Dossier/Fratelli e sorelle d’Italia

Il Risorgimento a Città di Castello, la mostra curata da Alvaro Tacchini

di Marcello Pellegrini

Si è chiusa positivamente il 22 maggio scorso la mostra “Il Risorgimento a Città di Castello” a cura di Alvaro Tacchini e allestita dal Centro Fotografico Tifernate nei locali del Quadrilatero di palazzo Bufalini in piazza Matteotti.
La mostra ha avuto un notevole afflusso di visitatori e molte scuole hanno usufruito di visite guidate, seguite con grande interesse dagli studenti. A introdurre il percorso di visita, una sintetica focalizzazione sugli eventi risorgimentali nazionali, dal 1815 al 1870. Sono stati evidenziati gli episodi più salienti a partire dal ruolo della Massoneria, della Carboneria e della Giovine Italia nei vari momenti storici nei quali, peraltro, in ogni stato italiano, ed erano otto, si attuò una feroce repressione reazionaria e molti, tanti, furono i cospiratori condannati alla pena capitale o che subirono lunghi periodi detentivi. L’aspirazione degli aderenti alle Società segrete era tesa a ottenere una maggiore libertà, la possibilità di poter esprimere le proprie idee e di veder riconosciuti i diritti del cittadino, mentre si faceva largo l’idea di una riunificazione italiana.
Nella Mostra, la gigantografia di una foto scattata nel 1905 ricorda i Garibaldini Tifernati che avevano combattuto a Monterotondo e Mentana e un riquadro riporta i nomi dei 447 volontari che parteciparono ai moti risorgimentali; parecchi visitatori vi hanno ritrovato antichi parenti. L’elenco già fatto da Giuseppe Amicizia era in più corredato, per quanto possibile, di dati anagrafici, della loro attività svolta e delle campagne di guerra alle quali avevano partecipato. Continuando nell’escursus storico, un inquadramento di Città di Castello nel secolo XIX fa comprendere come il comune contasse non più di seimila abitanti nel centro storico e fosse emarginato ed escluso da ogni possibile sviluppo pur cercando aperture, almeno per le idee, agli influssi toscani e romagnoli.
I documenti esposti, le pubblicazioni dell’epoca, i bandi, i manifesti, tutti originali e provenienti dalla Biblioteca Comunale o da privati cittadini, evidenziano gli avvenimenti del Risorgimento, illustrando come essi venissero vissuti dalla città. Tra i documenti più preziosi della mostra una rarissima lettera della Carboneria, appartenuta a Francesco Milanesi che con Luigi Bufalini era, data la segretezza della Società, uno dei pochi carbonari di cui si ha notizia. Vi traspare che ogni moto di rivolta che in genere faceva seguito a quelli iniziati in altri Stati, si collegasse a un riproporsi di ribellione al regime pontificio, emergendo in città una evidente volontà autonomistica, come appunto avvenne nel 1821.
Ma soffocato il movimento, una dura repressione costrinse al silenzio per vari anni ogni pur timido tentativo di contestazione fino a riemergere nel 1848 con il sollevamento popolare per cacciare i Gesuiti dalla città. Nello stesso anno la prima guerra d’indipendenza costrinse anche il Papa a partecipare inizialmente a quel movimento nazionale e ben 163 volontari tifernati si offersero per andare a combattere. La loro presenza, certificata da un dettagliato elenco, evidenzia come molti di loro fossero di umili origini, perché malamente vestiti e parecchi addirittura privi di scarpe o con scarpe che “abbisognano di rassolatura”. Otto di loro persero la vita nei combattimenti in Veneto.
Conclusasi malamente la guerra con l’armistizio del 5 agosto, i fermenti di autonomia continuarono a manifestarsi in città con la costituzione del Circolo Popolare e con l’adesione alla Repubblica Romana (1849), che segnò il più esaltante momento del nostro Risorgimento. A Roma erano convenuti tutti gli esponenti di spicco nazionali e anche tanti patrioti e tra di loro vi erano anche vari tifernati. Tra questi emerse Fulgenzio Fabrizi che si meritò la medaglia d’argento perché, tuffandosi nel Tevere tra i proiettili nemici, riuscì a dirottare una zattera carica d’armi destinate ai Francesi.
