IL TEMA DEL MESE/Impreparati di fronte alle emergenze

Colloquio con Sandro Busatti, presidente del Gruppo comunale di Protezione civile di Città di Castello

Dopo ll’incidente di Montedoglio il problema torna di attualità: a chi dobbiamo rivolgerci in caso di calamità naturale?

di Alvaro Tacchini

Ore 21 del 29 dicembre 2010. Arriva una telefonata, da persona credibile: problema a serio alla diga di Montedoglio, situazione molto rischiosa. Cerco di saperne di più. Ma chi potrebbe darmi informazioni attendibili? Nel giro di un’oretta le voci si rincorrono, tra telefonate, chiacchiere di condominio, commenti di chi si ritiene più esperto o più informato. Sento dire che stanno evacuando Rignaldello. Arriverà pure il suggerimento di rifugiarsi sui piani alti delle case. Vorrei avere informazioni ufficiali. Ma a chi chiedere? Ecco il problema: come deve comportarsi un cittadino in caso di grave emergenza? chi lo informa e come? qual è il ruolo della Protezione Civile e degli organismi preposti alla gestione delle emergenze?
Prendiamo spunto dal “caso Montedoglio” per parlare del problema con Sandro Busatti, presidente del Gruppo Comunale di Protezione Civile.
Ammette che gli interrogativi posti sono, purtroppo, fondati. Come, del resto, non sono frutto di perverse allucinazioni i grandi rischi che incombono sulla valle: terremoti, inondazioni, dissesto idro-geologico.
«Quello che è accaduto a Montedoglio – dice Busatti – non doveva succedere: ma è successo…»
Tanto che ci siamo, gli chiedo cosa succederebbe a Città di Castello in caso di collasso completo della diga di Montedoglio: «Grosso modo l’esondazione del Tevere dovrebbe raggiungere il livello della strada di circonvallazione a porta San Giacomo: ciò significa che ad andare sotto sarebbe tutta la zona di Rignaldello e che l’acqua inonderebbe le parti più basse del centro storico, ma solo i piani bassi delle abitazioni».
Esattamente ciò che avvenne nella famosa alluvione del 1896 e in altre simili. Nessun rischio, quindi, per chi abita nelle vaste aree periferiche a nord e ad est del centro storico, dalle Graticole alla Casella, tanto per intenderci.
Se prendiamo in considerazione l’intero territorio – chiedo – chi ha veramente da temere in caso di grave inondazione?
«Oltre a Rignaldello e il nucleo abitato presso il campo sportivo della Mattonata, le aree di massima criticità sono soprattutto Piosina, Pistrino, il Cornetto, i Ranchi; poi più a nord la zona di Capanne a Sangiustino, Santa Fiora, Santa Fista e Gricignano nella parte toscana della valle. Quanto alla periferia di Città di Castello, l’area vicino allo stadio e, in misura minore, Riosecco e la zona industriale».
A complicare le cose per il prossimo futuro, ci saranno le conseguenze dell’”incidente” di Montedoglio: innanzitutto per qualche anno la diga non potrà “disciplinare” le piene del Tevere come stava facendo, e bene, da diverso tempo; inoltre l’impatto della massa d’acqua fuoriuscita a fine dicembre è stato tale da erodere in modo serio gli argini del fiume, danneggiandoli gravemente in alcuni punti e mettendo a repentaglio la loro tenuta.
In tale scenario locale, considerando l’impatto che stanno avendo le mutazioni climatiche, con l’esasperazione degli eventi atmosferici, bene fa la Protezione Civile ad obbedire al principio del «prepararsi al peggio possibile, anche se non succederà».
Prepararsi, dunque. Significa informare preventivamente la popolazione, in modo capillare, partendo dai giovani. A prescindere dall’età, bisognerà mettere tutti in condizioni di avere una preparazione di base sui pericoli che corriamo e su come affrontare le emergenze: far circolare opuscoli informativi, effettuare esercitazioni di evacuazione, coinvolgere l’associazionismo territoriale (immaginatevi l’aiuto che può dare a tal fine la pro-loco di una zona in qualche modo a rischio!); insomma, arrivare al punto che la Protezione Civile non sono “loro”, ma siamo “noi”, tutti.
Con Sandro Busatti torniamo poi alla questione dell’informazione da dare in situazioni di emergenza. Concorda sul fatto che, in un mondo colonizzato da televisione e computer, il sistema più immediato per arrivare alla massa della popolazione sono proprio la Tv e internet. Se io, quel 29 dicembre, avessi potuto acquisire informazioni dal canale televisivo X o dal sito internet Y, non sarei rimasto così a lungo in balia dei “si dice”.
Una prima proposta, dunque: perché l’autorità comunale preposta alla gestione delle emergenze non stabilisce – e rende noto alla popolazione – uno o più siti internet o canali televisivi con i quali sintonizzarsi nei casi di particolari emergenze per avere informazioni ufficiali?
Una seconda proposta sembra a Busatti praticabile ed efficace: perché non invitare i cittadini a lasciare il proprio numero di cellulare alla Struttura municipale delegata alla Protezione Civile, così da avere a disposizione in caso di emergenze una rete capillare per inviare informazioni via Sms? Sarebbe un sistema di comunicazione veramente poco costoso e, soprattutto, rapido.

