Dossier (La magia di un cammino) / Il percorso di Francesco

di Achille Rossi

Il poema di Francesco d’Assisi è affidato alla semplicità dei luoghi, alla nuda pietra accarezzata dalla luce e a un silenzio che invita alla contemplazione. Ma è proprio nella Basilica inferiore, dove Bonagiunta Pisano ha messo a confronto la vita di Gesù con quella di Francesco che si coglie l’autentico spirito evangelico. Un Vangelo diventato carne nell’esperienza della quotidianità e “sine glossa”, senza spiegazioni ulteriori. E una volta che gli è capitato di lanciare in aria perfino il libro, si è accontentato di rispondere: «il Vangelo sta nel cuore».
Gli premevano soprattutto gli ultimi, i poveri, quelli che i potenti del tempo consideravano gli scartati. Nel suo testamento ricordo con affetto il suo soggiorno tra i lebbrosi che gli hanno cambiato la vita: «quello che sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo».
Il criterio guida era la povertà, come viene dipinta dal maestro nelle vele della Basilica, che ne rappresenta il matrimonio, ma era solo un criterio regolativo; quello che stava davvero a cuore a Francesco era la fraternità. Dopo aver abbandonato tutto, aveva scoperto degli amici veri con i quali poteva condividere il Vangelo e le scoperte quotidiane. Si preoccupava di loro con un atteggiamento materno; se uno di loro lavorava l’altro preparava il desinare, senza nessun atteggiamento di dominio e di rivalsa. Una fraternità accogliente in nome di una paternità universale che abbraccia tutti. Non potendo spiegare il Vangelo, che era riservato ai preti, si limitava a salutare con l’augurio di pace: «Salute, buona gente!». Una fraternità democratica, molto diversa da quella che si esperiva nelle abbazie. I fratelli non avevano regole, bastava il Vangelo. Di qui l’allergia a dettare delle regole. Al termine della sua vita, sollecitato dal papa, ne ha scritte ben tre, ma ritornava allo stesso punto, al Vangelo; con quella dolcezza ostinata che caratterizzava la sua persona.
L’esempio di Francesco è stato travolgente per la società del suo tempo, caratterizzata dal dominio del potere e del denaro e ha significato una svolta interiore e un recupero di fraternità. Il suo messaggio ha coinvolto un’infinità di persone intenzionate a seguirlo, ma Francesco non era capace di guidarle. Si è affidato a frate Elia, studioso di diritto e amministratore esperto, e si è ritirato alla Verna, dedicandosi alla preghiera e alla contemplazione.
Sono stati gli anni più difficili della sua vita. Era assillato dalla paura di aver sbagliato tutto, di aver traviato gli altri, di aver perso addirittura il suo sentiero. Una lacerazione interiore che arrivava fino al dolore fisico e non bastava a consolarlo nemmeno la visita quotidiana di frate Leone, il suo confessore. Era piombato in una grande notte senza scampo. Non gli rimaneva che affidarsi a quel Gesù che aveva tanto amato, fino a provare la stessa passione. Le stigmate ne sono solo l’espressione fisica.
Proprio nel momento finale della sua vita, quasi al suo epilogo, Francesco recupera la capacità di lasciarsi andare al tranquillo abbandono di cui parlano i mistici. È una svolta radicale e gioiosa. Chiara era stata sempre presente nei momenti di difficoltà, quando il percorso dell’amico appariva incerto, e lo seguiva spiritualmente dal suo conventino di San Damiano. Ma un’altra figura femminile appare all’orizzonte di Francesco nel momento del transito. È quella Jacopa dei Settesoli, la nobildonna romana che lo ospitava nella sua casa e che egli chiamava affettuosamente “Frate Jacopa” a cui dà l’incarico di provvedere alla propria sepoltura, senza dimenticare “quei dolcetti che gli piacevano tanto”. Francesco era un uomo capace di una tenerezza che sgorgava dalla sua libertà interiore e dal suo limpido sguardo.
Ne dà testimonianza l’ultimo gesto: viene deposto nella nuda terra mentre i suoi fratelli gli cantano il Cantico delle creature, un gioiello di fede e di poesia che accoglie tutte le cose in un abbraccio cosmico. Ma un ultimo gesto vale la pena ricordare. Frate Elia consegna a Jacopa il corpo di Francesco con parole straordinarie: «accogli da morto colui che hai tanto amato in vita». Mai come la morte e l’amore erano state così appropriate in questo transito. ◘

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