ASSOCIAZIONI/Il bisogno di cambiare rotta

Che passo! Una comunità in cammino

di Michela Campani e Roberto Manzone

Lo scorso mese ci siamo presentati come coppia e come primo nucleo di un progetto comunitario in formazione. Abbiamo raccontato il percorso che ci ha portati a stabilirci a Candeggio, vicino Città di Castello, ed iniziare un cammino di riavvicinamento alla terra nel segno della consapevolezza. Viviamo nella casa colonica e accogliamo chi è sui sentieri francescani: un’occasione per confrontarci con chi cerca equilibrio, coerenza, bellezza.
Adesso sentiamo utile accompagnare il nostro ambizioso progetto di richiami alla realtà, di riferimenti culturali per spiegare le scelte di sostenibilità, di permacultura, di transizione che tanto ci affascinano.
Ieri sera contemplando il silenzio che ci circonda e il manto di stelle sopra le nostre teste abbiamo riconosciuto la loro ricchezza, il dono incondizionato. È ad un momento come questo a cui pensiamo quando scriviamo che “abbiamo smarrito il senso profondo della vita e la sua sacralità”. Concentrati nella ricerca del riconoscimento professionale, nella capacità di produrre reddito perdiamo attenzione verso ciò che abbiamo di bello. Siamo stati sradicati dalla terra, dall’unità con l’universo per inseguire desideri materiali e limitati alla nostra breve esistenza.
Il bisogno di cambiare rotta nella nostra vita è lo specchio dello stesso bisogno riconosciuto nelle vite di altre persone incontrate in questi anni, e capita spesso di ricevere un sorriso sincero e un sussulto del cuore dalle persone a cui diciamo di vivere a Candeggio. Sono persone anziane o coetanee che hanno trascorso molti momenti della loro giovinezza ed infanzia da queste parti. Periodi di contatto profondo con il territorio, di dialogo con tutte le sue forze, di reciproco aiuto e conoscenza. Questi sono stati, infatti, luoghi molto popolati e animati per secoli. Si viveva di pastorizia, di agricoltura e poco altro, e se non c’era lo spazio per ricavare un reddito monetario comunque si è vissuti ammantati da ricchezze e doni preziosi anche se non monetizzabili. L’uomo si è però sempre di più allontanato dalla natura, perdendo di vista la ricchezza che può regalare nella nostra vita la biodiversità e la multi funzionalità delle relazioni.
Le premesse economiche che hanno fatto smarrire questa strada in fondo si basavano su principi e indirizzi rispettabili. Anche Adam Smith definendo l’economia come “una mano invisibile” capace di promuovere il bene di tutti immaginava un mondo mosso da forze morali che avrebbero regolamentato gli standard commerciali e protetto contro le ingiustizie. Il manifesto di Smith come anche quello di altri pensatori, sono stati ispirati da un autentico desiderio di migliorare la condizione umana, ma nel tempo sono stati estremizzati e ridotti a “ismi” che hanno portato a trascurare fattori fondamentali sul lungo periodo, come l’equità sociale, le differenze tra le culture, la salute dell’ambiente. Per avvicinarsi a modelli economici che non conducano a un capitalismo puro (Edward Abbey dice “la crescita per amore della crescita è una follia cancerosa”) dobbiamo vedere l’economia dalla lente dell’equità e dell’ecologia e collocare i tre processi in un triangolo equilatero dove nessuno è suddito dell’altro.
Un progetto che rispetti la diversità a tutti i livelli conduce a un processo di Rievoluzione industriale. I nostri prodotti e i nostri processi raggiungono il massimo dell’efficacia quanto più sono ricchi di informazioni e di risposte; quanto più, insomma, somigliano al mondo in cui viviamo. Questa visione vede la natura come un eco sistema a cui ispirarci, con cui entrare in una relazione di reciprocità e non più come uno strumento da usare a nostro vantaggio. I sistemi naturali attingono al loro ambiente e a loro volta danno qualcosa in cambio. Un ciliegio lascia cadere i fiori e le foglie mentre assorbe acqua e produce ossigeno. Nutre la terra e ci regala odori, cibo, sensazioni, protezione, a noi come agli altri animali. Pensiamo alla comunità di formiche (sicuramente più numerose di noi) che con il loro operare smaltiscono in sicurezza e con efficienza i loro rifiuti e quelli di altre specie: nutrendo l’ambiente, costruendo case, depositi, creando medicinali sicuri e biodegradabili, preservando e nutrendo il terreno. Tutto ciò che costruiscono e utilizzano rientra nel ciclo naturale della “culla alla culla” (per citare il bellissimo libro di Mcdonough e Braungart).
Macchine che richiedono sempre maggiore potere economico e violentano l’ambiente non rappresentano il progresso: sono piuttosto la negazioni della saggezza (F. Schumacher).
Come le piante potremmo arricchire l’ecosistema trattenendo il carbonio, producendo ossigeno, ripulendo aria e acqua, consolidando il terreno. Come elementi utili alla natura dovremmo metabolizzare i nostri rifiuti perché diventino risorsa, cibo.
Il vento soffia in direzione favorevole e nell’aria c’è voglia di cambiamento, ma quale forma dare a questa espressione? Sicuramente rimettere in gioco i vecchi modelli e crearne di nuovi è un cammino stimolante e costruttivo oltre che necessario.

info@chepasso.org – www.chepasso.org

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