Cinema/The tree of life LA NATURA E LA GRAZIA

L’ultimo film di Terrence Malick

di Pietro Mencarelli

The Tree of Life è l’ultimo film di Terrence Malick. Una didascalia iniziale ci rammenta la storia del Giobbe della Bibbia e le sue infinite disgrazie. Al tempo molti ritengono che la causa di queste sia la disobbedienza a Dio, ma Giobbe sa che non è così. Quale allora la causa di tale gratuita sofferenza? Da qui la domanda che per millenni affligge tutta la nostra filosofia: perché il Male?
Poi l’inizio del film ambientato nel Texas anni Cinquanta, con le candide casette attorniate dai giardinetti sempre verdi. Una famiglia con il capofamiglia, la madre e tre figlioli. In tale famiglia convivono due modelli di vita opposti. La madre (una struggente quanto dolce Jessica Chastain) incarnazione di virtù quali bontà, fratellanza, dolcezza, pura spiritualità che spinge i figli a guardare il mondo con gli occhi dell’anima («Ci sono due vie per affrontare la vita: la Natura e la Grazia»; «Se non ami la tua vita passerà in un lampo»). Lei è la Grazia. Il padre (un grande Brad Pitt) che ama i familiari, ma che al contempo è un uomo duro, severo, autoritario, un uomo disilluso e a tratti anche spietato nell’educazione dei figli perché convinto che stare al mondo significhi mostrare i denti onde non soccombere dinnanzi alla forza altrui e che la bontà sia solo un ostacolo al raggiungimento degli obiettivi («Ci vuole una volontà di ferro per farsi avanti in questo mondo. Forza figliolo – dice al maggiore Jack – colpisci»; «Ho solo voluto che fossi forte, padrone di te stesso»; «Le persone buone non combinano mai niente nella vita»). È l’uomo forte e pervicace del sogno americano, l’uomo dalla forte etica calvinista, il borghese del guadagno che sconfina col cinismo. È la Natura. E poi ci sono i tre figli fra cui il maggiore Jack di cui seguiamo l’evoluzione. Una terribile disgrazia, la morte di uno di essi, fa sprofondare nel dolore la famiglia.
Con una cesura temporale dagli anni cinquanta arriviamo ai nostri tempi e ritroviamo Jack cinquantenne (con il volto segnato e dolente di un immenso Sean Penn) quale uomo potente e arrivato. Parrebbe che in lui abbiano prevalso gli insegnamenti paterni, quegli istinti di prevaricazione in fin dei conti trasmessi dal codice genetico della razza umana. Ma è pure una esistenza fortemente tormentata, ossessionata dai ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, che possiede la dolce anima della madre («Papà, mamma, siete in lotta dentro di me» e il continuo ricordo degli insegnamenti della madre: «Ci sono due vie per affrontare la vita: la Natura e la Grazia»).
Pur muovendosi quale famoso architetto in mezzo ai grattacieli dalle grandi vetrate, è costantemente ossessionato dai grandi quesiti sul significato dell’essere umano gettato nel mondo. Qual è il destino dell’uomo? Perché la Natura è così totalmente indifferente di fronte al mistero della Vita e della Morte? Perché anzi spesso è così crudele? Perché se esiste un Dio il Suo silenzio è così assoluto e terribilmente doloroso? Come può volere il Male? Perché sparge il sale sulle ferite invece di sanarle? Siamo soggetti alla misericordia di Dio o alle forze brutali della natura? Esistono un ordine e un senso nelle cose? Tutto è silenzio assoluto. Non esistono risposte e l’essere umano è solo un pulviscolo in confronto all’esistente che lo circonda. Le tensioni di Jack vengono messe in relazione con la genesi dell’universo intero.
Malick, a dispetto di qualsiasi logica narrativa tradizionale, a dispetto di ogni causa ed effetto e di ogni riferimento allo spazio e al tempo, ripercorre l’intero percorso evolutivo del cosmo, partendo dal Big Bang e, attraverso le prime creature fantastiche, i primi microbi, i dinosauri, arriva alla situazione attuale, mostrando il sempiterno contrasto fra innocenza e violenza, fra spirito e materia, fra Grazia e Natura. E per Jack sarà la vita, la drammatica esistenza umana gravida di mali e accidenti (le “piaghe” scaricate su quel biblico Giobbe incredulo e senza colpe), a fornire le risposte ai suoi interrogativi. La vita umana è attraversata dal dolore, si matura nel dolore, visto non come strumento di “testimonianza”, espiazione, ma quale fase naturale («… cadremo e verseremo lacrime … capiremo tutto»). Ma anche la consapevolezza della miracolosa bellezza in tutte le cose del quotidiano, nell’amicizia e nella famiglia ci trasmette una lezione, quella dell’amore universale. Fondamentale la nostra capacità di rimanere aperti al mondo. Natura e Grazia sono dunque i due elementi che regolano la vita, la vita intera, quella del “macrocosmo” come quella del “microcosmo”.
Il film è accompagnato da una voce fuori campo che esprime i pensieri intimi dei suoi protagonisti con parole appena sussurrate e che pare confondersi col soffiare del vento (in maniera ancora più radicale che nel suo splendido La sottile linea rossa) o disperdersi fra i rami degli alberi… Velocissime carrellate, improvvisi movimenti di macchina, spettacolari inquadrature dall’alto e dal basso verso il cielo, meravigliose immagini di una potenza indescrivibile, eccezionali effetti visivi. Il regista americano si è documentato molto per ricreare il passato della terra e del cosmo, incontrando e consultando astronomi, fisici e biologi. Si è avvalso di Douglas Trumbull, il creatore degli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick e si è servito della splendida fotografia di Emmanuel Lubezki (già nel cast tecnico del suo New world del 2005).
In conclusione un film di indicibile splendore visivo e di profonda intensità emotiva, un immenso poema filosofico. All’ultimo festival di Cannes ha entusiasmato.
Riporto alcuni giudizi di stampa trovati in internet: «Malick guarda al mistero della vita con irriducibile e commovente meraviglia» (MyMovies), «Non vi è singola inquadratura, in The Tree of Life, che non sia da ammirare» (Comingsoon), «…spiazza e stordisce, parte dal privato per arrivare all’universale» (Movieplayer), «Una splendida deriva visionaria, simbolica e pedagogica…» (35MM), The Tree of Life «è il più straordinario dei film visti in concorso quest’anno a Cannes» (Repubblica), «È un film di poesia. Chiaro e profondo… Un film pensante, filosoficamente stereofonico, di emozioni forti e dirette, avvolto dalla musica di Mahler e Bach» (La Nazione), «…quanti film ci regalano l’emozione di penetrare in una dimensione dell’anima?» (La Stampa), «Film folle e magnifico… un’epopea cosmica e intimistica di proporzioni superbe» (The Guardian), «Un film eccezionale» (Hollywood Reporter), «…è cinema puro, e con purezza va vissuto» (l’Unità).

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