Cronache d´epoca/Luca signorelli a Città di castello

di Dino Marinelli

Era il novembre 1474 quando Luca Signorelli, chiamato dal Comune tifernate, venne a Città di Castello per dipingere sulla facciata della “torre del Vescovo” la “Vergine col figlio in trono tra San Girolamo e San Paolo” cancellando una preesistente pittura del 1385, raffigurante alcuni castellani invisi alla città, opera di Bartolomeo di Bindo e Brunone di Giustino. Lo storico tifernate Giacomo Mancini scrive nel 1832 che l’affresco fino al 1789 era in buone condizioni, poi con il terremoto del settembre di quell’anno, per la caduta della tettoia che lo proteggeva, in breve tempo andò quasi del tutto distrutto. Quel poco che rimase, la parzialissima figura di San Paolo, venne staccato nel 1935 dal pittore Bruschetti e collocato nella Pinacoteca comunale.
Il Signorelli dopo questo lavoro sarà spessissimo a Città di Castello, non solo per la sua attività artistica, ma anche per curare interessi economici, come risulta da alcuni documenti. Il cortonese possedeva da queste parti un ingente patrimonio tra case e ricchi terreni. Alcuni dei quali gli furono ceduti come pagamento per lavori eseguiti. Conferma che si ha con il pagamento della tavola che dipinse nel 1494 per la chiesa di Sant’Agostino. Una Natività, oggi alla Galleria di Capodimonte, compensata con una vigna del valore di 60 fiorini d’oro. Per la chiesa di San Francesco Luca dipinse “L’adorazione dei pastori” che rimase in città fino al 1810, quando venne venduta al prete Manfucci per 65 scudi. Dopo una girandola di passaggi, finì nella mani dell’antiquario Bardini di Firenze (il maestro di Elia Volpi) che la pagò 15.000 franchi e la rivendette poi per 30.000 alla Galleria Nazionale di Londra.
E sempre per la chiesa di Sant’Agostino dipinse “L’Adorazione dei Magi”, ora al Louvre. Realizzò inoltre i ritratti di alcuni personaggi della famiglia Vitelli oggi a Birmingham e nella collezione Berenson. E una Annunciazione è traslocata dalla Galleria Mancini a Filadelfia. Ma l’opera più importante realizzata da Luca a Città di Castello è il “Martirio di San Sebastiano”, commissionata dalla famiglia Brozzi per la cappella di San Domenico. Di questa pala il Vasari scrive «…aperse alla maggior parte degli artefici la via dell’ultima perfezione dell’arte». Il dipinto «…il cui paesaggio è tra i più belli usciti dal pennello di Luca» – come scrive nel 1990 Antonio Paolucci, oggi direttore dei Musei Vaticani – è allocato nella Pinacoteca tifernate.
Inoltre il Maestro di Cortona affrescò nell’Oratorio di San Crescentino di Morra, scene della “Passione di Cristo”.
Tantissime sono le opere pittoriche che negli anni di dominio artistico del Signorelli nell’Alta Valle del Tevere, si rifanno al Maestro: seguaci, replicanti, imitatori. Tra queste opere, di non eccelso valore di ambito signorelliano, merita attenzione lo “Stendardo di San Giovanni Decollato” già nella chiesa omonima, oggi sconsacrata. Scrive Francesco Federico Mancini su “Pinacoteca Comunale di Città di Castello”: «Alla luce delle attuali conoscenze sui pittori di ambiente signorelliano è difficile tentare un’attribuzione; ciò, comunque, non impedisce di giudicare il Gonfalone un’opera di scuola tutt’altro che trascurabile…».
Lo stendardo, dipinto sulle due parti, rappresenta il “Battesimo di Cristo” e, sul retro, “San Giovanni Battista e scene della sua vita”. Proprio in questi giorni, dopo un accurato restauro, è tornato in Pinacoteca. A quanto sostengono gli addetti ai lavori «…sembra sempre più di Luca Signorelli…».
Luca Signorelli considerava Città di Castello come la sua seconda Patria e la città, per questa dimostrazione di stima, lo elesse Tifernate Onorario «assieme ai suoi figli e discendenti in perpetuo… onorata di avere per cittadino un tale egregio pittore».
Nel 1937 la strada che da Corso Vittorio Emanuele II conduce a San Domenico, venne intitolata a Luca Signorelli; prima si chiamava via Francesco Ferrer.
Luca Signorelli morirà ricchissimo a Cortona nel 1523 cadendo dal ponteggio di Palazzo Passerini dove stata eseguendo lavori di pittura.

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