Buonriposo/La quiete dell’eremo

di Ivan Teobaldelli

La strada che porta all’eremo di Buonriposo lascia, sulla destra, la S.S. 73 e le placide anse del Tevere, per inerpicarsi sulle colline di Nuvole in un’esplosione di colori autunnali.
Emilio al volante mi fa notare che l’asfalto, sotto la ghiaia, è di fresca gettata e che ormai si arriva all’eremo in un battibaleno. Quando un tempo, da bambino – se lo ricorda bene – era un vero trasloco la villeggiatura estiva e si caricava la treggia di bagagli, viveri e viaggiatori. Ride nel rievocare le forme giunoniche della nonna – seni e fianchi felliniani – che ballonzolavano sui solchi del tratturo.
«Qui erano nascoste le batterie dei tedeschi – mi dice indicando una forra di piante intricate – e lì sopra ci sono alcune polle di acqua medicamentosa». Poi la strada sfocia in un vasto spiazzo che ha tutta la domesticità d’una fattoria. Con un mucchio di cani sciolti, branchi di oche e galline e il giovane custode, Andrea, che sta riparando un vecchio uscio. È il didietro dell’eremo, la parte ovest, con il pozzo-cisterna profondo 11 metri che serve ancora a innaffiare l’orto e a dissetare gli animali proprio come 800 anni fa.
Sono finalmente terminati i lavori di restauro. È stato un grosso impegno economico e di responsabilità conservativa, perché niente della narrazione dell’eremo andasse perduto. Emilio Rossi e la sua famiglia sono gli ultimi eredi di quel Domenico Palazzeschi che rimase proprietario del convento nonostante la sua intenzione di restituirlo ai Francescani nel 1894. La proposta non ebbe esito e Buonriposo restò ai privati, passando nel tempo dai Palazzeschi ai Pedoni e infine ai Rossi. Ma questo è solo l’ultimo tassello d’una storia che affonda nel magnetismo di un luogo davvero “unico”. Dove cronaca e leggenda s’intrecciano strette. E la voglia di districarle ti viene per forza. Come è capitato a Emilio, che in questi anni non si è limitato a dirigere il restauro con cura meticolosa. Ma ha raccolto le tante storie sull’eremo, si è divertito ad “animarle” e ha trovato persino il titolo giusto: Fabula Bonae Quietis (La Favola di Buonriposo). Dove si mescolano il documento storico con l’invenzione apocrifa, le suggestioni infantili coi diktat assordanti della Storia. È la sua personale bussola del luogo. Ci guiderà in un percorso di otto secoli che non s’è ancora esaurito e confluisce felicemente nel presente, sic et simpliciter.

Tra terra e cielo
Documenti conservati nell’archivio della Porziuncola di Santa Maria degli Angeli fanno risalire al 1234 la costruzione della parte ovest del chiostro, collegato all’antico Eremo. Mi ha sempre spiazzato la parola claustrum perché cambia significato da una lingua all’altra. In latino significa serratura, chiusura, separazione (e quindi clausura). In italiano prende tutta un’altra luce ed è l’elemento architettonico che collega la terra al cielo. È il luogo aperto per eccellenza perché tutt’attorno s’affacciano e si dispongono gli altri spazi. Anche qui nel convento di Buonriposo. E quando Emilio, con studiata lentezza, spinge il battente del portone, la visione che si spalanca è la sintesi miracolosa di elementi impalpabili come il silenzio, il respiro, la luce. Compenetrati in rigorosa essenzialità.
Immaginate uno spazio quadrato, nudo e disadorno come la pietra che lo compone, con al centro un impluvio per l’acqua piovana. Voi siete appoggiati al pozzetto. Ai vostri lati i portici coperti s’aprono in archi di differenti epoche. D’estate danno frescura e d’inverno riparano i passi dalle intemperie. Sul lato ovest vi guardano due piante centenarie che si sorreggono a vicenda, un lauro nobile e un ligustro giapponese. Vedrete alcuni gradini che portano alla chiesa che di regola è sempre ubicata a nord per proteggere il chiostro dai venti invernali. Ma il vero ingresso è alle vostre spalle, sul lato est. Uscendo troverete sulla sinistra la rupe che s’incista nell’eremo come una costola; le grotte del primitivo Romitorio e quella del Diavolo dove Francesco conobbe la tentazione; i due sentieri che salgono a Buonriposo da Lerchi e la foresteria con l’ulivo che si dice sbocciato dal bastone di san Bernardino da Siena intorno al 1440. Dal parapetto del terrazzamento ci si sporge sulla piana luminosa della Valtiberina e sui costoni del Reticello incendiati di rosso-arancio. È uno spettacolo che mi ricorda i versi di Emily Dickinson. E quella stagione fastosa che gli americani chiamano indian summer, quando ci s’inoltra dentro i boschi di acero del Vermont o del New England a osservare le foglie – è una pratica chiamata leaf peeping o foliage – e si resta tramortiti dalla tavolozza dell’autunno.

