AMBIENTE/Rifiuti zero, non è un´utopia

Smaltimento dei rifiuti. Se ne è discusso a Città di Castello a metà gennaio in un incontro organizzato da Coalizione democratica, Idv e Sel

Discariche e inceneritori sono bombe a orologeria per la salute dei cittadini, come dimostrano tutti gli studi scientifici seri

di Antonio Guerrini

«In un anno in Italia produciamo circa 150 milioni di tonnellate di rifiuti. Le famiglie e i negozi ne generano 35 milioni (23%), 115 milioni sono rifiuti speciali, cioè prodotti dalle industrie (77%). Di questi il 63% provengono dal Nord, il 19% dal Sud, il 18% dal Centro… Dei 115 milioni di tonnellate di rifiuti speciali circa 30 milioni non sappiamo dove vadano a finire… Legambiente stima che oscilli fra 5 e10 miliardi di euro il fatturato di queste “ecomafie”». È la fotografia implacabile con cui Canzio Novelli ha aperto il convegno organizzato da “Coalizione Democratica” il 15 gennaio sul tema “Rifiuti zero”. Meglio non va per la regione Umbria con i suoi 388 kg di indifferenziato per abitante, una montagna di 540 mila tonnellate all’anno. Cifra che ci pone in alto nella graduatoria nazionale, ha sostenuto Marco Montanucci del comitato Inceneritorizero. I tre piani regionali varati nel tempo per gestire il sistema organico dello smaltimento rifiuti in Umbria o non sono stati applicati o sono carenti. L’ultimo in ordine di tempo, varato nel 2009, indica alcuni obiettivi strategici: raggiungere il 65% di raccolta differenziata nel 2012-2013 – imposto per legge –, ampliamento di alcune discariche e congelamento di altre, ma, soprattutto, introduce l’incenerimento, con un nuovo impianto da costruirsi nell’Ati 2 e, in caso di ritardo della sua entrata in funzione, ricorrendo ad altri impianti industriali esistenti (cementificio Gubbio e fornaci di Terni). Insomma, mentre «Berlino chiude gli inceneritori, noi siamo ancora a discutere di discariche».
È l’esatta fotocopia di quanto sta accadendo sul nucleare, il processo da cui le altre nazioni europee cercano di uscire vede l’Italia entrare nel percorso dell’incenerimento. È per questo che «La Germania è interessata ai rifiuti italiani. I loro inceneritori non riescono più a funzionare soltanto con quelli prodotti localmente…». Quindi l’emergenza rifiuti napoletana fa gola ai tedeschi, perché essa fornisce la materia prima necessaria a far funzionare a pieno regime impianti diversamente antieconomici. Le discariche sono dunque presupposti indispensabili al sistema dell’incenerimento. E la cosa ci riguarda da vicino. Belladanza, infatti, è una delle tre discariche regionali valorizzate nella filiera umbra del sistema rifiuti e si prevede di ampliarla quasi del 50%. Questi contenitori, una volta a regime, riceveranno i residui derivanti dall’incenerimento e dalla parte non riciclabile della raccolta differenziata.
Ma discariche e inceneritori sono due bombe a orologeria per la salute dell’ambiente e dei suoi abitanti ha precisato Patrizia Gentilini, del coordinamento Nazionale dei Medici per la Salute. Tutti gli studi scientifici seri dimostrano la loro pericolosità, anche se, per far piacere ai produttori dei costosissimi impianti di incenerimento, come accade per il nucleare, si è arrivati a manipolarne i risultati. Hanno suscitato stupore le parole rassicuranti del professor Veronesi, oncologo di fama mondiale, pronunciate in una nota trasmissione televisiva: «Non sono un esperto di inceneritori…» disse, ma quanto all’assenza di danni «..i miei collaboratori mi hanno giurato…». L’oncologo non sa, però si fida dei suoi collaboratori, un modo assai singolare per dimostrare la scientificità di una ricerca. Esiste una vasta letteratura di scienziati prestati alla causa dell’incenerimento, i quali si sono impegnati a dimostrare l’indimostrabile e a stravolgere i risultati stessi delle analisi effettuate. «Desta sgomento – ha sostenuto la Gentilini – scoprire che questi lavori “scientifici” sono quelli su cui varie Amministrazioni pubbliche …Fondano le proprie scelte “…inceneritoriste”..».
Ma l’alternativa esiste ed è praticabile. «Non è un’utopia», ha sottolineato il giovane assessore all’ambiente del comune di Capannori, Alessio Ciacci. Il suo comune, 45 mila abitanti, vicino a Lucca, adottando una raccolta “porta a porta” spinta, in 4 anni è passato dal 30 all’80% e sta puntando decisamente all’obiettivo dichiarato di azzerare i rifiuti. Il bilancio ne ha già tratto benefici: la spesa di gestione del sistema, infatti, in quattro anni, dal 2005 al 2009, è passata da 3 a un milione di euro, con un risparmio netto di 2 milioni. E, peraltro, la filiera virtuosa dell’intero ciclo non riguarda solo i rifiuti e il loro trattamento, ma tutta una serie di azioni volte a tutelare l’ambiente e prevenire la produzione di scarti: distributori automatici del latte alla spina, vendita di detersivi alla spina, eliminazione di tutte le acque minerali nelle mense scolastiche e comunali, valorizzazione delle acque sorgive e delle fonti del territorio, compostaggio domestico, incentivi economici alle famiglie che utilizzano pannolini lavabili, riciclo di abiti, di libri, produzioni locali, mercatini locali, eccetera.
Così si prefigura il passaggio da un sistema imperniato su un processo verticale ad alto tasso tecnologico, i cui cardini sono combustione e inquinamento, a un altro di tipo orizzontale fondato su una rete diffusa di piccole economie, minor produzione di scarti, responsabilizzazione personale e istituzionale, tali da configurare un diverso stile di vita.
O meglio, un diverso modello di sviluppo, ha aggiunto il consigliere regionale dell’Idv, Oliviero Dottorini, il quale ha passato in rassegna i limiti del piano regionale in vigore dal 2009: «I numeri – forniti dall’Agenzia regionale per l’ambiente – dicono che la raccolta differenziata in Umbria è ferma al 31%…»; «..Ci sono parti del Piano completamente inapplicate. …non è mai stato attuato il passaggio da tassa a tariffa», per cui «…i cittadini pagano la tariffa …non in base ai metri quadrati della propria abitazione o al numero degli abitanti della famiglia, ma ai rifiuti realmente prodotti. Li pesano, li misurano, li quantificano»; bisogna separare chi gestisce la raccolta da chi gestisce l’impianto, perché gli uni «…hanno interesse a differenziare, mentre gli altri, chi brucia (o gassifica), ha bisogno di grandi quantità indifferenziate da incenerire, in primis carta e plastica». Non a caso «…Città di Castello e Orvieto sono stati i fanalini di coda fino a due anni fa quanto a raccolta differenziata. Entrambi avevano a disposizione una discarica»; per questo «..si investono ogni anno poco più di un milione di euro per l’80% del processo di gestione dei rifiuti… per l’inceneritore – che dovrebbe coprire il rimanente 20% – si parla di cifre tra 150 e 300 milioni».
C’è molto da fare ancora.

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