Intervista a Franco Siddi, segretario nazionale della Federazione della stampa italiana

è sempre più pesante l’invadenza del potere politico di governo sulla televisione pubblica. L’anomalo caso di un Tg1 che commenta senza dare le notizie

di Enzo Rossi

L’Homo videns, di cui parla Giovanni Sartori nel suo libro di una decina di anni fa, è qualcosa di più di una suggestiva ipotesi letteraria. La mutazione genetica, che ci sta trasformando in animali televisivi adatti ad ascoltare ma sempre meno capaci di distinguere il vero dal falso, sembra ormai compiuta. Ed è forse anche per questo, che in misura maggiore rispetto ad altri paesi, continuiamo ad affidarci alla televisione per sapere cosa succede in Italia e nel mondo. Uno studio recente realizzato da Demetra per l’università di Urbino ci ricorda che «La Tv è ancora di gran lunga il mezzo di informazione più utilizzato (90,8%) e quello considerato più influente nella formazione delle opinioni (62,1%)». Eppure la «feroce e banalissima televisione» disprezzata da Pasolini è notevolmente peggiorata negli ultimi tempi. Perché ce lo spiega Franco Siddi, segretario nazionale della Federazione della stampa italiana, il sindacato unitario dei giornalisti.
Qual è l’influenza della televisione in Italia sulla formazione dell’opinione pubblica?
«Non abbiamo un’unità di misura che la certifichi, però tutte le indagini di osservatori ed esperti concordano nel dire che è la Tv la principale fonte di informazione dei cittadini italiani. Ha, insomma, un peso enorme che richiede massima responsabilità e correttezza, visto che il mezzo serve non solo a comunicare ma anche a orientare».
E oggi nel nostro Paese c’è questo equilibro?
«Temo, anzi è evidente, ahimè, l’equilibrio non c’è. Per ragioni antiche e note, ma anche per questioni che si sono aggiunte a un sistema già squilibrato nell’assetto organizzativo, produttivo e imprenditoriale».
A cosa si riferisce in particolare?
«All’invadenza sempre più pesante e pressante del potere politico di governo sul sistema televisivo pubblico. Una presenza del tutto simile a quella con cui il capo del governo opera nel sistema privato, di cui controlla direttamente l’azienda, le nomine e i progetti di fondo».
Alcuni, anche a sinistra, sostengono che potrebbe essere la privatizzazione della Rai la soluzione del problema. Lei è d’accordo?
«In un sistema normale un discorso su un assetto differente della televisione pubblica si potrebbe anche fare. In un Paese come il nostro, in cui il conflitto di interessi rende mostruosa l’organizzazione del sistema televisivo, privatizzare la Rai senza garanzie è molto pericoloso, sia dal punto di vista dell’informazione sia sotto l’aspetto industriale».
E poi in Italia le privatizzazioni non hanno mai prodotto nuova libertà economica…
«Nel campo televisivo la questione, che dovrebbe essere affrontata con rigore, diventa quasi un nuovo pericolo. Prima di tutto occorre intendersi su alcuni punti essenziali: privatizzare che cosa, a favore di chi, con quali regole e quali garanzie?. Altrimenti rischiamo di creare una ulteriore mostruosa concentrazione del sistema televisivo e dell’informazione. Anche un solo canale Rai, non lo dimentichiamo, costa milioni di euro. Chi mette a disposizione le risorse necessarie? E quali garanzie di pluralismo fornisce?».
Eppure c’è in Rai la necessità di una riorganizzazione…
«Sì, ma credo debba essere fatta dalla mano pubblica. Si dovrà attentamente valutare se nella sua attività tutto sia pubblico, oppure no. Certamente l’informazione e la cultura devono rimanere nell’ambito del sistema pubblico. È una garanzia di pluralismo che nessun privato è tenuto ad assicurare. In Rai, pur con tutti i suoi difetti, uno spazio deve essere comunque garantito anche per le voci minori e per le battaglie civili. Un privato questi obblighi non li ha e la voce dei cittadini sarebbe ancora più debole».
Una ipotesi modello Bbc, in cui la presenza pubblica non sia inquinata dalle interferenze dei partiti, potrebbe essere una soluzione?
«A me la Bbc piace, tuttavia non credo che si possa semplicemente trasferire un modello da un Paese a un altro. Possiamo valutare il meglio delle diverse esperienze, garantire alla Rai una governance efficiente e democratica affidandola a manager di settore capaci di far funzionare l’azienda in quanto tale e non perché debbano rispondere agli ordini di questo o quel politico. Un primo passo importante potrebbe essere quello di mettere la Rai in capo a una Fondazione che abbia tra gli obblighi statutari il massimo della indipendenza. E poi affidarne la gestione ad amministratori, dirigenti e direttori di giornali per la parte che riguarda l’informazione, che durino in carica più di una legislatura, un po’ come accade per il capo dello Stato. E alla fine si tirano le somme. Questo occorre fare per evitare la deriva e il tracollo della prima azienda di informazione e cultura del Paese».
