Dossier/Colonizzati dal consumismo

Colloquio con Marco Lodoli, scrittore, critico cinematografico e insegnante di scuola superiore nella periferia romana

Manca ai giovani quella dimensione “spirituale” nella quale accadono cose profonde: incontri letterari, artistici, politici, spirituali…

di Achille Rossi

Marco Lodoli, scrittore e critico cinematografico, ha acquistato notorietà presso il grande pubblico per una serie di articoli su Repubblica, che parlavano dei ragazzi con i quali veniva in contatto nel suo lavoro quotidiano di insegnante. Un impegno che continua tuttora in un istituto alla periferia di Roma e che gli permette di tracciare un profilo degli adolescenti di oggi nei loro pregi e nei loro limiti.
«Le generalizzazioni sono sempre difficili, comunque io riscontro quell’inquietudine, quella curiosità, quel sentimentalismo che sono i tratti tipici dell’adolescenza. Forse mancano alla generazione attuale quegli ideali un po’ più alti, più utopici, più assoluti, che probabilmente sono destinati a finire nel nulla nel corso della vita, ma servono a creare una personalità non troppo schiacciata sul “qui e ora” e asservita allo spirito del tempo».
Lei insegna da anni a ragazzi che provengono dai ceti popolari delle borgate romane. Qual è la carenza degli adolescenti che la impressiona di più?
«Mi colpisce la mancanza di quella dimensione “spirituale” nella quale accadono però cose profonde: incontri letterari, artistici, politici, spirituali. È una dimensione presente da sempre negli adolescenti: quel guardare oltre, volere di più, che sembrano quasi affossati dalla colonizzazione consumistica che li spinge a guardare con troppo interesse oggetti transitori ed effimeri».
Il filosofo Umberto Galimberti sostiene che gli adolescenti di oggi vivono una specie di analfabetismo emotivo perché nessuno li ha abituati a coltivare le loro emozioni. Lei sarebbe d’accordo con questa diagnosi?
«La dimensione emotiva è tipica degli adolescenti e i ragazzi provano emozioni. Il problema nasce quando si tratta di tradurre questo materiale grezzo, le emozioni che ci scuotono, ci travolgono e ci fanno soffrire, in una dimensione più concettuale. Quando cominciamo a raccontarci quello che ci sta accadendo con un linguaggio chiaro, poetico, efficace, la nebbia si dipana e il fango si allontana. Allora tutto si allinea nel racconto, assume una logica e possiamo avvicinare quello che accade a noi e agli altri esseri umani. Mi sembra invece che questa emotività, che rimane forte negli adolescenti, venga soprattutto subita. Come una scarica elettrica che non si è capaci di trasformare in energia che illumina».
È corretto parlare di una certa solitudine degli adolescenti, pur con tutti gli strumenti e le occasioni di incontro che la tecnologia offre loro?
«La solitudine è una condizione umana inevitabile e a volte necessaria. Io invece noto che spesso questi adolescenti temono la solitudine. Non si rifugiano più nella loro cameretta, questa specie di hortus conclusus di cui si ha bisogno per concentrarsi in solitudine, per imparare ad amare certi libri, a scrivere lettere o poesie, ad ascoltare la radio. Mi sembra che il loro sia un mondo di vasi comunicanti in cui si realizza una comunicazione perenne, totale, ma in cui tutto si stabilizza al livello più basso. Non si dovrebbe aver paura della solitudine, perché è attraverso di essa che si forma la propria personalità».
Lei ha scritto una volta in un articolo che “stiamo assistendo al genocidio silenzioso delle giovani generazioni”. È ancora dello stesso parere?
«L’ho scritto più di una decina d’anni fa, perché mi sembrava che i ragazzi fossero sottoposti a una sorta di colonizzazione sottoculturale, per cui si vendevano loro specchietti e perline, col risultato di ottenere una sorta di mortalità generazionale».
È avvenuta davvero?
«In parte sì. In questi ultimi quindici anni abbiamo visto come i ragazzi abbiano dimostrato meno energie, meno capacità di reagire, meno originalità».
In questo momento sta cambiando qualcosa?
