30 giorni in Italia/Se la sinistra non comprende più la realtà…

di Gaetano Rasola

Il Pd è riuscito nell’impresa: vincere le primarie! A Torino. Con Piero Fassino, tra cinque candidati. Fassino proviene da una famiglia di sinistra, ha una lunga storia di attività politica alle spalle. Da quando era segretario della Fgic e poi consigliere comunale, proprio a Torino, nel 1975. Ma anche segretario del Pds e poi Pd, fino a essere due volte ministro. È stato perfino il vice di Rutelli quando questi fu il candidato del centrosinistra nelle elezioni politiche del 2001. Ma la sua fama è legata anche a vicende promosse dalla macchina del fango. La faccenda della Telekom Serbia dove, con il soprannome di cicogna, fu accusato di aver ricevuto mazzette o la famosissima telefonata con Consorte, Unipol, dove esclamò: «Abbiamo una banca?». Su cui poi la magistratura ha indagato e archiviato per manifesta infondatezza. Ma il personaggio va ricordato soprattutto per la sua opinione espressa sul recente referendum sul contratto capestro Fiat: «se fossi un operaio voterei sì al contratto». Pur essendo torinese non ha esperienza di catena di montaggio! Questo giudizio sembra il manifesto dell’involuzione di gran parte della classe dirigente di provenienza comunista/pro-gressista. Un’involuzione che sembra aver perduto di vista i valori di base di una forza progressista: la difesa dei diritti, soprattutto del lavoro, e la solidarietà di base del bene comune. Il Pci accettò diviso e di malavoglia il referendum sulla scala mobile. Siamo nei primi anni Ottanta. Craxi riuscì a imporlo. Era un meccanismo contrattuale, per chi non lo ricorda, che aumentava automaticamente stipendi e salari secondo gli indici dell’inflazione. Forse era una riforma necessaria, alla luce di quanto accaduto dopo. Ma nessun meccanismo alternativo fu preso per limitare le conseguenze dannose sui redditi da lavoro. Nessuna lotta è nata intorno a questo problema, tanto che da quell’epoca a oggi un buon 15% dei redditi sono passati dal lavoro al capitale. Oggi è addirittura considerato un buon salario 1200/1500 euro mensili, tra i più alti, la cui capacità d’acquisto è poco più della metà del milione, milione e mezzo di venti/venticinque anni fa, ai tempi della lira. Causa dell’impoverimento complessivo dei lavoratori dipendenti non solo privati. Un impoverimento causato non solo dalle scelte complessive della nostra classe dirigente, rivelatasi estremamente modesta ma molto vorace rispetto a quella espressa dall’industria di Stato, ma anche per la incapacità della classe politica di sinistra e sindacale a capire la realtà che si dispiegava sotto i suoi occhi.
La bussola del bene comune, sulle necessità fondamentali della popolazione, è stata perduta. La globalizzazione, come disse a suo tempo Veltroni, è come le stagioni: arrivano e non ci si può far niente. Quasi una rassegnata accettazione di una realtà letta come immodificabile. Questa perdita di capacità di comprensione della realtà, questo disimpegno a capire le trasformazioni in atto, hanno favorito l’accettazione, senza opposizione, delle peggiori scelte della destra. Inalienabili beni comuni e conquiste sociali sono diventate prede di appetiti privati, secondo la dottrina Reagan per cui il problema è lo Stato. Strumenti nuovi, inventati all’uopo, come la sussidiarietà, sono stati largamente accettati senza alcuna verifica critica, favorendo la nascita delle tante cricche, P3, P4 e bande di malaffare. Nel marasma che ne è seguito, il peggio della società italiana ha preso il potere riuscendo ad inquinare vita civile, morale, culturale, politica; forzando e, dove possibile, rompendo gli equilibri tra le istituzioni che garantiscono la civile e democratica convivenza.
Per fortuna segnali di cambiamento positivo sono tornati a manifestarsi con sempre maggiore frequenza. Il più forte è il movimento femminile di queste settimane che ha portato in molte piazze italiane migliaia di persone. Un movimento che può aprirsi a manifestazioni ancora più impegnate e serrate. Almeno questa è la speranza. Ma anche lo sciopero generale indetto dalla Cgil che vuole scuotere l’imbelle comportamento di Cisl e Uil. Anche la Chiesa, almeno nelle sue ramificazioni più vicine alla gente. L’impudenza di Berlusconi dovrebbe favorire la rivolta morale degli italiani e quindi spingere tutti a manifestare con maggior impegno la loro contrarietà al suo governo. Anche gli studenti e i giovani in cerca di lavoro (e le loro famiglie) dovrebbero protestare contro l’azione politica del governo volta solo a salvare l’impunità personale del Cavaliere e protestare per le sue giornaliere e offensive esternazioni sulla scuola pubblica, il Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente della Repubblica, la magistratura, i comunisti…
Ma c’è un grosso problema: l’alternativa! Se Berlusconi cade, e cadrà malamente, quale forza politica e su quali basi lo sostituisce? Nel paese sembra essersi coagulata una maggioranza contraria al Cavaliere ma non una convergenza politica che la rappresenti. Nel maggior partito di opposizione ancora non si è manifestata una maggioranza che esprima unità di intenti. Forse se il Pd riciclasse tutti i vecchi dirigenti in amministratori di città (immaginiamo D’Alema sindaco di Gallipoli!) si potrebbe sperare nel tanto desiderato ricambio. Pur nella loro buonafede, personaggi come Piero Fassino rappresentano la classe politica fortemente inadeguata. Come vaticinò, ormai dieci anni fa, Nanni Moretti: con questi dirigenti non vinceremo mai! Perché incapaci di capire e quindi elaborare una politica alternativa a quella che si è dispiegata in questi anni. Fassino è uno di loro. Come non ricordare che è stato per un anno Ministro della Giustizia con il governo di Giuliano Amato (2000/1) e non ha messo mano almeno a uno dei più grossi problemi della giustizia: il conflitto di interessi? Forse da sindaco farà meno danni…

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