Oggi però la situazione è ben diversa. Il Tg1 di Minzolini è diventato inguardabile: un po’ di pubblicità governativa e poi via con la cronaca, le rubriche, la moda, il gossip…
«La deontologia professionale impone una regola innanzi tutto: le notizie si danno, poi si fanno i commenti. Non si può fare il contrario».
Si riferisce a qualche fatto specifico?
«Sì, penso per esempio alla dichiarazione di Berlusconi in occasione della scomunica del gruppo di Fini. Prima della riunione ufficiale della direzione del partito il Tg1 ha mandato in onda un commento negativo sulla uscita del gruppo dei rivoltosi del Pdl. Una cosa simile è accaduta anche in occasione della nostra manifestazione per la libertà di stampa del 3 ottobre 2009: il Tg1 prima ancora di dire quello che era successo, quanta gente si era radunata in piazza del Popolo e quali messaggi venivano lanciati si è limitato a porre domande a tre o quattro politici presenti e subito dopo ha trasmesso un commento del direttore in cui si diceva che quella era una manifestazione del Pd e dell’Idv. Invece era una protesta dei cittadini italiani, promossa dal sindacato dei giornalisti. Il primo Tg del Paese non può essere di parte in maniera così smaccata e faziosa. Né si può condividere una impostazione che presenta la presa di posizione di una parte prima della verità dei fatti. Anzi, molto spesso i fatti li marginalizza, privilegiando le notizie del gossip e del tempo libero, delle vacanze e di un benessere che in realtà non esiste».
Un certo numero di cittadini sembra aver percepito questo andazzo, tant’è che il Tg1 continua a perdere ascoltatori…
«Il successo del Tg della Sette è un segnale di cui la Rai si dovrebbe preoccupare. Dopodiché io penso che i telegiornali debbano essere fatti bene a prescindere dagli indici di ascolto. Volevamo, come Federazione nazionale della stampa, lanciare una campagna per chiedere di sospendere l’indice di ascolto dei Tg per tre mesi, liberandoli da questa tirannia. Ma la situazione complessiva in cui versa la Rai e il Tg1 in particolare, ci ha obbligato a rinviare l’iniziativa. Non c’è dubbio, però, che il pubblico dimostra disaffezione verso un Tg che dopo 10-12 minuti va per un’altra strada: quella delle notizie leggere perché, si dice, gli ascoltatori si stancano di notizie importanti».
Questa, sostiene Minzolini, è la mia linea editoriale…
«Sì, e noi abbiamo il dovere di rispettare l’autonomia dei giornalisti. Ma vorremmo che le loro fossero scelte chiare e trasparenti e non la messa in onda delle linee e dei voleri che piacciono al capo di turno. Una informazione così uccide il giornalismo e, nel nostro caso, mortifica il servizio pubblico».
Come valuta la pessima abitudine di far dire ogni sera ai vari politici due banalità sulla situazione politica del Paese?
«A me non piace. Il problema è che in Tv non si stanno facendo più domande, si offre il microfono e ciascun politico invitato dice la sua, dopodiché si monta il servizio per rimettere insieme le dichiarazioni. Pluralismo non significa mettere in fila una dietro l’altra tre o quattro voci o magari cinque perché quella più forte deve averne due, ma far conoscere i fatti, dare un’informazione completa e presentare, anche nel corso dei giorni, le varie posizioni che si sviluppano sul piano politico e dell’impegno civile».
E della presenza di Ferrara al posto di Biagi che ne pensa?
«Non si possono fare paragoni. Quello spazio viene occupato non nel segno di ciò che è stata la Tv di Enzo Biagi, ma in nome di un progetto politico in sintonia con l’attuale sistema di potere della televisione. Non contesto che Ferrara abbia uno spazio, ritengo però che ce ne debbano essere altri di segno differente e altrettanto significativi che vadano nello stesso circuito di informazione».
Presentatori e conduttori a giorni alterni – è l’ultima trovata del senatore Pdl Butti. È una strada da percorrere?
«No. È una sciocchezza, un’ennesima provocazione per dissimulare una politica di occupazione totale della Tv. Le targhe alterne per i talk show televisivi dimostrano come e quanto si abbia scarsa considerazione del valore dell’informazione e come e quanto la si voglia affogare, invece, nel messaggio che trasmette l’immagine di singoli conduttori, piuttosto che liberarla nei suoi contenuti e nella sua “potenza critica”».

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