Madonna Povertà
Come sfogliasse un libro, Emilio sottolinea i particolari che fanno di Buonriposo una specie di compendio della storia del Cristianesimo. A partire dalle prime grotte degli eremiti simili alle spelonche degli anacoreti in Tebaide. E se qui è san Francesco ad affrontare il diavolo, là era sant’Antonio abate a lottare contro le tentazioni della carne e legioni di demoni. Di sicuro fu proprio questa forma di ritiro solitario (la parola monaco forse viene dal greco monos: solo) a sedurre il giovane Francesco. Che conobbe gli eremiti Agostiniani, seguaci di Giovanni il Buono, che s’erano insediati nella selva e nelle grotte di Santa Croce di Nuvole. Qui li raggiungeva il giovane assisano in crisi «drammaticamente turbato dal processo della sua conversione», come scrive Emilio nella sua ipotesi storica personale. Fu proprio Francesco a chiamarlo “Buon Riposo” quando faceva sosta qui per riposarsi lungo il viaggio verso la Verna. E a suffragare la tesi, Emilio cita «il reportage del più grande cronista del Duecento, fra’ Salimbene De Adam» che scrive di Buonriposo pochi anni dopo la morte del Santo avvenuta nel 1226.
L’Eremo si trasformò in convento nel 1352. Forse è di questo periodo la Croce di Gerusalemme – sembra un simbolo templare – scolpita all’ingresso. Ma un fatto speciale nel 1365 turbò l’armonia di Buonriposo: l’arrivo dei Gesuati, nuovo ordine fondato dal beato Giovanni Colombini da Siena. E con la mano Emilio sfiora il loro stemma scolpito sul marmo d’un architrave. Costoro avevano ricevuto in donazione dalla famiglia Guelfucci delle terre site in Buonriposo. Ma la convivenza forzata coi Francescani – che avevano aderito alla regola dell’Osservanza, quella più rigida e povera – creò subito frizioni. Risolse il dissidio nel 1401 il Comune di Città di Castello che pagò la terra ai Gesuati con 50 fiorini e la restituì agli Osservanti. Quando nel 1650 una bolla di papa Innocenzo X chiuse tutti i conventi con meno di 10 religiosi, Buonriposo scampò perché ne aveva 12 (2 frati, 6 chierici e 4 laici). E i Francescani restarono fino al 1864, quando le autorità italiane decretarono la chiusura del convento che fu ceduto ai privati. Ma di questo abbiamo già detto.

