Cultura / L’italiano al tempo del web di Matteo Martelli

Possiamo confessare che tutti siamo “vittime” di Facebook, di WhatsApp, di Twitter, di YouTube, di Instagram ecc. Indagini internazionali denunciano la dipendenza digitale e i suoi esiti preoccupanti sulle nostre capacità cognitive. Sul terreno dell’uso della lingua e dei comportamenti linguistici quali preoccupazioni scuotono l’Accademia della Crusca?
Il digitale è proprio una di quelle risorse che possono essere volte a danno, mentre sono nate per dare vantaggi. Si è arrivati persino a proporre di non insegnare più la scrittura manuale, perché la tastiera dovrebbe essere la penna del futuro. Questa è una formidabile sciocchezza, ovviamente, a cui hanno risposto non solo i linguisti, ma anche psicologi e pedagogisti.
Il problema sta nel fatto che dietro al digitale si agitano interessi economici molto forti. Non sono sicuro che l’insistenza di coloro che attribuiscono ai computer un significato messianico sia sempre disinteressata.
Dal terremoto senza fine provocato da Internet quali conseguenze si registrano sul terreno della lingua italiana? Quali criteri vengono seguiti per certificare la nascita di nuove parole e di nuove locuzioni, l’affermazione di nuove categorie grammaticali e di nuove forme sintattiche?
La Rete è uno specchio del mondo. Ci sono siti web di istituzioni prestigiose, di università, di accademie (come la nostra): i testi che si leggono in questi siti potrebbero essere trasportati sulla carta stampata senza sostanziali interventi.
Poi c’è la catena dei vari social, in cui le cose stanno diversamente. La Rete, quando si va verso il basso, è una enorme raccolta di chiacchiere spesso vane, e degenera talora verso forme di aggressività. Non a caso Mentana ha rilanciato con un significato nuovo la parola “webete”, che però non è stata accolta dai lessicografi. Peccato. Si tratta di un neologismo che individua un fenomeno reale.
Internet è dappertutto. La lingua del Web ha fatto registrare sconvolgimenti nell’apprendimento e nell’insegnamento linguistico? Quali indicazioni per i cittadini, per i genitori, per gli educatori provengono dalla Villa Medicea di Castello a Firenze?
Io stesso non saprei vivere senza la Rete, e senza la Rete non saprei dirigere l’Accademia. Nel Sito scriviamo le nostre idee e le nostre proposte, collochiamo i nuovi strumenti di consultazione, i verbali dei Direttivi e i dati della cosiddetta “amministrazione trasparente”. Le fatture sono ormai elettroniche anche nella pubblica amministrazione, compresa la nostra. Lavoriamo a distanza sugli stessi documenti, con la gestione condivisa. Cerchiamo i libri nei cataloghi elettronici e nella Biblioteca di Google, che di per sé è meravigliosa. La Rete dà qualche cosa a tutti.
Poi ci sono i social, i blog, e lì si chiacchiera molto, spesso si straparla. Anche la Crusca è attiva in Facebook, con grandi numeri di accessi. Ma non saprei valutare con certezza se questi accessi, così lusinghieri all’apparenza, portino tutto il beneficio che si potrebbe credere. La raccomandazione, dunque potrebbe essere: usate la Rete con intelligenza e con cautela. Non fatevi travolgere dall’eccesso. Non diventate webeti.
Il sociologo Zygmunt Bauman, in una delle sue ultime riflessioni (Babel, Laterza, 2015), ha rilevato che la “connettività” ha sostituito la “collettività”, ha parlato di “autismo elettronico” e ha definito la Rete una “gabbia chiusa da un cancello senza serratura”. La lingua italiana (anche i dialetti) quali conseguenze registra in seguito a tale sconvolgimento comunicativo?
Mah, le lingue si salvano sempre. Non sarà una tecnologia a distruggerne le qualità.
Non saranno gli emoticon o le abbreviazioni come xké a far del male a una lingua millenaria. Sono tutte piccolezze. Il problema sono i parlanti: quelli in genere non si salvano o almeno non tutti si salvano. Ci vuole spirito critico. Chi non lo ha, diventa un burattino. E poi il grande problema dell’italiano è un altro: è il disprezzo con cui viene trattato da una parte della classe dirigente.

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