Assediata dai Francesi, dagli Austriaci e dai Borbonici prima di cadere pur con eroica resistenza, la Repubblica Romana riuscì a pubblicare il testo della sua Costituzione che esprimeva la necessità di uno stato nazionale con Roma capitale e una forma democratica di governo. I superstiti garibaldini con il loro condottiero cercarono di raggiungere Venezia che già si era proclamata repubblica e che resisterà fino al 29 agosto. Transitarono i reduci anche per l’Alta Valle del Tevere (27 luglio) ma braccati dagli Austriaci molti di loro furono presi a Rovigo e fucilati. Alla restaurazione fece seguito il periodo della repressione e l’unica manifestazione di ribellione in Città di Castello fu il boicottaggio popolare del fumo e del gioco del lotto per danneggiare le finanze papaline. Una giovane, Maria Picchi, detta la Mora, che il 6 giugno 1851 aveva strappato il sigaro dalla bocca di un fumatore, venne arrestata, portata a Perugia e condannata a venti nerbate.
Alla seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, partecipò un nutrito numero di volontari tifernati andati a militare tra le file dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, mentre in molte città del Granducato di Toscana e anche dello Stato Pontificio si inalberava il vessillo tricolore, inneggiando all’Italia unita. I patrioti di Città di Castello strinsero i contatti con i liberali toscani e l’11 settembre 1860, con l’entrata delle truppe piemontesi, venne dichiarato decaduto il regime pontificio. Il successivo plebiscito sanzionò l’annessione al Regno d’Italia. Conseguentemente si dovette procedere alla riorganizzazione della vita amministrativa e sociale della Città di Castello italiana. Tra i problemi derivanti dalle nuove leggi, vi fu anche il rifiuto della leva militare obbligatoria specie da parte dei contadini che si vedevano privati per un lungo tempo delle braccia dei giovani per i lavori dei campi. Un doloroso episodio di resistenza si ebbe a San Giustino dove furono uccisi quattro carabinieri che stavano portando a Perugia alcuni renitenti alla leva. Un ulteriore contributo di volontari la città l’offrì per la terza guerra d’indipendenza e per il successivo tentativo di Garibaldi di conquistare Roma, combattendo a Monterotondo e a Mentana. Il Risorgimento ebbe la sua conclusione con la presa di Roma del 1870.
Nella mostra, oltre ai tanti documenti relativi agli avvenimenti descritti, numerosi sono stati i cimeli esposti: la bandiera dei garibaldini di Mentana, quella crivellata da proiettili sventolata l’11 settembre, medaglie, diplomi, attestati dei volontari e altre testimonianze garibaldine.
Il pittore Baldino ha realizzato ed esposto per l’occasione quattro dipinti che ricostruiscono alcuni episodi risorgimentali : una “vendita” della Carboneria, il pubblico trombetta che legge un bando, Maria Picchi che strappa il sigaro dalla bocca di un fumatore e Rosa Duranti di Sansepolcro che l’11 settembre entra da porta S.Giacomo con i soldati piemontesi, sventolando la bandiera tricolore. La mostra ha tracciato pertanto un periodo travagliato ma pieno di speranze e di entusiasmi della storia tifernate ed è merito di Alvaro Tacchini che con grande sensibilità ha saputo far rivivere gli uomini e le idee che pur fra tante repressioni hanno portato a fare dell’Italia uno stato unitario.
E quando intoniamo il nostro inno nazionale, ricordiamo il poeta patriota Goffredo Mameli, di Genova, che scrivendo “…siam pronti alla morte; Italia chiamò” non faceva retorica ma rispondeva alla chiamata della Repubblica Romana, che difese fino alla morte. Aveva ventitre anni.
A completare la mostra, Alvaro Tacchini e Antonella Lignani hanno presentato un volume che non è solo catalogo ma un testo indispensabile per comprendere meglio la storia della nostra città nella fase Risorgimentale.

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