Cultura/Per parlare di noi

In margine al concerto della M. Alboni organizzato dal “Mato Grosso”

di Francesca Topi

Chiedo ospitalità a un giornale di cultura, lì dove è più facile approdare per raccontare le piccole storie della quotidianità. I miei spunti sono semplici, partono dalle strade e dalle atmosfere castellane, parlano il nostro dialetto aspro, hanno le nostre rudezze intrise di umanità.
Ciò premesso, racconto due cose.
La prima è che nel pomeriggio del 27 febbraio, di domenica, a S. Maria Maggiore, c’è stato un concerto della corale “Marietta Alboni” fatto di suoni e canti delle Ande, in puro stile “Operazione Mato Grosso” con sonorità singolari e bellissime. Era presente al concerto molto affollato il fondatore della “Operazione” che è un grande vecchio di ottantasette anni, si chiama don Ugo De Censi ed ha il taglio del profeta. I profeti moderni sono di una eccentrica bellezza tutta giocata nella grande tensione di leggere Dio attraverso l’uomo. Penso a Panikkar e d’istinto gli affianco don Ugo De Censi: grande innamoramento di Dio specchiato in ogni uomo.
Ora torno al concerto che è difficile raccontare perché la musica etnica vola via con la sua anima, si dilata dentro le sue atmosfere native. Però, ad intervallare le esecuzioni c’erano proiezioni di immagini andine con parole di commento riassumibili in pochi, chiari concetti: dentro i grandi e scenografici paesaggi delle montagne andine c’è silenzio, lentezza dei tempi d’azione, povertà della gente alzata alla dignità di saper vivere dell’essenziale. C’è un chiaro richiamo alla brevità e allo stupore dell’esistenza di ognuno. Poi ha parlato un ospite un po’ particolare perché castellano di nascita, prete per vocazione, espatriato per missione: don Ivo Baldi vescovo di Huari, in Perù. Credo che la gente dalla cultura e dalla formazione essenziali piaccia a tutti, se ne sente il fascino, il diritto d’intervento. Come quando don Ivo Baldi ha detto, oltre il confine della teologia e della filosofia, che noi occidentali dal taglio ricco e civilizzato siamo poveri perché «abbiamo perduto il Signore» mentre i poveri di beni materiali – nella fattispecie la gente delle Ande – non lo sono perché «non hanno perduto il Signore». Sfido i grandi pedagogisti e gli psichiatri dal collo torto che invadono lo schermo televisivo ad essere talmente chiari e diretti. A prescindere dal credo religioso ma attaccandosi semplicemente alla sapienza della tradizione.
Don Ugo De Censi ha concluso la serata ringraziando tutti, il coro, la grande quantità di gente presente, don Ivo Baldi; poi ha ricordato che qualche tempo fa è stata inaugurata a Chimbote una grande chiesa con la presenza di autorità e cardinali e, soprattutto, con l’esecuzione di un coro composto da milleduecento ragazzini che venivano da vari paesi e località della montagna andina. Il coro era stato preparato, con notevole impegno, dai volontari del Mato Grosso con l’aiuto offerto per un mese intero dal maestro Marini di Città di Castello: questo per dire quanto e come fossero stati coinvolti i ragazzi andini, completamente nuovi a una esperienza di questa dimensione. Don Ugo, riferendosi ai giornalisti presenti alla cerimonia di Chimbote che di tutto avevano riferito meno che della forza e del significato del coro, con l’ariosità con cui i grandi vecchi smantellano il formale, ha detto: «Loro non hanno visto Dio». Se per Dio si intende la sua presenza negli uomini, nella fattispecie in quei milleduecento bambini della montagna.
Questa “Operazione Mato Grosso” è bella perché autonoma, slegata da Chiesa e Stato, fatta di una forza giovanile che “sporca le mani” per aiutare chi è veramente povero, in terre povere e con politiche sociali inesistenti. Funziona attraverso lo sforzo fisico: per fare scuole, assistere la gente nei caserios, per inventare un’agricoltura e una pastorizia che fruttino, per organizzare corsi di lavoro artigianale. Tutto offerto gratis, per semplice, naturale solidarietà umana. Quando i ragazzi del “Mato Grosso” fanno, qui da noi, i campi di lavoro e passano a stormi coi loro camion per raccogliere i vetri, il ferro, la carta che occupano di troppo le nostre case, riscopro una cosa che ha fatto parte della mia giovinezza del dopoguerra: un ideale, un progetto, una finalità.
Ricaccio in gola la retorica dell’anziano e auguro a quei ragazzi di stare sempre così caldi tra di loro. Ho ripensato alla mia giovinezza dell’immediato dopoguerra per associazione di idee. Perché ero felice del poco che c’era. Vivere bene con il minimo necessario non è in perdita, è capitalizzare l’essenziale. Lo fanno con intelligenza molti poveri, dai contadini andini a chi, nel mezzo del Bel Paese, ha perso il lavoro e il benessere di cui beneficiava prima. Forse sono supponente ma ho maturato l’idea, guardando i nostri ragazzi griffati e un po’ cialtroni, che a loro farebbe bene sbattere la faccia con la realtà dell’essenziale, del minimo necessario per vivere. Forse si inoltrerebbero nei sentieri delle strettezze materiali col coraggio di farcela perché i giovani sono, in genere, i pionieri della speranza, gli spregiudicati dell’avventura che insegue un progetto, un fine.
Nell’immediato dopoguerra, tra il ’45 e il ’50, riprendemmo l’uso del pane di forno, dello zucchero, del vestito nuovo, delle scarpe di cuoio: erano sapori ed emozioni dilaganti dentro di noi.
A pensarci bene, l’elenco appena fatto oggi merita un sorriso di tenera sufficienza, perché quei dati lì sono tutti surclassati: dal pane doppio zero, dalla conta delle caloria nei dolci, dalla moda giocata sul massimo della originalità: Così mi viene in mente la tazzina di caffè che ti danno al bar: poca roba concentratissima, sapida. Per noi del dopoguerra era la stessa cosa: poca roba, concentrata nei bisogni, significativa.
Faccio notare a chi è giovane che l’artigianato castellano nel primo dopoguerra ebbe un grande battesimo: dal legno al ferro battuto, dalla sartoria alla ceramica. La scuola era severa: i professori d’allora erano figli di una università che non faceva sconti perché la cultura era rispettata come tale, acquisirla richiedeva fatica in quanto non inflazionata. Io ricordo le “botteghe” degli artigiani di Castello piene di apprendisti giovani, lì dove le ore non erano né pagate, né sindacalizzate, né contate. Era la fatica per imparare il mestiere. Ho messo insieme l’atmosfera forte e marcata dell’incontro con l’”operazione Mato Grosso” e quel concetto di sobria e serena vicenda umana che vivemmo subito dopo la guerra: sono stili di vita improntati al sogno, c’è dentro il fascino di vivere per qualcosa.
Ritorno ai colli torti di certi psichiatri televisivi: i loro maglioni populisti non rappresentano la quotidianità che essi tentano di analizzare. La bellezza di vivere è fatica, sogno, dolore, speranza. Concretezze che non sanno raccontare ai giovani.

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