Il tema del mese/Nove, inascoltate, ragioni per non fare la diga

Giuliano Cannata, docente di pianificazione di bacini idrografici all’università di Siena ci spiega la sua contrarietà alle dighe

Generalmente le dighe, dice Cannata, si costruiscono per fare un piacere ai cementieri. Ma ora che c’è occorre farla funzionare al meglio. Con un occhio alla sicurezza

di Antonio Guerrini

Circa 32 anni fa – era il 1978 – mi trovai, per una strana combinazione, in una frazione di confine con la Toscana. Alcuni tecnici armeggiavano con strani strumenti di misurazione facendo segni a diverse altezze sulle pareti degli edifici. Incuriosito, chiesi a ad una piccola folla di osservatori, presi dalla mia stessa sindrome, cosa stessero facendo. «Misurano l’altezza che potrebbe raggiungere l’acqua in caso di rottura improvvisa della diga di Montedoglio», fu la risposta poco rassicurante. L’associazione diga-catastrofe fu il mio primo approccio con l’invaso. La costruzione del mastodontico sbarramento era appena iniziato da un anno, ma le polemiche tra ambientalisti (contrari) e tutti gli altri (favorevoli) erano il pane della battaglia politica. Poi l’entrata in funzione e i benefici derivati dagli usi plurimi delle acque (irriguo, regimazione del Tevere, idropotabile, idroelettrico, turistico…), tolsero benzina alle polemiche sugli sprechi, sulla tutela ambientale e a quella più corposa dei rischi.
L’incidente del 29 dicembre, in un attimo ha riportato la lancetta dell’invaso alla casella iniziale, quella della sicurezza. Dopo la “grande paura” è già iniziata l’opera di ravvedimento: sì, ma era solo il canale di sfioro, lo sbarramento ha tenuto; probabilmente si tratta di un difetto di progettazione o di realizzazione. Come dire: tutto verrà chiarito; si fa presto a dimenticare. Come sta accadendo nel Vajont dove, tra mille polemiche, a 50 anni dalla catastrofe si vuol riattivare l’invaso per produrre energia elettrica.
E, allora, forse è utile riascoltare le ragioni di Pietro Giuliano Cannata, docente di pianificazione di bacini idrografici all´Università di Siena (i suoi consigli indussero molti amministratori a rinunciare alla costruzione di altrettanti invasi previsti, all’epoca: dighe di Vetto sull´Enza, di Valda sull´Avisio, di FarmaMerse a Siena e la diga sulla Val d´Orcia), strenuo oppositore dell’opera.
1°: le dighe si costruiscono per far piacere ai cementieri e alle ditte di grandi lavori. ‹‹ …Quello delle dighe è il caso classico in cui il mezzo giustifica il fine. Lo scopo è sempre la costruzione della diga, poi, di volta in volta, si adattano motivazioni possibili. La storia delle motivazioni per la costruzione di invasi in Italia è la seguente: anni ’20, ’30 e ’40 idroelettrico; anni ’50 e ’60 irriguo; anni ’80 e ’90 regimazione e potabile. Ma il motivo per cui sono stati fatti era sempre e solo uno: far lavorare le imprese. Il Piano Verde ne ha fatte costruire ben 42. Solo quelle appartenenti alla prima categoria avevano un senso e solo a quell´epoca››.
2°: l’emergenza idrica. «Per immaginarsi una massa d’acqua di circa 370 milioni di metri cubi occorre uno sforzo di fantasia. È tutta quella che verrà accumulata dagli invasi di Montedoglio (circa 145) e Chiascio (circa 225/240) una volta a regime. Aggiungete le acque del Trasimeno, della diga di Corbara, del Tevere e dei suoi affluenti, le captazioni e poi chiedetevi: ma con tanta disponibilità come è possibile affermare che in Umbria c’è emergenza idrica?».
