Buitoni/All’inizio del ’900 35 fanciulli lavoravano al pastificio

Buitoni. 150 anni di storia di Sansepolcro / 19

di Claudio Cherubini

«Il capitalismo industriale italiano è stato un gran consumatore di mano d’opera femminile e minorile». Solo nel 1886 una legge, «tra le lagne degli imprenditori preoccupati per il costo del lavoro», proibì l’assunzione di bambini sotto i nove anni d’età ed impose controlli per quelli più grandi e per il lavoro femminile. In particolare questa legge, entrata in vigore il 18 agosto del 1886, prevedeva: il divieto di ammettere i fanciulli al lavoro negli opifici industriali, nelle cave o nelle miniere se non avessero raggiunto l’età di 9 anni, e di 10 anni per lavori sotterranei; il divieto di impiegare fanciulli minori di 15 anni in lavori pericolosi ed insalubri; il divieto di ammettere al lavoro anche sopra i 9 anni e fino al 15° anno, senza l’accertamento dell’attitudine fisica; la limitazione a 8 ore della durata giornaliera di lavoro dei fanciulli che avessero compiuto il 9° anno e non il 12°. Al sindaco spettavano i controlli, ma ovunque le resistenze furono notevoli. Ad esempio il primo cittadino di Sansepolcro per ottenere una risposta dovette scrivere due volte alla Buitoni, ad Angiolo Benci e a Filippo Duranti, titolari di due fabbriche tessili, e a Asclepiade Sacchi, proprietario della fabbrica di fiammiferi. Dal Benci ricevette una prima lettera in cui era scritto: “Le fanciulle occupate nel mio laboratorio, e che non raggiungono l’Età di 15 anni, sono solamente 9”; in questa stessa lettera chiedeva anche che la convocazione presso il sindaco delle piccole operaie avvenisse di giorno festivo perché negli altri erano “sempre occupate”. Tre giorni dopo, però, Angiolo Benci scrisse una seconda lettera al Sindaco: “[…] debbo notificarle che errai nell’indicare il numero di 9 […] sono invece 22”. Dagli altri imprenditori le risposte furono meno ambigue: il Duranti fece l’elenco con nome e cognome delle 8 fanciulle sotto i 15 anni; il Pacchi dichiarò di non avere operai sotto i 15 anni; del Sacchi non si ha testimonianza diretta, ma quella del dottor Giovanni Sacchetti incaricato di ispezionare tutti gli opifici che scrive che vi erano “impiegati 4 fanciulli e due fanciulle quasi tutti dell’età di 12 anni […] destinati a fare i mazzi degli stecchini greggi, a tagliare e confezionare le scatole che devon contenerli”. Invece i Buitoni sembrarono essere evasivi circa l’impiego di fanciulli: furono descritte le tre unità operative (la fabbrica di paste, l’officina meccanica e il mulino) e anche se non venne dichiarato il numero dei bambini occupati, al comune furono fatte avere le tre denuncie di esercizio datate 11 luglio 1887 dalle quali si doveva rilevare che vi erano 6 fanciulli al pastificio, 1 al mulino e 1 all’officina. In ogni caso però, tutti i controlli non registrarono alcuna violazione alla legge; del resto non poteva essere diversamente in una società in cui alla classe dirigente apparteneva ormai a pieno titolo anche la borghesia imprenditoriale sempre pronta a giustificare lo sfruttamento dei minori sostenendo che svolgevano lavori leggeri e che era comunque un aiuto alle madri ed agli stessi fanciulli che venivano sottratti “da una condizione familiare miserevole oppure dai pericoli della strada e del vagabondaggio”, anche se questi bambini avevano 4 o 5 anni. Per di più questi controlli sicuramente anche in Valtiberina, come era successo in altri luoghi della Toscana ed in molte altre parti d’Italia, ignorarono la maggior parte dei ragazzi. Inoltre non tutti i minori erano tutelati dalla legge perché, ad esempio, proprio la fabbrica di fiammiferi, che era la più dannosa, non ricadeva sotto la normativa poiché non aveva motori meccanici né fuoco continuo.
Anche sul lavoro notturno di donne e fanciulli, si tentò di nascondere e minimizzare il fenomeno, al fine di farlo sfuggire ai controlli di legge con la complicità delle autorità. Ad esempio, così scrive il sindaco di Sansepolcro: “[…], mi affretto a dichiarare innanzi tutto che non vi sono più industrie nelle quali siano impiegate donne se ne togliamo le poche in gran parte adulte adibite alla fabbrica di confetture della Ditta Francesco Pacchi, che non è il caso di considerare perché nelle poche nottate dell’anno in cui vogliono lavorare, le donne non vi prendono parte. Rimane la Fabbrica Buitoni […], nella quale non sono adibite donne: il lavoro di quello stabilimento si compie in gran parte di uomini adulti e solo 30 o 35 fanciulli sono ivi applicati: di questi pochissimi o quasi nessuno (forse cinque fra i più pratici e seri) rimangono al lavoro notturno; la durata del lavoro di detto stabilimento pei fanciulli in generale dalle ore 6 alle ore 12 e dalle 14 alle 19, così pure è la durata del lavoro nella fabbrica del Pacchi […]”.
Allo stesso modo per le autorità era sufficiente la parola dei datori di lavoro per far tacere le proteste dei lavoratori, come nel caso in cui il sindaco di Sansepolcro richiese dei chiarimenti circa il malcontento di certi operai che sostenevano di essere stati licenziati dal magazzino dei tabacchi e rimpiazzati da alcuni adolescenti: “[non è vero] che nei lavori occorrenti in questo Magazzino si sia mai pensato di sostituire ragazzi agli operai allo scopo di ottenere una male intesa economia”.
Analogamente anche di fronte alla prime problematiche d’inquinamento ambientale, erano sufficienti minime garanzie da parte del datore di lavoro per far tornare tutto alla normalità, come nel caso del reclamo di Luigi Turchi contro la tintoria di Angiolo Benci di Sansepolcro: il Turchi, che aveva l’abitazione in via S. Giuseppe al piano superiore della tintoria, si lamentò “del fumo e del gas che si sprigiona[va]no e che penetra[va]no dalle finestre nella casa medesima”; il Benci attribuì le colpe di questa situazione ai propri operai; la giunta comunale, all’unanimità, si accontentò dichiarando come il datore di lavoro avesse “provveduto in conformità” al superamento del problema “con misure disciplinari verso i propri dipendenti”.

19 – continua
Claudio Cherubini

Sintesi delle fonti: Archivio Storico Comunale di Sansepolcro, Movimento degli affari, fascicolo 3 del 1888 e del 1895, Carteggio degli affari, categoria 5 del 1898, Protocollo delle deliberazioni della Giunta comunale, adunanze del 16 luglio 1891 e del 14 luglio 1892; S. Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano: 1880-1900, Firenze 1972, vol. I; G. A. Stella, L’orda, Milano 2005.

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