Incontri/Educare non vuol dire inculcare i nostri ideali

Sansepolcro. Un’iniziativa del vescovo Fontana sulla emergenza educativa

Il relatore José Luis Moral, docente di teologia presso l’università Salesiana di Roma, strega l’uditorio non solo per la sua capacità oratoria ma soprattutto per le cose che dice

di Gaetano Rasola

«Educare i figli liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli». «E ora bunga bunga per tutti» (S. Berlusconi)

Nel clima lutulento che la politica ha calato sulla vita civile, dove persino indignarsi sembra un atto al tempo stesso rivoluzionario e sconcio, molte associazioni cattoliche e comunità di base hanno preso o stanno prendendo posizione contro comportamenti pubblici immorali o contrari all’interesse collettivo. Un clima che è progressivamente calato sulle coscienze dividendo il sentire comune. Un meccanismo pervasivo aiutato dalla mancanza di voci autorevoli che ristabilissero un minimo di senso del decoro pubblico. Ma sembra che la coscienza pubblica abbia iniziato a risvegliarsi, lo dimostrano le tante iniziative prese in questi ultimi tempi. Tra queste, qui a Sansepolcro, risalta quella del vescovo della diocesi, Fontana, che ha avviato un percorso di studi per catechisti il cui titolo già determina il senso: la Chiesa e l’emergenza educativa. Dove emergenza significa: «situazione di crisi o di pericolo da affrontare con tempestività e risolutezza» (Devoto/Oli – Dizionario della lingua italiana 2003) e non, nel significato governativo, di situazione da sfruttare economicamente mungendo la vacca statale.
Un’iniziativa che nasce su impulso della Cei sul tema: Educare oggi. Il programma elaborato dalla diocesi prevede corsi di formazione per la “Pastorale giovanile” a cui seguirà, nel prossimo anno, l’opportunità di un master universitario per coloro che vorranno intraprendere questa strada. Il programma prevede anche di affrontare altre “emergenze” nei prossimi anni, quella caritativa e quella culturale. Incaricato del lavoro è José Luis Moral, docente di Teologia presso l’università salesiana di Roma. Il primo incontro, a Sansepolcro, si è avuto domenica 27 febbraio, altri si ripeteranno nell’anno. Il relatore ha esordito con una affermazione impegnativa per questi tempi: «la Chiesa vuole tornare allo spirito del Concilio Vaticano II» che sembra un’affermazione azzardata visti i comportamenti e le posizioni assunte dalla gerarchia.
Cosa significa educare, si è chiesto il relatore, visto che non si tratta di un travaso di informazioni tra un vuoto e un pieno e nemmeno insegnare o istruire. Non significa neanche trasmettere valori. Forse fiorire, maturare, vivere sono più attinenti. Nessuno però fiorisce o matura o vive qualcun altro, ma con gli altri. Crescere insieme, educare, vuol dire quindi costruire insieme. E ciò è possibile perché siamo tutti linguaggio, esperienza, relazione. Non servono perciò competenze specifiche ma soltanto realizzare una buona relazione, dove si scambiano le esperienze usando le parole. Conoscere le parole è importante ma non basta. Non abbiamo parole positive, dice Moral, per definire chi non la pensa come noi, come anche quelli che rifiutano la chiesa perché non capiscono le nostre parole. Sono situazioni che spesso spariscono dalla coscienza per mancanza di parole. Mentre il mondo ha aggiornato il suo linguaggio seguendo le nuove esperienze, noi siamo restati al vecchio che ci impedisce di capire la realtà. La storicità viene respinta perché contraddice i dogmi del libro. Ma i concetti oggi eretici domani sono accettati, vedi la doppia natura di Gesù!
Moral, il relatore, deve aver fatto teatro perché tra pause, frasi gridate, toni, tempi tra le battute, ha stregato l’uditorio. La scienza, ha affermato, ci ha liberato da tante superstizioni e fornito modelli per capire chi siamo. Oggi siamo diversi dai nostri padri e nonni. Il nostro è un linguaggio pluralista, ognuno ha il suo senso della vita e come tale va rispettato. Complica la vita ma matura la libertà. Il pluralismo è la verità antropologica profonda dell’uomo. «Definire relativismo questa realtà, nasconde la paura del modo di accedere alla verità. Credere nella verità assoluta è fondamentalismo. Il Concilio Vaticano II ha rotto questo schema». Il cristianesimo non è identico da luogo a luogo.
Tornando ai ragazzi, Moral ha richiamato Don Bosco e ha ricordato che non dobbiamo fare cose per loro ma con loro stando dalla loro parte, cercando di capire il senso delle loro scelte. L’ambito fondamentale di formazione dei ragazzi sono i coetanei, con loro sfuggono la solitudine, vivono i processi di identità con metodi che non sono né migliori né peggiori dei nostri, ma diversi. Le dinamiche degli adolescenti, ha detto, prevedono un doppio tempo: cinque giorni sottomessi alle esigenze “sociali” e familiari, due giorni totalmente padroni del loro tempo.
Il modello adulto è fuori dai loro interessi. Occorre ricostruire i rapporti non solo con loro ma con noi stessi, perché «ciascuno è la relazione che ha con se stesso, con gli altri, con le istituzioni e le cose, con Dio». Concludendo, il relatore ha affermato con forza che «è necessario fuggire l’idea che educare sia sinonimo di modellare le nuove generazioni e inculcare loro i nostri migliori ideali». Non si può infatti scambiare l’educazione con l’istruzione. «Educarsi/ci è un processo sociale e personale di intelligenza (coscientizzazione/coscienza critica) e di decisione (morale, perché include opzioni e azioni impegnative).
L’educazione è un cammino di crescita nelle relazioni quotidiane. Solo la realtà vissuta, nelle nostre relazioni con essa, è la nostra vera educatrice. Educarci come cittadini e cristiani responsabili esprime il futuro più bello. Moral ci indica anche un percorso: affrontare le sfide della vita quotidiana per costruire risposte alternative, risposte di vita a tanti segni di morte, di ingiustizia, di sottomissione. Educarci per diventare ciò che siamo si può riassumere nell’esercizio dei valori della cittadinanza: «essere un buon cittadino esprime fedelmente ciò che ci fa umani.
È giunto il tempo della cittadinanza attiva, allo stesso tempo cosmopolita e radicata nel territorio». Un bell’impegno.

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici nostri e di terze parti. Cliccando o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie
Cosa sono i cookies ?