3°: l’agricoltura ha sete. «In Italia – spiega Cannata – si captano ogni anno 32 miliardi di metri cubi di acqua per l´agricoltura, 8 miliardi per l´industria e altrettanti per gli acquedotti: in tutto circa 50 miliardi sottratti al deflusso dei fiumi o alle viscere della terra. Il 60% delle captazioni sono irrigue; l´acqua usata in agricoltura, inoltre, si consuma tutta, mentre quella destinata ad usi idropotabili e industriali, dopo la depurazione, ritorna ai corsi d´acqua. Se si guarda dunque ai consumi il 90% spetta all´agricoltura, il 10% a tutto il resto». «Questi 31(32) miliardi di metri cubi irrigano 5 milioni di ettari di terreni agricoli, sufficienti per produrre cibo per 170 milioni di persone. Ma poiché gli italiani sono circa 60 milioni, gran parte dell’enorme surplus finisce semplicemente al macero».
4°: lo spreco. «…la cosiddetta agricoltura capta e “privatizza” il 70 percento e consuma il 90 percento di tutta l’acqua d’Italia, per produrre il 2,6 % del Pil e fornire il 2,7 dell’occupazione, ivi compresi gli schiavi senegalesi del pomodoro. In Italia si producono 8 milioni di tonnellate di pomodori (140 kg a testa, mezzo kg al giorno) a un prezzo assolutamente vile (9 o 10 cent. al kg) ma con un consumo d’acqua (non pagato) di 300 litri per ogni kg. (totale 2 miliardi e mezzo di metri cubi, quanto tutto il consumo acquedottistico italiano)». «Il mais consuma annualmente in Italia 3 miliardi di metri cubi di acqua; per far crescere un prodotto vegetale occorrono in media 300 chili di acqua. Per non parlare della barbabietola da zucchero e del tabacco››.
5°: le dighe distruggono i litorali. «Perché trattengono i materiali solidi che alimentano le foci dei fiumi e quindi le spiagge. La diga di Corbara, per fare un esempio, si è mangiata la spiaggia di Ostia. Quando ebbi modo di spiegare all´indimenticato sindaco di Roma Petroselli gli effetti che la diga di Corbara e quella di Montedoglio avrebbero avuto sulla spiaggia di Ostia, il sindaco si spaventò. Andammo insieme a dire ai politici, ai tre presidenti di regione della Toscana, Umbria e Lazio, che non si dovevano fare››.
6°: l’uso plurimo delle acque. «…è una storiella che sanno anche i bambini e che io spiego ai miei studenti di primo corso: uso irriguo e potabile confliggono tra di loro perché la punta di maggior richiesta è coincidente e si verifica sempre nei mesi di luglio e agosto. All´uso di acque superficiali a scopo idropotabile si dovrebbe ricorrere solo in casi estremi, ma questo non riguarda la provincia di Arezzo».
7°: alimentare il Trasimeno. «… il Trasimeno soffre di eccesso di captazione irrigua che ha impoverito gli apporti superficiali al lago e le falde di alimentazione».
8°: la diga c’è. «…le dighe, almeno quelle ultimate, devono funzionare ove possibile, visto quello che sono costate. Ma si possono fare anche interventi strutturali per …farle funzionare meglio… dotarle di uno scarico di fondo per far defluire le piene e liberare il materiale solido… per salvare le spiagge».
9°: il caro tariffe. «Le tariffe sono il risultato matematico degli investimenti effettuati. Il cuore dell´analisi economica keynesiana è il rapporto costi-benefici. Se i costi di un investimento pubblico, considerati i risultati economici, occupazionali, socio-culturali, sono maggiori dei benefici l´ente pubblico non può farli. Se li fa, vuol dire che è infiltrato di maffia. Keynes scriveva mafia con due effe››.
Se questo è l’antefatto, vediamo allora il resto. L’invaso è costato 150 milioni di euro; la condotta di adduzione al lago Trasimeno 146 milioni di euro, le opere di adduzione della Val di Chiana e Valle del Tevere si avvicinano a un miliardo di euro, ma sono ancora in corso i lavori ed è difficile definire in modo preciso i contorni di spesa. Per comprendere il livello di rischio sopportabile bisognerà capire quanto le istituzioni pubbliche saranno disposte a cedere alle lusinghe dei benefici economici in cambio di sicurezza. Esattamente quello che si sta proponendo alle popolazioni del Vajont: soldi per scuole e servizi in cambio di sicurezza: purché si faccia la centrale. Chissà cosa direbbe Keynes.

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