Arezzo / Nof e una storia sbagliata di Gianni Brunacci

Abbandonato dai genitori (padre sconosciuto), Oreste Fernando Nannetti ha vissuto quaranta lunghi anni della sua vita (Roma 1927 – Volterra 1994) da internato in varie strutture e padiglioni. Il Manicomio criminale di Volterra, dove finì a scontare due anni di pena per aver offeso un carabiniere, lo ha ospitato poi per circa sette anni durante i quali ha realizzato la sua massima opera.
Si tratta di un graffito inciso, con la fibbia del panciotto da internato, sull’intonaco del cortile del padiglione in cui era carcerato. 180 metri lineari per circa 2 di altezza, pieni di scritte e disegni che produsse mentre non parlava praticamente con nessuno, se non con un infermiere che aveva qualche studio d’arte alle spalle e vedeva nella sua opera qualcosa che aveva un valore appunto artistico.
Fu proprio quell’infermiere, Aldo Trafeli, che gli permise di realizzare il suo mastodontico capolavoro senza che questo venisse considerato un danneggiamento puro e semplice. Si trattava infatti di una sorta di libro di fantascienza su muro.
In realtà NOF 4 produsse anche molto altro, una volta uscito dal padiglione dei matti criminali e ospitato in un ospizio vicino. Lì poté contare su carta e penna e scrivere/disegnare circa 1600 pagine, ma il suo “Giudizio Universale” rimane il gigantesco graffito.
Per fortuna Aldo Trafeli trascrisse tutto e tutto fece fotografare. Per fortuna è stato realizzato un libro che ci racconta la vita di Fernando Oreste Nannetti. Per fortuna quanto da lui scritto e disegnato su carta è stato fotocopiato prima che venisse bruciato alla sua morte.
Per fortuna perché il graffito è oggi quasi completamente scomparso per le ingiurie del tempo e la scarsa protezione ricevuta, e perché NOF 4, come lui si definì utilizzando le iniziali del proprio nome e il numero più ricorrente nella sua vita (tra l’altro quello assegnatogli all’internamento nel manicomio criminale) è considerato uno dei maggiori esponenti della Brut Art (arte grezza) o Outsider Art nel mondo.
Si tratta dell’arte spontanea, quella realizzata senza avere studi specifici alle spalle; quella dettata dall’istinto e dall’immaginazione pura; quella che ha un valore assoluto, proprio perché non contaminata dalla cultura artistica, dalla conoscenza tecnico/filosofica specifica.
Ma cosa ha raccontato NOF 4 in quei graffiti?
Prima si è presentato, descrivendosi con fantasia e in parte verosimilmente, anche inventandosi una famiglia di alte origini in realtà mai esistita (neanche di basse origini, in verità…) e poi raccontando molte storie “astrali” che comprendevano extraterrestri e astronavi, guerre e apparizioni…
In mezzo a quelle pagine c’è però anche qualcosa di molto concreto, qualcosa che ci racconta di come Nannetti si sentisse (e fosse) recluso senza un vero perché e come si viveva/moriva in quella struttura che ospitava centinaia di “numeri” senza dignità.
Da acuto osservatore “muto” NOf 4 su quei muri scrisse, tra l’altro il «grafico metrico mobile della mortalità ospedaliera: 10% per radiazioni magnetiche teletrasmesse (ndr: elettroshock), 40% per malattie varie trasmesse o provocate (ndr: cure sbagliate e promiscuità), 50% per odi e rancori personali provocati o trasmessi (ndr: mancanza di relazioni umane amicali, di affetto)».
In fondo si può dire che complessivamente la poetica di NOF 4 è stata la ricerca della propria dignità. L’affermazione del proprio valore di persona capace di “volare”, anche con il suo elicottero (con le gambe) disegnato sul muro.
Il lavoro instancabile di Aldo Trafeli ha consegnato ai posteri la figura e l’opera di Nannetti Oreste Fernando (4) e ci costringe oggi a riflettere, oltre che sulla dignità calpestata come a un’onta insanabile, anche in merito al fatto che i manicomi, e non solo quelli criminali, sono stati la tomba di potenzialità e sentimenti anche profondi; la genesi di sofferenze umane inenarrabili. Quanti internati arrivavano lì solo per povertà o abbandono? Quante persone morivano lì senza essersi potute esprimere? Di quanti NOF 4 si è privata la storia dell’arte e non solo?
C’è stato qualcosa di terribilmente vicino ai lager, nei nostri manicomi. 

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