Cultura/Quelli che sostengono il mondo

A proposito di filosofia, mito e rivoluzione

di Rodrigo A. Rivas

Nel mito cristiano della genesi, Dio crea il mondo dal nulla tramite la enunciazione fiat lux, si faccia la luce.
E la luce si fece. Così per la terra e le piante, gli animali e le montagne. Soltanto per fare l’uomo Dio dovette utilizzare le mani, a partire da un materiale preesistente. L’uomo, quindi, è un’opera e non un miracolo.
Nelle cosmogonie pre-islamiche, Dio crea il mondo con uno sguardo intenso e non con una parola magica ma, in realtà, la sua opera ha meno a che fare con il soffio divino che con il laborioso sforzo dell’ingegneria o, meglio detto, del bricolage. All’inizio dei tempi, i sette cieli e le sette terre non si sostenevano bene a vicenda, per cui Dio, per bloccare il mondo, dovette agire come chi consolida la gamba zoppa di un tavolo, mettendoci sotto un grande diamante. Ma, ahimè, i sette cieli e le sette terre continuarono ad essere molto instabili. Allora Dio ordinò a uno dei suoi angeli di caricarsi questo peso immenso sulle sue spalle. L’angelo si mise sotto il diamante – sul quale poggiavano le terre ed i cieli – e se lo carico sulle spalle. Ma la fragile piramide di creature mal combaciate continuava ad essere insicura, tremante, malferma. Quindi, Dio vi spedì un toro perché l’angelo, sul quale poggiava il diamante sul quale riposavano i cieli e le terre, potesse appoggiare i piedi. Ma nemmeno questo fu sufficiente: la torre continuava a frantumarsi e vibrare, e con lei la terra, le montagne, le case e gli uomini che vi abitavano. Finalmente Dio fece ricorso a Hut, la grande balena, alla quale comandò di tenere tutta l’impalcatura con il suo enorme corpo: toro, angelo, diamante, le sette terre ed i sette cieli. Solo allora il mondo riuscì a riposarsi sulle sue fondazioni.
Ma, racconta il mito, un giorno il demone, trasformato in mula, entrò nel naso di Hut provocandole un dolore così intenso che l’enorme balena scarico istintivamente un colpo di coda. A quel punto, un grande movimento sismico, dall’alto in basso, percorse la fragile torre. Gli alberi vennero abbattuti, le montagne crollarono, gli uomini urlarono terrorizzati. Dio dovette intervenire un’altra volta, liberando Hut della causa delle sue sofferenze e ripromettendole maggiore attenzione e controllo. Da parte sua Hut, sopraffatta da questo doppio peso, del mondo e della responsabilità, chiese che le fossero concesse anche delle ferie ogni tanto. Da allora, un giorno ogni diecimila anni, Hut si riposa e tutto il mondo percepisce con emozione e angoscia che è fragilmente collocato in cima ad una sciatta costruzione fatta da piedestalli irregolari e da sforzi titanici.
L’uomo è di fango e il mondo è una fragile torre di grissini. Per vivere è necessario dimenticare questo fatto per la maggiore parte del tempo, ma per sopravvivere è necessario ricordarselo ogni tanto. È questo ricorso al ricordo che, mi pare, possa essere chiamato propriamente “filosofare”. Quando è un intero popolo a filosofare, il prodotto si chiama “mito”. Se si filosofa con il corpo, ossia operando e non soltanto in spirito, lo si chiama “rivoluzione”.
Filosofare, quindi, è rigirarsi su sé stessi, come quando si rigira una canna per costruire un arco. Ci indebolisce, poiché ci dà la misura della nostra debolezza. Conviene farlo? E se sì, a cosa serve? Penso serva a capire che abbiamo bisogno di compagni. Perché riflettere è capire che viviamo su di una torre di grissini, che noi stessi siamo delle canne pensanti, costringe a concludere che, proprio perciò, abbiamo bisogno di compagni. Perciò ogni filosofare che non sia un urlo per richiedere aiuto, è soltanto uno sproloquio. Detto diversamente, ogni riflettere che non ricerchi un’altra mano, è un mero sofisma.
Quindi, ogni riflessione è – se si vuole – una riflessione sulla morte. Tutti viviamo su di una torre di grissini sostenuti da una balena esposta a un raffreddore. Ma alcuni uomini vivono più esposti di altri al crollo. Tra i paesi poveri e i paesi ricchi ci sono trenta anni di differenza riguardo la vita media e, negli stessi Stati Uniti, la longevità media è diminuita di sei anni nell’ultimo decennio.
Sotto il capitalismo tutto è socialmente concepito e ordinato per far sì che non pensiamo mai alla morte e perché non abbiamo mai dei compagni. È ben vero che sottrarsi all’abbraccio della morte è impossibile. Lo è altrettanto che lottare a favore della vita – ossia della stabilità della torre malmessa – diventa possibile soltanto in compagnia. Questo si chiama politica.
Quindi, la politica non è altro che una riflessione collettiva sulle strategie atte a mantenere il mondo in piedi partendo dal principio della reciproca dipendenza esistente tra gli uomini. I miti settoriali – di una classe o di un ceto sociale – si chiamano “ideologie”. Il mito del capitalismo è quello della volontà individuale come fonte di ogni ricchezza e di ogni potere, e si basa su due principi simultanei e inseparabili: la fiducia in se stessi e la sfiducia su tutti gli altri.
Nel libro il Contratto di sfiducia, la ricercatrice Michela Marzano ci ricorda quale sia stato il processo storico attraverso il quale il “neoliberismo” è riuscito a minare tutti i vincoli fiduciari che ci univano agli altri, per trasformare la baldanza dell’individuo isolato nel solo e illusorio sostegno del mondo. Ognuno può tutto contro tutti gli altri. Dobbiamo fidarci di noi stessi, dobbiamo diffidare di tutti gli altri. Questo principio fondamentale si esemplifica quotidianamente, ad esempio, nella mansuetudine soddisfatta con la quale permettiamo che ci perquisiscano, ci scansino e ci registrino negli aeroporti alla sola condizione che anche gli altri subiscano la stessa prova, in ciò che, di fatto, è una sospensione della presunzione di innocenza: la nostra baldanza – la nostra sicurezza – dipende dall’accettazione che tutti diffidino di me così come io diffido di tutti.
Questo apparente paradosso ci dice come il capitalismo non si preoccupi affatto di garantire – ossia di rincalzare, di puntellare – la torre fragile del mondo, ma cerchi permanentemente di indebolirla con la sua delirante produzione di merci. Ci dice pure che, per impedirci di pensare al problema, sciupi tanto denaro e tanto sforzo quanto ne scialacqua per distruggere la natura. E si occupa, viceversa, di garantire la baldanza isolata degli individui. Infatti, il grande affare del capitalismo agli inizi del XXI secolo è quello della cosiddetta “sicurezza”: allarmi, scanner, videocamere, vigilanza privata, eserciti mercenari ecc. La generalizzazione del sospetto, che ci aiuta a dimenticare la fonte originaria di tutte le minacce e ci impedisce di unirci per pensare collettivamente, si è trasformata nel veicolo che regge e riproduce il capitalismo e nella frizione permanente che indebolisce ulteriormente la torre di grissini che ci sostiene.
Il guaio è che, sotto, non c’è alcun toro e nessun Dio che vigili su suoi raffreddori. Ci siamo noi, e siamo da soli. A meno che non riusciamo a unirci per pensare collettivamente, in modo da poter illuminare la nostra debolezza e produrre un ordine di reciproca dipendenza. Detto altrimenti, un mito nuovo e una nuova rivoluzione. •

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