Cronache d’epoca / …e lo sposalizio andò a Brescia di Dino Marinelli

Il 13 gennaio 1798 arrivò a Città di Castello una brigata di cisalpini per proclamarvi la Repubblica. Comandava la brigata il trentenne generale Giuseppe Lechi di Brescia che aveva al fianco due suoi fratelli: Angelo, comandante di uno squadrone di Ussari e Teodoro, comandante di un battaglione di granatieri. Il generale napoleonico fu accolto con entusiasmo dai giacobini tifernati, capeggiati dal Marchese Giulio Bufalini. Entusiasmo un po’ sopra le righe. Succede. Apparvero dei manifesti dove il Lechi era acclamato come «nostro Dio, nostro eroe».
Questo sconcertò un po’ i buoni tifernati che, tra l’altro, capivano poco di quello che stava accadendo. Poi di Dio in terra già ne conoscevano uno con nome e cognome, Gianangelo Braschi, che aveva preso il nome di papa Pio VI. Certo un Dio un po’ assente con il suo gregge; impegnato come era con i suoi nipoti non sempre poteva recepire le istanze dei suoi sudditi… Poi non calzava la giusta misura, sempre ai buoni tifernati, il fatto di aver definito il generale “eroe”. Questo perché all’apparire dei cisalpini il presidio pontificio a difesa della città, si arrese senza pensarci due volte.
Comunque i buoni tifernati, come tutti i buoni, si adeguarono. Inoltre i municipalisti tifernati, per mostrare al generale riconoscenza per aver liberato Città di Castello, pensarono di omaggiarlo con un prestigioso regalo. Quale cosa migliore di quel dipinto di Raffaello Sanzio, lo “Sposalizio della vergine”? Sembrava cosa fatta, invece no. I “giacobini” si accorsero di averla fatta grossa. Avevano ecceduto in questa promessa al generale, così ci ripensarono. Facendo un altro ‘liscio’: cercando di appioppare al Lechi una copia dello Sposalizio esistente nella chiesa di Sant’Agostino (oggi Salesiane). Ci rimase male il generale napoleonico sentendosi preso per i fondelli. Tanto più che proprio in quei giorni, assieme ai suoi fratelli, aveva visto nella chiesa di San Francesco il capolavoro dell’urbinate. E il fratello Angelo lo scrisse al padre Conte Faustino: «… quando lo vidimmo (il dipinto) continuammo a rimirarlo che non potemmo più distaccarci…».
I Lechi non erano digiuni d’arte, tutt’altro; nel loro palazzo di Brescia a quel tempo possedevano una preziosa raccolta di dipinti del Rinascimento. Per farla corta il generale Lechi pretese che fosse rispettata la promessa iniziale. Così stando le cose, in quattro e quattr’otto, fu fatto firmare a duecento tifernati un documento in cui dichiaravano di essere entusiasti di regalare al “liberatore” Giuseppe Lechi di Brescia la preziosa tavola.
L’orologio di piazza di sopra aveva da poco battuto undici colpi quella mattina del ventinove gennaio 1798, quando, durante la celebrazione della messa, entrarono nella chiesa di San Francesco alcuni soldati cisalpini, staccarono dalla cappella Albizzini il quadro dello “Sposalizio della Vergine” che Raffaello aveva dipinto agli albori del ‘500. Erano passati tre secoli dal tempo in cui il quadro era stato collocato nella cappella, e ora veniva tolto. Il dipinto fu portato al palazzo Vitelli dove il Lechi era ospite. Con tutte le precauzioni l’opera fu posta in un’apposita cassa e spedita a questo indirizzo: Famiglia Lechi, Conte Faustino, Corsetto S. Anna, Brescia.
Il primo febbraio la Brigata Cisalpina fu richiamata a Milano, sostituita a Città di Castello da un contingente di trecento soldati francesi, ma questa è un’altra storia. Intanto, sempre in quei giorni di febbraio, lo “Sposalizio della Vergine” giunse a Brescia, in casa Lechi, Corsetto S. Anna, per non più ritornare nella sua Città di Castello…

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