Dossier/Volevo raccontare questo mondo che sta scomparendo

Colloquio con Monika Bulaj,che a CiternaFotografia ha presentato il suo viaggio nell’altra Europa

di Antonio Guerrini

“Genti di Dio”, viaggio nell’altra Europa, è la mostra fotografica di Monika Bulaj posta al centro della terza edizione di CiternaFotografia. Il plurale indica i frammenti di piccole entità umane che conservano la dignità di una grandezza trascorsa, universi limitati, enclave dispersi e ancorati a un passato dal quale non riescono o non vogliono congedarsi; immagini di un mondo povero e allo stesso tempo ricco di qualità umane, capace di raccontare all’altra Europa, quella occidentale, ricca e allo stesso tempo afflitta dalla perdita del senso profondo delle cose, la scoperta dell’Alterità. Un contrasto nel cuore di un’Europa disperatamente alla ricerca della propria identità. A pochi passi dai nostri confini esistono microcosmi sconosciuti che la cortina di ferro ha congelato in un tempo fuori del tempo, irreale, un passato che non è mai passato.
Personaggio eccentrico, di frontiera, sfuggente a qualsiasi schema o definizione, Monika è molte cose insieme: senz’altro una grande fotografa, ma anche filosofa, teologa, antropologa, giornalista… Tante finestre aperte sulla realtà per poter dare concretezza a quella sete di conoscenza, di cui la macchina fotografica è solo l’ultimo anello di una lunga catena. Una ricerca dentro il cuore dell’Europa a lei più nota, cominciata da giovanissima, in quella Varsavia sotto il braccio d’acciaio della dominazione sovietica.
Sembra quasi che tu voglia scavare dentro il cuore sconosciuto dell’Europa orientale. Come è nata questa passione?
«Dagli studi iniziati da giovanissima a Varsavia. La scuola del regime era povera di contenuti e scarsa di bibliografia. Allora ci mettevamo d’accordo tra poche amiche fidate e alcuni professori. “Ci vediamo questa sera alla festa di …”, dicevamo per telefono. Era il segnale per depistare i controlli della polizia segreta e ritrovarci clandestinamente. È così che ho studiato filosofia e teologia attingendo a fonti impensabili alla scuola ufficiale. Da quegli studi è nato il desiderio di approfondire la ricerca. In secondo luogo per appartenenza. La Polonia fa geograficamente da cerniera tra due Europe. A me interessava scoprire quella orientale, più sconosciuta».
E la fotografia cosa centra in tutto questo?
«L’urgenza di documentare. Volevo raccontare questo mondo che si va perdendo come uno specchio rotto già prima della seconda guerra mondiale. Dovevo fare in fretta, perché molti vecchi appartenenti a questi frammenti di umanità di piccoli popoli, di fedi, di culture rappresentano una flebile fiammella che sta per spegnersi».
Che cosa hanno quei territori di tanto misterioso che la storia non abbia portato alla luce?
«L’incredibile forza, seppur devastati da tanti massacri, da tante malvagità, di riuscire a generare una capacità di incontro che altrove il mondo sta perdendo».
Che cosa hai scoperto con la tua ricerca?
«Che è come fare un viaggio nel tempo oltre che nello spazio. Ho attraversato le periferie di un mondo in cui i cambiamenti avvengono in tempi ancora lunghissimi e per noi incomprensibili. Ma, allo stesso tempo, puoi ritrovarvi una ricchezza dimenticata e ancora carica di suggestioni capaci di commuovere. Luoghi dove ancora il tempo conserva un ritmo umano, dove il perder tempo non crea angosce o sensi di colpa ma dà un’ineguagliabile senso di sazietà, dove si può assaporare ancora l’ospitalità antica e la convivialità. Qualità di stili di vita che si fondono perfettamente a paesaggi, lenti, incontaminati, poveri, eppure la gente vi si sente a suo agio».
Nelle didascalie della tua mostra si legge questa bellissima frase: “Ho scoperto fedi passionali che chierici dell’Islam, del Cristianesimo o dell’Ebraismo bollano spesso come superstizione. Fedi popolari, radicate al territorio, all’anima delle acque, dei boschi, alla tomba di un profeta o di un santo. Ma capaci, anche, di travolgere le frontiere implacabili delle confessioni. Una risorsa formidabile, miracolosa e spesso ignorata”.
«Ho cominciato il mio viaggio nell’inverno del 1985, sul confine orientale della Polonia che ho attraversato a piedi da Nord a Sud, per campi e boschi. Ho vissuto con contadini, pentecostali e carismatici, capaci di rompere, nell’estasi, ogni barriera di lingua e cultura. In una foresta selvaggia, terra del grande movimento millenario e apocalittico negli anni Trenta, ho conosciuto un poeta che sapeva a memoria il Capitale di Marx, costruiva aspirapolveri per le mucche e aspettava l’arrivo del Messia alla fine dei tempi. Poi mi sono spostata nel Caucaso dove ci sono molte minoranze etniche decimate dalle repressioni zariste».
Una particolare attenzione nella tua ricerca l’hai riservata ai Rom.
«Sì, perché è un popolo disperso in tanti luoghi, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania… e che ha molto sofferto. E poi, i Rom, hanno questa particolarità di non volersi lasciare assimilare. Una parola per loro che suona come un tabù. I paesi comunisti hanno fatto di tutto per poterli assimilare, ma la gelosia per la propria cultura, gli ha consentito di conservare i legami tradizionali. Hanno una loro giustizia tramandata oralmente. Se una persona commette un delitto irreparabile, viene espulso dalla comunità; ed è il massimo della pena, perché essere espulso dal clan significa la morte. E poi i Rom onorano il comandamento cristiano “non uccidere” più di qualsiasi altro popolo. Temono la morte, perché le anime dei defunti sono irrequiete e possono sempre ritornare a disturbare i vivi.
Per questo non uccidono e scappano da tutte le situazioni dove vi siano dei conflitti; ogni guerra determina per loro un “disordinato vagare delle anime”. Ritualmente i Rom introducono una cesura netta tra al di qua e al di là tagliando, simbolicamente, le gambe dei morti. Questa paura è anche uno dei motivi per cui, tra i popoli più perseguitati della seconda guerra mondiale è quello che non conserva la memoria dell’Olocausto. Allora il tema all’ordine del giorno non è l’assimilazione, o più impropriamente l’integrazione, ma la convivenza lasciando l’Altro libero di essere se stesso».

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