercultura è il passaggio obbligato verso il cosmopolitismo, perché va oltre i confini del multiculturalismo e svuota l’illusione dell’assimilazione. Intercultura è uno scambio possibile, conferisce a ognuno un’identità possibile, dinamica, storica (R. Toscano). All’università, grande condominio cosmopolita, la responsabilità di non incatenare i cervelli, di praticare saperi universali, non esclusivi, non autoreferenziali, di indicare ai giovani il varco verso l’infinito (M. L. Lavitrano). Alla scuola, di ogni ordine e grado, il compito dell’accoglienza del diverso e dell’educazione alla concittadinanza (G. Rembado). E la scuola, chiamata nella sua autonomia a far crescere persone capaci non solo di apprendere ma di produrre saperi, è il luogo naturale del confronto, del dialogo, dell’intercultura, anche del conflitto, ma nella prospettiva della costruzione di una cittadinanza plurale che, della realtà delle differenze, fa la sua risorsa principale (B. Ongaro).

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