Che la nostra sia una zona sismica è noto.
Che ci si debbano aspettare fenomeni tellurici di un qualche rilievo, come avviene da sempre, è altrettanto noto. Andando a ritroso nel tempo, nel secolo scorso avemmo il terremoto del 1984 (che tanti di noi ricordano bene), quello del 1948 (8° grado della scala Mercalli, epicentro Sansepolcro) e quello devastante del 1917 (10° grado, distruzione di Monterchi e Citerna). E poi ancora sismi tra il 7° e l’8° grado nel 1897, 1892 e 1865; fino alla tremenda botta del 30 settembre 1789 (10° grado, epicentro tra Città di Castello e Selci, molti morti).
Questa, dunque, la realtà. Che è sottolineata ulteriormente dai dati relativi ai cosiddetti microsismi, cioè quei piccoli scuotimenti tellurici, generalmente impercettibili all’uomo, ma registrati dalle sofisticate attrezzature dei centri di rilevamento scientifico. Pensate, dal 1° gennaio 2010 al 31 gennaio 2011, nell’area con centro Città di Castello e raggio di 25 chilometri si sono verificati la bellezza di 1.874 microsismi, addensati per lo più nel territorio tra Pietralunga, Bocca Serriola e Antirata: una media di quasi 5 scuotimenti giornalieri.
Dati di cui preoccuparsi? In realtà ci è stato più volte ripetuto che, in un organismo “vitale” come il nostro pianeta, è assai benefico che l’energia accumulata nel sottosuolo si scarichi un po’ alla volta.
Dobbiamo quindi convivere con questo fenomeno. Ciò comporta attrezzarsi perché gli edifici dove si vive e si lavora siano in grado di resistere a scosse importanti; inoltre significa conoscere come comportarsi in caso di emergenza e prepararsi a farlo.
Gli edifici innanzitutto. È possibile far fare a tecnici competenti una valutazione del loro rischio sismico? Ci risponde Sandro Busatti:
«Sì, basta rivolgersi all’Osservatorio Sismico ‘Andrea Bina’ di Perugia. Con poca spesa sono in grado di dirti quanto può resistere l’edificio a un terremoto se la struttura dell’edificio ha bisogno di essere consolidata. A quel punto si possono attuare quegli interventi, quelle ristrutturazioni, che mettono in grado l’edificio di resistere meglio al sisma».
Si possono recuperare i costi di questi interventi?
«Certo. A fine dicembre 2010 il parlamento ha prorogato la possibilità di ottenere sgravi fiscali per chi realizza lavori di “miglioramento sismico” nella propria abitazione».
Molte persone, quando si parla di queste cose, assumono atteggiamenti fatalistici (“tanto se deve succedere, succede” e via dicendo); oppure toccano ferro e, se uomini, le palle. Scemenze. C’è chi ha la casa a rischio e magari preferisce spendere 40 mila euro per un Suv.
Qualcosa non torna…