Fioretti francescani
Entriamo in chiesa dalla porticina che immette nel coro. Sostituiti gli originali scranni di legno, trafugato nel 2000 da balordi il ritratto del Beato Stefano da Castello, Emilio mi indica in una teca di legno, sopra l’acquasantiera, due crani che si guardano. Uno grosso e rotondo, l’altro più piccolo e delicato. La tradizione vuole che siano del Beato Stefano e di sua madre. Particolare non trascurabile: la donna morì dando alla luce il figlio. Che per tutta la vita venerò e si tenne stretto il cranio della mamma. Su questo Emilio ricama una storia che arriva fino al suo esame universitario di anatomia – preparato col supporto utilissimo del cranio del Beato – a cui seguirono terribili incubi notturni che cessarono solo nel momento che riunì di nuovo i due teschi. Vai a sfruculiare i santi! Visitiamo la cappella che subì l’attuale rimaneggiamento nel 1641, a opera di Pompeo dei Bourbon del Monte, il feudatario della zona, come indica l’epigrafe con lo stemma sull’altare maggiore. Le trasformazioni barocche hanno deturpato pregevoli affreschi quattrocenteschi di scuola senese. Emoziona un brandello di Crocifissione coi santi Francesco e Bernardino. È quattrocentesca anche la pala dell’altare maggiore, una Crocifissione dal caldo cromatismo umbro che ricorda la scuola del Perugino e di Raffaello.
È un silenzio profondo – carico di vibrazioni e d’ascolto – la caratteristica di Buonriposo. E benché Emilio racconti di quanto fossero popolari e frequentate alla fine dell’Ottocento le sorgenti di acqua acidula marziale di Buonriposo, indicatissime nelle malattie di languore e di pigrizia degli organi digestivi. Tanto che il convento aveva un’ala trasformata in luogo di ricezione per i clienti. E anche se ricorda davanti all’antica infermieria le masse di sfollati che durante la guerra trovarono qui rifugio e accoglienza – fino ad arrivare a 500 presenze – quello che i massicci muri traspirano, o la luce lascia filtrare dalle imposte, è un senso di quiete e di riparo. Sono minuscole oasi le due file di cellette che s’affacciano sullo stretto corridoio del dormitorio. E appare un grande abbraccio l’enorme camino di marmo fuligginoso della cucina, così capiente da ospitare al suo interno i monaci seduti sulle panche. E nelle gelide notti invernali, tra una padellata di marroni e un boccale di “turbione” (il vino bianco non ancora maturo), Emilio s’immagina le elucubrazioni di fra’ Ilario – soprannominato Fratello Bugia – che le sparava così grosse da rischiare una volta d’essere ghermito dal Diavolo su per la cappa del camino. O l’aneddoto del Beato Francesco da Pavia che una notte si vide recapitare davanti alla porta del convento un fagotto di stracci con dentro un neonato. È lo spunto che potrebbe aver ispirato il film Marcellino pane e vino che nelle sale parrocchiali degli anni Cinquanta fece singhiozzare i bimbi di tutto il mondo. O l’ipotesi , molto suggestiva e intrigante, che il pittore Domenico Luna, toccato dal richiamo dell’Eremo, venisse qui a meditare e, mentre ascoltava i canti in gregoriano dei monaci, ricoprisse di schizzi a carboncino le pareti della cappella. Anche lui cercava la quiete. E forse è stato proprio sepolto qui, in una cripta sotto la Chiesetta, come un certo documento che esiste in un archivio patrizio tifernate, dimostrerebbe.
L’ala sud del convento è stata adibita ad abitazione privata dai proprietari. Là c’erano un tempo le cucine e i vettovagliamenti e un tronco di quercia era usato come tagliere per macellare la carne. Il refettorio, con l’aggiunta d’un grande camino, è stato trasformato in elegante sala da pranzo e di rappresentanza. Più intimi e appartati, un minuscolo salottino rosso-pompeiano e una biblioteca. Per raggiungere la zona-notte si sale una scala interna. Un corridoio in tinta rosa antico – sembra una bomboniera – porta alle camere di spartana raffinatezza con la vista sul chiostro e sui tetti del convento. Emilio mi mostra una finestrella incassata in una curva del muro che sembra rubata a un quadro di Fattori. E mi bisbiglia: «Non ti fa pensare alle sorelle Materassi?». Gli rispondo di sì con la testa. Ce lo vedo l’arguto Palazzeschi fantasticare in questa stanzetta la trama del suo capolavoro. All’anagrafe si chiamava Aldo Giurlani ma prese il cognome della nonna materna, Palazzeschi, come nom de plume. Di sicuro a Buonriposo c’è stato. Lui, penna tagliente e “futurista”, grande fustigatore dei pregiudizi e delle ipocrisie. Ma non sollecito di più Emilio. È un temibile evocatore di presenze. Per oggi ça suffit: dal sacro al profano.

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