Quella Tv che si guarda da sola

La televisione ha rivelato che la vera aspirazione dell’homo videns non è quella di guardare gli altri ma quella di essere visto

di Piergiorgio Giacchè*

C’era una volta la televisione…, ma non molto tempo fa. Molti di noi, i più attempati, l’hanno vista nascere. E poi crescere e prendere sempre più spazio e quasi tutto il tempo. Circa lo spazio, è passata dal salotto alle altre stanze fino a infilarsi in fondo al letto; prima prendendo il posto del caminetto-totem, poi delle finestre-tabù e infine delle pareti al plasma della nostra capanna post-moderna. Per quanto riguarda il tempo, dapprima poche ore di sera: dal salutare dopo-carosello dei bambini al funerale nebuloso della “fine delle trasmissioni”, con cui si spengevano insieme al monoscopio gli occhi dei primi telespettatori, non più tanto sicuri di svegliarsi il giorno dopo. Ma la TV di allora era una breve magica apparizione, che ipnotizzava tutti ma ancora non narcotizzava nessuno. Poi è arrivato il pomeriggio dei ragazzi, la mattina delle casalinghe, la seconda serata degli intellettuali, il risveglio a cartoni animati per i più piccini. Infine, la notte infinita dei ghezzi parlanti e l’alba del meteo su su fino all’ora del cuoco e al dopo pranzo degli Uomini e Donne e tutti gli Amici di Maria. E con il trionfo del culto mariano la televisione ha fatto il miracolo: dall’eterea trascendenza alla pesante immanenza e completa invadenza. Mentre il palinsesto sostituiva il calendario, la Tv si è fatta salotto e camera da letto da sola. E stanza da bagno e tazza da cesso dove l’intimità dei suoi attori e spettatori (tutti interni al programma e tutti dentro il televisore) viene esplorata fino alle mucose più intime dell’anima, inventando un nuovo genere porno basato sulla più sfacciata orgia delle opinioni.
Non c’è più differenza fra notizie e pettegolezzi, fra politici e giornalisti, fra conduttori e concorrenti, fra isole dei famosi e sbarchi di emigranti. Ma il vero traguardo ormai raggiunto da tempo è che la televisione si guarda da sola, vive del suo cortocircuito e – per assurdo che sembri – funziona anche senza di noi, poveri telespettatori. Se cioè – davvero per assurdo – nessuno più la guardasse, si sentirebbe comunque guardato da lei, ed estromesso ma anche sottomesso alla sua realytà. Non si tratta più di esserne schiavi adoranti ma di sapersi sudditi infastiditi; non importa se e quanto noi la ignoriamo, ma come e perché lei ci domina. Fuori dalla Tv, infatti, non c’è più realtà che tenga, verità che conti, esperienza che formi: niente e nessuno che non sia teletrasmesso è davvero sicuro di esistere e tanto meno di realizzarsi. Il paradosso è che i prigionieri del Grande Fratello sono diventati gli unici e ultimi “liberi” di dire fare baciare e molto di più… mentre la penitenza di tutti gli altri è quella di accontentarsi del divertimento esibito e consumato lì dentro, di spiare quell’al di là, nella certezza di entrare un giorno a farne parte.
In fondo tutti noi dobbiamo morire, cioè dormire, sognare forse? – direbbe un moderno Amleto, a partire stavolta dalla certezza del Non Essere.