Se dovesse esserci un “botta” forte di terremoto, quel malaugurato sisma che fa tremare, e a lungo, l’edificio in cui ci si trova, come dobbiamo comportarci?
Uno studio americano ci dice che un 20% della popolazione si fa prendere dal panico, reagisce irrazionalmente. Un altro 20% riesce a mantenere il controllo, ad agire con razionalità, a essere immediatamente operativo anche per rendersi utile agli altri. Il restante 60% resta come inebetito, paralizzato, subisce l’evento. Ebbene, è soprattutto verso queste ultime due tipologie di persone che l’opera di informazione preventiva può essere efficace, indicando i comportamenti corretti da adottare in caso di grave emergenza.
Di quale informazione offrire e come ne parliamo con Sandro Busatti. Partiamo dal momento cruciale: la scossa.
«Innanzitutto bisogna assolutamente evitare di fuggire di casa durante la scossa. Se è violenta, le tegole dei tetti e i vetri frantumati delle finestre volano come proiettili impazziti. E cadono i cornicioni. Inoltre le scale sono tra le parti più vulnerabili degli edifici».
Rimanere dunque in casa, quindi.
«Certo, e cercare immediatamente riparo sotto a un tavolo, sotto il letto, o nei punti più sicuri dell’edificio, presso i muri maestri, sotto le arcate delle porte. Poi è pericoloso restare in vicinanza di oggetti pesanti che potrebbero caderti addosso: mobili, specchi, quadri e via dicendo».
Fase successiva: la scossa è terminata, si può evacuare la casa…
«A questo punto bisogna agire in modo razionale. Prima di lasciare l’abitazione, ricordarsi di chiudere il gas e l’acqua, di vestirsi in modo adeguato, di aiutare le persone che sono in difficoltà, di non prendere l’ascensore, di scendere le scale con calma, di ripararsi per quanto possibile la testa, soprattutto nei centri storici».
Usciti di casa, dove bisogna andare?
«In quelle che si chiamano ‘aree di attesa della popolazione’: zone ampie e sicure in caso di eventuali altre scosse, dove si resta, appunto, in attesa che giungano i soccorritori e siano allestiti i centri di raccolta e di assistenza. In questa fase, è importante usare la propria auto solo come riparo, evitando assolutamente di intasare le strade, che servono sgombre per il passaggio dei mezzi di soccorso. E usare con assoluta parsimonia il telefono cellulare: se troppe persone, come purtroppo avviene, si mettono a parlare al cellulare, si rischia il black-out delle comunicazioni, con effetti drammatici».
Queste ‘aree di attesa’ sono state individuate?
«Certamente, sia nella città che nelle frazioni».
E come mai non le si conoscono? Non conoscerle significa che i cittadini in fuga andrebbero chi qua, chi là, in una confusione assurda.
«In effetti questo è un problema irrisolto. Mancano sia una cartellonistica che indirizzi verso le ‘aree di attesa’, sia l’informazione preliminare su come utilizzarle. Un’informazione da dare casa per casa».
Qual è la causa di un ritardo così grave?
«Purtroppo i finanziamenti per questo non sono stati previsti nei bilanci comunali, sebbene siano stati continuamente richiesti. È in corso la revisione del Piano Comunale di Protezione Civile da parte di Provincia e Regione, con l’intento anche di individuare un nuovo organismo di coordinamento della Protezione Civile. Purtroppo continuano a passare mesi e anni… A mio avviso è meglio fare subito qualcosa che sia utile in caso di emergenza; poi eventualmente lo adegueremo alle nuove norme, quando saranno approvate».
Mi pare di capire che i tempi della burocrazia e della politica mal si conciliano con le esigenze di pronta azione di chi ha a che fare con le emergenze.
Chiedo ancora a Busatti. Mi sembra strano che, in una zona sismica a rischio come la nostra, non si effettuino mai delle esercitazioni collettive che insegnino alla popolazione come comportarsi in caso di terremoto.
«Difatti sarebbe assolutamente consigliabile cominciarle a fare. Si effettuano già nelle scuole, ma un’esercitazione che coinvolga l’intera città è un’altra cosa: avrebbe un impatto importante nell’educare il modo di vivere e di pensare della popolazione».
C’è un’altra informazione che sarebbe utile per i cittadini: conoscere cioè qual è il livello di rischio in caso di forte evento tellurico del nucleo abitato, del quartiere, della zona dove vivono.
«Effetivamente, nell’ambito delle attività tecniche per la microzonazione sismica, è stato realizzato uno studio che indica le probabilità di crollo degli edifici a seconda della forza del terremoto. Questa mappatura è stata effettuata dalla Regione anche a Città di Castello, ma solo gli addetti ai lavori ne conoscono i risultati».
Ecco un altro errore grave. In un paese civile i cittadini devono essere consapevoli dei rischi che corrono, così da potersi comportare di conseguenza.
Busatti condivide le nostre perplessità: «La Protezione Civile chiede da tempo che sia avviata una campagna d’informazione capillare e in grande stile, rivolta a tutte le famiglie, con opuscoli e manualetti che dicano come comportarsi nelle varie emergenze. Durante questa campagna d’informazione potrebbero essere organizzate assemblee pubbliche durante le quali segnalare anche le aree a maggior rischio sia in città che nelle frazioni».

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