CINEMA/Il risorgimento degli sconfitti

di Pietro Mencarelli

«Il Risorgimento è stato una rivoluzione senza rivoluzione» (Antonio Gramsci)

«Mio nonno Ricciotti Garibaldi tornò a Caprera e si indignò talmente tanto dello sfruttamento del meridione da parte della nuova Italia che andò a combattere con i briganti». (Anita Garibaldi, pronipote di Giuseppe Garibaldi in una trasmissione televisiva)

E arriviamo a Noi credevamo di Mario Martone, da cui abbiamo preso le mosse. Quaranta anni d’Italia, dal 1822 al 1862, su momenti importanti del Risorgimento senza la pretesa di trattare quel processo fondamentale nella sua totalità (mancano, ad esempio, gli austriaci, il 1848, le giornate di Milano, l’esperimento democratico della Repubblica Romana, l’impresa dei Mille…).
Domenico, Angelo e Salvatore, ardimentosi giovani del Cilento, di fronte alle teste mozzate di leggendari ribelli napoletani, decidono di affiliarsi alla società segreta “Giovane Italia” di Mazzini. I primi due sono nobili mentre Salvatore è figlio di un bracciante che tenta (inutilmente) di avvertirlo come sia innaturale per un popolano condividere una lotta con i proprietari terrieri che hanno ben altri interessi dal suo e che addirittura arrivano a rubare l’olio ai propri contadini. Nonostante tutto ritroviamo, qualche tempo dopo, i tre giovani a Parigi nella abitazione della bellissima, intelligente e colta patriota italiana, la principessa Cristina Trivulzio Belgiojoso. Parigi è luogo di incontro di cospiratori fra i quali spicca Antonio Gallenga che, intenzionato ad assassinare Carlo Alberto di Savoia, incarica Salvatore, in quanto sconosciuto alla polizia, di raggiungere Mazzini a Ginevra, al fine di procurarsi un pugnale con il quale lo stesso Gallenga possa portare a termine il suo disegno. Ma una volta rinvenuta l’arma Gallenga non ha il coraggio di agire e si nasconde, mentre Angelo, ritenendo Salvatore una spia dei piemontesi, lo uccide in un impeto di folle fanatismo. Quindi, in preda al rimorso, va errabondo per l’Europa fino ad arrivare, molti anni dopo, di nuovo a Parigi dove incontra l’ex mazziniano Felice Orsini che sta organizzando un attentato contro Napoleone III reo di aver contribuito, con l’appoggio al papa, al fallimento della neonata Repubblica Romana del 1848-1849.
Orsini, pur coinvolgendo Angelo nell’attentato, è sconcertato da certi suoi comportamenti. «Si è radicata in me l’idea che voi abbiate nell’animo qualcosa di terribile – così Orsini rivolto a un fosco e corrucciato Angelo – di sporco, sanguinoso… e che vediate nel delitto una via d’uscita». E Angelo di rimando: «Eravamo ragazzi, però poi siamo diventati assassini e non c’è nessun paradiso da conquistare». L’attentato fallisce e Orsini e Angelo arrestati e processati vengono ghigliottinati.
Ben diverso il percorso di Domenico. Questi, arrestato dai soldati borbonici, è incarcerato, ma, grazie ai profondi ideali morali e alla ferma convinzione di poter vedere, un giorno, una Italia libera e unita che possa affrancare i ceti più umili dalla miseria, è capace di sopportare duri e lunghi anni in prigione (dove, fra l’altro, ha modo di disquisire con altri patrioti come Carlo Poerio sul futuro assetto politico dell’Italia che verrà – monarchica o repubblicana, piemontese o meridionale …?). E quando crolla il regno borbonico di Franceschiello, un Domenico, oramai non più giovane, esce dal carcere per assaporare la libertà nell’Italia finalmente unita. Ma l’alba della nuova nazione gli appare ben preso quanto mai deludente: non si è realizzata l’unità secondo le attese, sono state eluse le speranze di un radicale rinnovamento della società, traditi i principi di uguaglianza e di libertà, dimenticata la riforma agraria che avrebbe dovuto destinare la terra ai contadini, raddoppiate le tasse, distrutti molti paesi. Inoltre, assistendo di persona a violenze inaudite e alle fucilazioni sommarie di “briganti” perpetrate dalle truppe piemontesi, comprende che il brigantaggio è frutto per lo più del disagio sociale seguito all’invasione piemontese, che è formato da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini che hanno impugnato le armi per mettere fine ai soprusi e alle autoritarie imposizioni dei nuovi padroni del nord, e che le vittime di esso infine (un milione di morti circa) superano di gran lunga quelle di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme («Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi» – dirà Pasquale Villari).
Vae victis. Nelle considerazioni dei piemontesi invasori i difensori del Sud sono una razza subumana da annientare. Pur tuttavia Domenico non si arrende e, quando viene a sapere di una nuova spedizione di Garibaldi, non esita a imbracciare di nuovo il fucile nel nome ancora degli ideali repubblicani e democratici. È però fermato insieme ai compagni sull’Aspromonte dalle truppe piemontesi che non esitano a far fuoco contro i garibaldini. E lo ritroviamo all’interno del neonato Parlamento italiano vuoto dove si immagina un Francesco Crispi, oramai su posizione politiche monarchiche, reazionarie e repressive, mentre fa lo storico discorso: «Noi unitari siamo monarchici e sosterremo la monarchia meglio dei monarchici antichi». Amare le considerazioni conclusive del vecchio Domenico: la nuova Italia è sì unita, ma è una nazione gretta, assassina e dilaniata da intrighi di potere.
Nelle sequenze finali una voce fuori campo risuona nella sua testa: «Noi credevamo». Le considerazioni conclusive non potrebbero risultare più chiare. Il Risorgimento è stato un movimento non solo non unitario ma anche coperto da non poche ombre. Mazzini è il rivoluzionario repubblicano e democratico, l’anima candida esente da compromessi, tanto da morire, nel 1872, clandestino, con infinite condanne comminate da Cavour, quando non solo l’Italia è fatta ma Roma addirittura ne è la capitale. Tuttavia a un Mazzini ascetico, disinteressato e sinceramente vicino al popolo si rimprovera il suo far affidamento soprattutto al metodo terroristico: «Il suo aspetto terroristico, perché così veniva definito del resto Mazzini non solo dalle polizie di tutta Europa ma anche da Marx ed Engels, non è un’invenzione mia… è qualcosa che appartiene alla storia» (Martone). In quanto al Piemonte, è presentato quale piccolo stato meschino che, a causa delle guerre di Cavour, è oberato da debiti nei confronti della Francia e dell’Inghilterra, e che vede, dunque, nel regno borbonico una miniera d’oro capace di risanare le proprie finanze. L’unità d’Italia per il re piemontese vuol dire perciò solo un affare economico. «Subito dopo l’Unità le cose erano chiare: l’Italia era quella sabauda, era quella di Vittorio Emanuele II…» (Martone). A salvarsi quali sinceri idealisti ed eroici patrioti senza macchia sono comunque i giovani garibaldini che vanno a combattere nella disperata impresa dell’Aspromonte intonando canzoni anarchiche e socialiste anticlericali.
Fine

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