Si dirà che questa è un’esagerazione – e anch’io penso che sia qualcosa a metà tra uno scherzo e una malattia. Si dirà che poi, se ci fosse del vero in questo dominio della Tv sulle anime, esistono ancora dei corpi e degli anticorpi. Che cioè la solida realtà corporale non può essere cancellata dalla contingente dimensione virtuale. Che infine – come si sa e si fa da sempre – i programmi cambiano e le mode passano e che appunto un giorno (tra pochissimi giorni) i nuovi “anticorpi” – Internet e Google e Facebook e l’e.mail e i telefonini… – stanno già facendo fuori questa melensa minestra televisiva, così come noi la conosciamo e la mangiamo da anni (da troppi anni).
La prima obiezione è vera: il Corpo esiste, almeno quello elettorale, anche se non sa resistere alla sua Tivvù. Gli è che la nostra televisione nazionale – da sempre osannata per la sua qualità – è arretrata non tanto nei generi ma nel suo generalismo. Altrove, il televisore è un incrocio tra il computer e il citofono, funziona come un juke.box, fornisce centinaia di opzioni e ciascuno può scegliere con quale filotelediffusione riempire il proprio tempo e arredare il proprio spazio. Da noi invece la Tivvù è rimasta strutturata e funzionante come una Piazza maiuscola: ascoltata come un comizio, rispettata come un parlamento, creduta come una chiesa. Certo, non siamo selvaggi, e Sky e il digitale e il cavo stanno avanzando, abbonando, abituando… Ma, a dispetto dei numeri e dei giovani, non sembrano voler sostituire le sette grandi sorelle della piazza televisiva; paiono fenomeni simili a quello delle antiche tv libere e locali, che dovevano frammentare il potere e il sapere e che sono diventate periferie invase dal calcio dilettante e dagli scemi del paese.
C’è evidentemente un’anomalia di concentrazione di interessi (altro che conflitto) che fa della “televisione all’italiana” una patologia ancora da debellare (e forse ancora da diagnosticare): la storia politica di questo nostro paese è tutta televisiva da decenni, da quando il primo vero bipartitismo era la Rai contro Mediaset. E non c’è stato e non c’è ancora nessun rimedio elettorale, se è vero che anche quando l’altro o perfino l’Uno perde, la televisione continua e vincere sempre e convincere tutti.
In Italia c’è una politica che più perde i valori più punta sui canali, cos’altro potrebbe fare? E dall’altra, dalla parte di tutti noi elettori, c’è una cultura basata su un’affezione e una fiducia sconsiderata verso la televisione, come se non si potesse dimenticare il fascino o si dovesse pagare il debito della vecchia Tv-caminetto, altarino, balocco… quella che ha fatto la vera unità d’Italia e ha insegnato a leggere e scrivere agli analfabeti, ha dato notizie da bere agli assetati, ha portato il cinema anche ai ciechi e le canzoni ai sordi e ha rivestito la nostra vita ignuda con mille finzioni comiche e altrettante storie “vere” dolorose… Quella televisione che ha prima raccontato e poi sostituito la storia della nazione, se è vero che gli eroi popolari che l’hanno fatta (la televisione e non la storia), man mano che muoiono, sono celebrati come miti e perfino trafugati come reliquie i loro cadaveri.
Anche la seconda obiezione è vera: sono sempre più forti gli Anticorpi dei nuovi media. E la Rete ha già vinto la sua battaglia nel nuovo circo massimo della globalizzazione: i giovani “reziari” informatici batteranno i vecchi “gladiatori” politicanti – indovina il Grillo a cinque stelle della rivoluzione via internet! Ma infine, visti da vicino e vissuti da dentro, la telecamera privata e il blog personalizzato, il book dove ci si mette la faccia e la raccolta degli amici con cui scambiare figurine di sé… insomma la moltiplicazione dei pesci in rete è davvero il primo atto di quella dei pani? E delle rose? Per ora tutta questa fioritura di giovane emittenza non fa primavere – non da noi – ma al massimo qualche movimento studentesco stagionale. E intanto allena, abbona, abitua a una auto-televisione più di consolazione che di contestazione.,,
Mi auguro di sbagliare e sono comunque sicuro, alla mia età, di non vederci più tanto bene. Sapete?
C’era una volta la televisione con il centrino e il santino e il lumino che mandava la luce dietro, per schermare la forte luminescenza bianco e nera che faceva male agli occhi – si disse – proprio come le masturbazioni. E in questo caso c’era del vero.
La Tv non ci ha reso ciechi ma peggio ha rivelato che la vera aspirazione dell’homo videns non è quella di guardare gli altri ma quella di essere visto, e diventare oggetto e non soggetto di un tivvù che trasmette soltanto lui. Chi ci è riuscito è appunto Lui, il nostro premier, che non vuol dire leader ma il primo modello di tutti noi. Guardare il suo programma, che ci piaccia o no, è obbligatorio. Ma di più, difendere la sua ricchezza e fortuna e libertà equivale a difendere la nostra certezza di essere tutti, almeno un po’ come Lui. E non è questa la democrazia? E non è questo l’ennesimo miracolo della televisione?

* Docente di antropologia culturale all’Università di Perugia

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