«Negli ultimi due o tre anni la crisi che ci attanaglia ha avuto il merito di ridare senso alle priorità. Questi adolescenti sentono, dai discorsi che si fanno in casa, che il momento è difficile. Probabilmente tutto un mondo di lustrini, di bazzecole, di distrazioni comincia a perdere fascino. Non dico che sia finito, ma comincia a perdere fascino, perché s’impone con forza l’elemento vero del “che fare?”. Bisogna affrontare di nuovo i temi di fondo».
Come reagiscono i ragazzi che lei incontra nella scuola alle manifestazioni degli “indignati”?
«C’è un senso di scontentezza, di sfiducia nei confronti della politica, di destra o di sinistra che sia. Tutto questo può diventare, naturalmente, un movimento di massa, però non c’è ancora chi sia capace di raccogliere questo impulso e imprimergli una direzione, dargli un senso. Rischia di prevalere il momento rabbioso che non deve affatto sorprenderci, perché è chiaro che in una società competitiva e anche ingiusta come la nostra c’è gente che spacca tutto. È una cosa terrificante ma non mi stupisce: i nodi vengono sempre al pettine».
Quale prospettiva si intravede all’orizzonte?
«La politica tradizionale perde colpi e qualcosa di nuovo dovrà affermarsi in cui riaffiorino valori come la solidarietà, l’attenzione per i deboli, la difesa degli anziani, delle pensioni, dei posti di lavoro. Insomma i grandi temi della politica del Novecento, che sono stati messi in discussione dalla voracità del capitalismo».
Quali sono i compiti primari che dovrebbe porsi il mondo degli adulti per accompagnare nella crescita gli adolescenti di oggi?
«Quelli che si riassumono nel vivere una verità esistenziale. Quanti insegnanti, genitori, rimbambiscono i propri figli con chiacchiere, retorica, esortazioni, slogan, tutta roba che entra da un orecchio e esce dall’altro. Quello che conta è comunicare e comportarsi in modo esemplare».
Proviamo a esplicitarlo.
«Significa dimostrare ai propri figli, ai propri alunni, che noi crediamo in quello che facciamo, e quello che facciamo non è soltanto fatica, ma anche gioia, energia; che la cultura ci permette di essere più comprensivi nei confronti del mondo. Insomma, l’adulto comunica con i ragazzi mostrando la propria vita. L’educazione non avviane proponendo decaloghi di ammonimenti e di esortazioni: è ciò che sei a prevalere». E Lodoli rievoca la propria adolescenza: «Anch’io ho avuto un padre che mi ha detto un sacco di cose che magari non ricordo più, però ricordo quello che faceva e com’era».
Lei ha scritto articoli sui ragazzi di borgata mostrando quanto fossero influenzati e colonizzati dalla società dei consumi. È ancora così?
«Quando chiedo loro cosa faranno il sabato, una buona metà mi dice che andrà al centro commerciale. Oramai questa è la loro piazza e il mondo delle merci è l’universo sfavillante che li attira. È davvero un vortice dal quale è difficile uscire. Anche perché il marketing ha capito che è il mondo dei giovani quello che desidera. I vecchi non sono interessati agli acquisti, i bambini non hanno soldi, per cui l’unica fascia di età da curare è quella dai 15 ai 40 anni. È evidente che i giovani sono fortemente condizionati da questa operazione».
Lei nota qualche segnale di inversione di tendenza?
«Avverto alcuni sintomi di dissenso, qualche accenno di presa di distanza, l’affiorare di uno sguardo più critico e soprattutto il bisogno di riappropriarsi della vita». Cosa intende precisamente? «I giovani cominciano a rimettere al primo posto le preoccupazioni reali: che farò domani? Quale sarà il mio lavoro? Come farò a comprarmi una casa? A formare una famiglia? Ad avere dei figli? Queste preoccupazioni cadono come pietre su quella illusoria parete di vetro colorato che aveva separato per tanti anni gli adolescenti dalla vita reale».
Mi permetta una curiosità personale. Quali sono, professore, i suoi ultimi libri?
«Ho scritto un romanzo che è uscito l’anno scorso intitolato Italia, una favola per bambini, Gigi Baruffa, che esce domani, e Il rosso e il blu, un libro sulla scuola, da cui è stato tratto un film di Giuseppe Piccioni che uscirà in primavera».

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